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lunedì 26 ottobre 2009

Diario di viaggio: Report Palestina


Siamo arrivati in quattrocento dall'Italia, persone singole,
rappresentanti di associazioni e amministratori locali per questa
settimana della pace in Israele e Palestina, organizzata dalla Tavola
della Pace. Questa missione e' la più grande e numerosa dopo parecchi
anni, almeno per quanto riguarda la Terra Santa. Per me e' la prima
volta dopo la mia espulsione avvenuta nel 2002 quando un gruppo di
pacifisti voleva raggiungere Gerusalemme per partecipare ad una
manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese. Da quella
volta non avevo più avuto occasione di partecipare ad alcuna missione
di pace in Palestina, almeno passando da Israele. Mi sono aggregato
volentieri alla carovana, in rappresentanza della Rete degli Artisti
contro le guerre e per promuovere nell'occasione la marcia mondiale per
la pace che e' da poco iniziata.

Sabato 10 ottobre:
Arrivo a Tel Aviv e pernottamento a Betlemme. Subito dopo il nostro arrivo abbiamo avuto un incontro in una sala del Comune di Betlemme. Erano presenti anche il Sindaco di Betlemme, il governatore della regione e il
portavoce del Consolato italiano. Abbiamo fatto il punto sulla settimana di pace e ci siamo scambiati le prime impressioni. Era presente Flavio Lotti della Tavola della Pace, Sergio Bassoli del Coordinamento delle ONG per la pace in Medio Oriente e Luisa Morgantini.

Domenica 11 ottobre:
Il giorno dell'incontro nei territori palestinesi. I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi con altrettante destinazioni. Il nostro gruppo si e' recato ad Hebron. Qui abbiamo avuto un primo incontro con il sindaco della città. In quella
occasione ho proposto al sindaco una collaborazione tra il Comune di
Hebron e la Rete Artisti. In seguito abbiamo fatto un tour del centro
storico con destinazione finale la moschea di Abramo. Poi pranzo
offerto dal Comune e a seguire visita al campo profughi di Al Fawatt
nei pressi di Hebron. In quella circostanza abbiamo avuto un incontro
con il coordinatore del campo che ci ha illustrato i problemi passati e
presenti e la speranza per un futuro migliore. Questo campo ha 17.000
abitanti ed e' uno dei 19 campi profughi presenti in Palestina dal
1948. Mi si conceda un sorriso amaro scrivendo queste righe pensando
che a tutt'ora a più di 60 anni di distanza queste persone ormai alla
terza generazione continuano a vivere in queste condizioni, qui in
Palestina e altrove, come ben sappiamo. Fatto comune a tutti i campi,
un terzo della popolazione lavora in territorio israeliano e più della
metà degli abitanti e' al di sotto dei 18 anni. In serata rientro a Betlemme.

Lunedì 12 ottobre:
Giorno dell'incontro nei territori
israeliani
(ho scelto io questa definizione, giacché si parla anche di
territori palestinesi). Abbiamo visitato dapprima il centro culturale
di Mossawa a Haifa. Ivi abbiamo avuto un incontro con una
rappresentante delle Donne in nero che ci ha brevemente illustrato le
iniziative di pace di questo gruppo di donne che collabora con i
pacifisti palestinesi. A seguire un incontro istituzionale con due
consiglieri dell'amministrazione comunale di Haifa a cui abbiamo
rivolto diverse domande che però in parte sono rimaste sul tavolo,
tipo l' uguaglianza tra palestinesi e israeliani. Sui particolari
tornerò magari in seguito. Haifa è la terza città israeliana, maggiore porto e anche centro universitario (il 20% degli studenti sono arabi). Dopo l'incontro abbiamo fatto un breve giro nella città fantasma nel centro di Haifa, ossia un quartiere che era stato abitato dai palestinesi, che poi successivamente è stato evacuato e adesso sta per essere ristrutturato per poi essere messo in vendita al miglior offerente. Dopo Haifa ci siamo diretti in un villaggio palestinese sulla costa a sud di Haifa. Questo villaggio si trova nella regione
storica della Cesarea e conta più di settemila abitanti. Dopo un breve
incontro con i responsabili del villaggio, abbiamo avuto un momento
conviviale sulla bellissima spiaggia di questo villaggio. Dopo di ché
abbiamo avuto ancora il tempo di visitare il sito romano di Cesarea, il
cui nome e' dovuto a Giulio Cesare che si era recato in quei luoghi.

Martedì 13 ottobre:
Giorno dell'Europa. Convegno internazionale a Gerusalemme, a cui hanno partecipato vari relatori provenienti da diversi paesi europei, tra cui Janet Aviad, autrice e docente all'università di Gerusalemme, Sari Nusseibeh, professore all'Al-Quds University, Christian Berger, della Commissione Europea, Micheal Sabbath, patriarca latino di Gerusalemme, Jose Maria Ruiberriz, dell'Assemblea di Cooperazione per la Pace in Medio Oriente ACPP, Sergio Bassoli, direttore della piattaforma delle ONG italiane per il Medio Oriente. Le conclusioni sono state fatte da Luisa Morgantini e da Naomi Chazan, ex parlamentare della Knesset e docente di scienze politiche. La conferenza e' stata moderata dal giornalista del Messaggero Eric Salerno e da Paola Caridi, giornalista di Lettera 22.
Il pomeriggio e' stato dedicato alla visita della città vecchia con seguente ricevimento e buffet per tutti i partecipanti al Hotel Ambassador. A seguire giro della città by night.

Mercoledì 14 ottobre:
Il giorno della pace. Visita al campo profughi a Gerusalemme sud gestito dall' UNRWA, Agenzia per i rifugiati dell'ONU. Qui abbiamo avuto un incontro con il Direttore del campo e con i suoi collaboratori. Le stesse considerazioni fatte per il campo di Hebron valgono anche per questo. A seguire abbiamo visitato il Museo dell'Olocausto Yad Vashem. Dopo una cerimonia durante la quale è stata consegnata una corona di fiori a ricordo delle vittime del nazismo e la consegna di uno striscione da parte dell'associazione Terra del Fuoco che organizza da sette anni il treno della memoria per Auschwitz, visita al museo. Commenti superflui. In serata abbiamo avuto un incontro con l'Associazione dei parenti delle vittime palestinesi ed israeliane all'Auditorium del Centro Notre Dame e a seguire "Ricostruiamo la speranza", manifestazione per la pace, a cui ha partecipato anche la cantante israeliana Noah.

Giovedì 15 ottobre:
Giorno di Gerusalemme. La giornata è dedicata alla visita degli insediamenti israeliani a ridosso dei territori palestinesi nel circondario di Gerusalemme. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi ciascuno con destinazioni diverse. Nel corso di questi sopraluoghi sono stati effettuati anche degli incontri con i rappresentanti degli insediamenti. In serata una manifestazione a Betlemme in Piazza della Natività dal nome suggestivo : “La notte delle candele”, una fiaccolata di solidarietà con il popolo palestinese. A seguire un concerto del pianista Luciano Basso nel Centro per la Pace.

Venerdì 16 ottobre
Giorno della riflessione. Alle 9 assemblea finale di tutti i partecipanti. Prima sessione dedicata agli amministratori locali, a seguire la sessione aperta a tutti i partecipanti. Nel corso dell’assemblea è stato fatto il punto dell’esperienza maturata durante la settimana e prospettato le iniziative future. Intanto la prossima marcia perugina-Assisi del 16 maggio 2010. Una manifestazione per la Palestina si terrà il giorno 10 novembre a Bruxelles. E’ stata anche proposto un concorso fotografico che riassuma i momenti più significativi della settimana e un Cd con le opinioni dei partecipanti.
Ci sono stati alcuni interventi finali da parte di gruppi e persone che hanno partecipato all’iniziativa, come per esempio un gruppo di studenti di Verona autodefinitesi “Ambasciatori della pace”. In tale occasione il sottoscritto ha presentato la marcia mondiale per la pace che aveva già avuto due momenti d’incontro i giorni 11 e 12 ottobre a Gerusalemme e Tel Aviv tra una delegazione della Marcia e le autorità locali e ha inoltre proposto una raccolta poetica dedicata alla settimana della pace. Alla fine sono stati sottolineati i tre punti focali per un documento finale ossia: l’appello per Gaza, l’appello di Obama e il richiamo alle responsabilità di ciascuno.

Dopo l’assemblea un gruppo di partecipanti si è diretto a Ramallah per partecipare ad una manifestazione per il diritto all’educazione, nonché arrivati alle porte della città, il passaggio era bloccato dai militari israeliani e così il gruppo ha dovuto fare dietro front. Nel pomeriggio giro turistico sul Mar Morto, dove si è effettuato lo stand up collettivo nell’ambito della campagna mondiale contro la povertà. A seguire visita a Gerico e rientro a Betlemme.

Sabato 17 ottobre
Giorno del rientro in Italia.

Edvino Ugolini
Rete Artisti

Diario di viaggio: Gli insediamenti dei coloni


Il nostro simpaticissimo giovane accompagnatore ebreo è stato militare. Ha disertato, ha subito il carcere, ha deciso di dedicarsi al problema degli sfratti e delle demolizioni di case palestinesi nella Gerusalemme est.

Ci fa incontrare
Mariam Rawi che con la sua famiglia (38 persone) è stata sfrattata da circa tre mesi. Sfrattati e buttati fuori dalla casa dove abitavano dal 1957. Non hanno documenti che dimostrino la proprietà.
Mariam con altre donne e bambini sta sotto un telo (non si può chiamare tenda) sul marciapiede di fronte alla sua ex casa, nella quale l’israeliano che la occupa, sta lavorando, immagino, per ripararla e sistemarla a suo gusto. Ci ha visto, siamo una cinquantina di persone sulla strada, e lo vediamo pure noi alla finestra con il telefono all’orecchio. Sta chiamando la polizia che arriva tempestivamente. Si fermano, ci osservano senza scendere dal veicolo, c’è perfetta calma, fanno dietrofront e se ne vanno lentamente.

Salutati gli sfrattati, dopo che abbiamo, con sollievo, assistito anche al ritorno del figlio di una signora della tenda che era stato prelevato di primo mattino dalla polizia per un interrogatorio,
ci dirigiamo verso un insediamento, dove potremo incontrare un colono israeliano.
Già da lontano, in una zona desertica e arida, possiamo ammirare una bellissima città costruita sulla sommità di alcune alture. Nella mia immaginazione un insediamento doveva consistere in qualcosa di abbastanza ridotto, invece Ma’aleh Dumin, così si chiama questa occupazione israeliana, conta circa 40000 abitanti.
Arriviamo al Municipio, un edificio ampio e moderno dove possiamo usufruire di bagni, acqua filtrata e fresca.

Ci viene a prelevare Ghidon, ebreo americano, un uomo ben piantato e sicuro di sé, che ci guida in un giro per la città con la corriera. Le strade sono esemplarmente pulitissime, numerosi giardini ben tenuti , piante e alberi annaffiati.
Gli edifici e i condomini ordinati e bianchissimi. Regna la tranquillità e la pace.
Completata la visita, Ghidon ci accoglie in una saletta e apre il dialogo raccontandoci che questa meraviglia è sorta nel deserto, sui terreni “disputati”, con lo sforzo dei coloni e con la collaborazione di Gerusalemme che ha fornito l’acqua, i materiali di costruzione e facilitazioni sulle tasse.
L’esercito israeliano ha anche provveduto alla difesa dai franchi tiratori palestinesi. A tutto questo Lisa obietta che questi sono territori occupati e non disputati, al che Ghidon con una certa arroganza controbatte che in altre occasioni li definisce addirittura come territori liberati.

L’angoscia si accumula dentro di me di fronte a tutte queste situazioni violente e assurde ma improvvisamente mi sgonfio perché mi assale una constatazione velenosa: le nostre tante situazioni italiane portate all’esasperazione.
Abbiamo incontrato un “normale” colono israeliano e fra qualche giorno ritroveremo un “normale” sindaco di Treviso

Miglioranza Claudio

martedì 20 ottobre 2009

Pacifisti


“Ma tu ti ricordi esattamente che cosa prevedevano gli accordi di Oslo?”. La voce di una donna, accento toscano, risuona in fondo al pullman. Si viaggia fra Gerico e Betlemme. E' tardi, è già buio, la giornata è stata lunga, fa ancora caldo, molti dormono, ma la domanda non cade nel vuoto. L'amica, che le siede accanto, non ricorda troppo bene, non sa dare una risposta precisa, ma le due donne vanno avanti per un po' a discutere su quell'accordo che nel 1993 tentò di risolvere il confitto fra israeliani e palestinesi.
Il popolo della pace è fatto così. Ragiona, discute, vuole imparare e conoscere. E' quello che dal 10 al 17 ottobre hanno fatto gli oltre quattrocento partecipanti all'iniziativa che ha portato in Israele e in Palestina la tradizionale Marcia per la pace Perugia-Assisi. Quest'anno la Marcia si è spostata a Gerusalemme per un progetto che è stato denominato Times for Responsabilities (il tempo delle responsabilità). Il nome riprende una frase pronunciata dal presidente Barack Obama: “Per giungere alla pace in Medio Oriente è ora che loro, e noi tutti con loro, ci assumiamo le nostre responsabilità”. “Se Obama fallisce si apre una voragine profonda per tutti, anche per noi europei. Perciò non c'è più tempo da perdere, bisogna agire prima che sia troppo tardi”, dice Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace.
Organizzata dal Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, dalla Piattaforma delle Ong italiane per il Medio Oriente e dalla Tavola della Pace, l'iniziativa ha portato in Israele e nei Territori palestinesi amministratori locali, sindacalisti, studenti, insegnanti, persone impegnate in varie Ong e semplici cittadini. C'erano i ragazzi del Liceo Maffei di Verona e il quasi ottantenne Diego Novelli , l'ex sindaco di Torino, ancora curioso delle vicende del mondo. C'era don Tonio Dell'Olio di Libera e i ragazzi di Terra del Fuoco, l'associazione torinese che ogni hanno educa alla cittadinanza portando migliaia di studenti ad Auschwitz.
Sono venuti da 128 città italiane. In una settimana hanno consumato le suole delle scarpe sulle strade della Terra Santa, hanno steso fiumi di inchiostro sui fogli e quaderni riempiti di appunti, hanno scattato centinaia di fotografie. Hanno sentito la voce dei palestinesi e quella degli israeliani. Hanno visitato i campi dei rifugiati e gli insediamenti dei coloni ebrei. Tutti insieme, poi, sono entrati nel museo di Yad Vashem a Gerusalemme, dove viene ricordato l'orrore dell'Olocausto.
Ora sono tornati a casa pieni di ricordi e di emozioni. “Un viaggio qui attraversa la vita delle persone, perché la realtà che vedi è troppo forte. Questo è un viaggio che ti cambia la vita”, assicura Luisa Morgantini, l'ex parlamentare europea che viene regolarmente da queste parti dalla metà degli Anni Ottanta.
Divisi in gruppi i 400 partecipanti hanno vissuto diverse esperienze. Ogni giorno c'era quella di passare i check-point che, attraverso il muro fatto costruire dal governo israeliano, regolano gli accessi fra Israele e i Territori palestinesi. Il passaggio del muro è già un primo modo di confrontarsi con i problemi irrisolti di questa terra divisa e insanguinata. Ed è uno shock per i più giovani, magari nati quando il muro di Berlino era già crollato. Una di loro è Paola Calliari, una liceale diciottenne di Trento che ha deciso di unirsi alla Marcia per capire e conoscere. Paola si è alzata anche in piena notte per vedere la ressa dei palestinesi che si accalcano ai check-point per andare a lavorare in Israele (le immagini si possono vedere in un bel reportage di Raffaele Crocco ed Enrico Guidi su www.youtube.com/perlapace).
A Bil'in e a Na'alin, due villaggi della Cisgiordania, abbiamo incontrato le comunità che ogni venerdì organizzano manifestazioni non violente contro il muro. Di solito finisce male perché i militari israeliani rispondono alle proteste sparando lacrimogeni molto potenti (ci sono stati anche dei morti). I palestinesi protestano perché il muro spesso taglia i campi coltivati e gli uliveti. Accanto a loro ci sono pacifisti da varie parti del mondo e anche israeliani, come i volontari di Yesh Din, un'associazione che si batte perché Israele rispetti i diritti umani della popolazione palestinese nei Territori. Anche venerdì scorso c'è stata la marcia di protesta non violenta e puntuali sono arrivati i lacrimogeni. Ma la gente dei villaggi non si arrende perché, come ci ha detto il primo ministro palestinese Salam Fayyad, “le nostre radici in questa terra vanno in profondità come quelle di questi ulivi”.
A Sderot, la cittadina israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, abbiamo ascoltato le voci degli israeliani con i nervi spezzati per le migliaia di razzi che negli ultimi anni i militanti di Hamas hanno lanciato verso Israele. A Sderot i rifugi sicuri sono dovunque, alle fermate degli autobus così come nei campi gioco per bambini. Julia Chaitin, una psicologa, racconta dei traumi nella popolazione locale e spiega come si regola per sfuggire a eventuali razzi quando si mette in macchina per raggiungere l'università. Ma nonostante la paura si cerca di aprire canali di dialogo con la gente di Gaza. Eric Yellin, dell'associazione Other Voice (Altra voce) spiega: “Non ha senso fare paragoni fra le nostre sofferenze e quelle di chi vive a Gaza, cerchiamo piuttosto di condividere le nostre esperienze e troviamo un'alternativa ai razzi e ai carri armati. Li abbiamo usati per anni da una parte e dall'altra, ma abbiamo visto che non servono a nulla”.
E' stato emozionante l'incontro con due rappresentanti di Parents Circle, l'associazione che raccoglie i familiari delle vittime del conflitto, sia israeliani che palestinesi. Robi Damelin ha raccontato di suo figlio David, un militare israeliano di 27 anni ucciso da un cecchino. Ali Abu Awwad, palestinese, invece ha rievocato la morte del fratello Yusuf, ucciso dai militari israeliani. Ora, insieme, cercano la riconciliazione, anche se si tratta di un percorso lungo e difficile.
Una piccola delegazione è riuscita a visitare per qualche ora Gaza. Nell'incontro con Hamad Yusuf , esponente del governo di Hamas, Flavio Lotti ha spiegato che deve cessare ogni forma di violenza e occorre dialogare a tutti i livelli, anche con gli israeliani. Nella delegazione entrata a Gaza c'era anche Ilo Steffenoni, 16 anni, del Liceo Maffei di Verona. “Ho visto rassegnazione, rabbia e dolore”, dice, da domani non posso tornare a casa e riprendere la mia vita come se nulla fosse”.
Ora Ilo e gli altri 400, tornati a casa, racconteranno. Mobiliteranno persone ed energie. Si rivedranno il 16 maggio 2010 alla marcia da Perugia ad Assisi.

Roberto Zichittella

Pubblicato su Famiglia Cristiana

lunedì 19 ottobre 2009

Si conclude la settimana per la pace in Israele e Palestina. Prosegue il tempo delle nostre responsabilità


Una settimana per riflettere e testimoniare la nostra assunzione di responsabilità in un conflitto le cui responsabilità, alla radice, sono soprattutto europee. Non per pacifismo o buonismo, ma per un sano realismo, consapevoli del pericolo che questo conflitto rappresenta per l’Europa e il mondo, consapevoli che la pace porterà frutti copiosi anche per noi, sostiene Flavio Lotti, Coordinatore della Tavola della Pace.

Oltre 400 persone di 128 città italiane, dalla Liguria: di Alassio, Bolano, Celle Ligure, Genova e La Spezia, per sostenere le iniziative, numerose, a tutela dei Diritti Umani, in particolare le associazioni che vedono Israeliani e Palestinesi impegnati insieme, pacificamente, per i Diritti e per la costruzione della Pace.
C’è un’emergenza umanitaria in questa terra, che dovrebbe essere santa, che va affrontata subito: fermando tutte le forme di violazione dei Diritti Umani e aprendo Gaza. Un ragazzo di 17 anni Veronese è rimasto molto turbato dall’incontro con un coetaneo a Gaza, un giovane carico di rabbia…”perché lui è nato nella guerra, è cresciuto nella guerra e morirà nella guerra, perche da Gaza non si esce!”. In tutti i territori della Cisgiordania i diritti del Palestinesi vengono calpestati.
L’ONU calcola 600 tipi di ostacoli che la popolazione Palestinese deve affrontare per spostarsi e per le normali necessità della vita: Il muro con i suoi checkpoit che per i palestinesi rappresentano sempre una incognita; Le strade che tagliano il loro territorio con corridoi inaccessibili, molte strade della Cisgiordania sono accessibili sono a israeliani e turisti, alcune solo ai coloni; I sottopassaggi per evitare le strade proibite vengono tappati da pietre. Poi ci sono i chilometri di filo spinato, interrotto ogni tanto da cancelli che vengono gestiti dalle autorità Israeliane. A Bil’in, villaggio palestinese nella Cisgiordania, dove ogni venerdì si tiene una manifestazione pacifica contro il muro, abbiamo visto una casa contadina completamente circondata da filo spinato: quando il cancello è chiuso gli abitanti non possono entrare né uscire dal piccolo terreno che contiene la casa, quando il cancello è aperto possono muoversi, ma per raggiungere i loro campi devono fare un giro di chilometri.
Ho imparato nel corso di questo viaggio che Il muro e il filo spinato non stano a dividere i territori Palestinesi dal territorio dello Stato di Israele, non corrono sulla linea di confine, bensì seguono percorsi a volte rocamboleschi per includere insediamenti di coloni israeliani in territorio che dovrebbe essere palestinese. Proprio questi insediamenti stanno diventando una delle principali fonti di conflitto.

Un villaggio palestinese sorge a mezza costa di una collina, il territorio intorno, fino alla sommità della collina e oltre, è da sempre del villaggio per le coltivazioni e il pascolo. Un giorno inizia l’insediamento di coloni sulla sommità della collina che priva i Palestinesi delle terre, e, quindi, delle attività produttive, inoltre attraverso un intricato sistema di strade riservate e controlli per la sicurezza limita enormemente le possibilità di movimento e di attività degli abitanti del villaggio.
Legalmente ci sono diversi modi per realizzare un insediamento: spesso gli abitanti del villaggio palestinese hanno forme di proprietà basate sulla tradizionale conoscenza e non su documentazione legale e quindi lo stato può “formalmente” disporre di quei terreni; altre volte i terreni vengono requisiti per necessità relative alla sicurezza, si installa una base militare che col tempo lascia il posto all’insediamento civile.

Abbiamo visto una base militare dove operano 200 persone e dove si sta lavorando speditamente per la costruzione di infrastrutture (acqua, energia elettrica, fognature,…) per 25.000 persone, sarà un nuovo insediamento se qualcuno non lo ferma!
I nuovi coloni si “difendono” impedendo qualunque contatto con i Palestinesi e tenendoli sotto controllo in tutti i modi possibili (percorsi obbligati, faretti puntati dall’alto sul villaggio,…), si contano anche numerosi casi di maltrattamenti alle persone. I bambini Palestinesi crescono assediati e nella paura, ma neppure per i bambini israeliani è una vita facile.
Un altro tragedia per i palestinesi è rappresentata dalla demolizione delle case “abusive”. Sappiamo tutti quanto sia importante la legalità nella costruzione delle case, ma qui vengono considerate abusive anche case che da generazioni sono di una famiglia, sulla base di diritti consolidati ma non scritti, e nel contempo le richieste di costruzione di nuove case per i Palestinesi incontrano ostacoli di tutti i tipi, spesso insormontabili. Addirittura vengono demolite le case costruite, con il beneplacito dell’UNRWA dentro i campi profughi, la cui popolazione si è quintuplicata o decuplicata.

Esistono associazioni pacifiche contro la demolizione delle case, formate da Israeliani, Palestinesi e volontari internazionali: arrivano in massa a cercare di impedire la demolizione, denunciano i fatti qui e all’estero, ricostruiscono le case demolite. Abbiamo pranzato – benissimo! – in una casa che è stata demolita 4 volte, ora è stata costruita per la quinta volta e si attende la prossima demolizione, anche se si stanno facendo tutti i passi possibili perché rimanga in piedi (ogni abitante il villaggio ha sottoscritto un documento che quella casa è da sempre della famiglia secondo un accordo fra tutti gli abitanti del villaggio stesso). La casa oggi è la sede dell’associazione contro la demolizione delle case, la famiglia ha dovuto trasferirsi in un appartamento in affitto dopo che la signora è rimasta 1 mese muta per lo schoc e una figlia ha avuto gravi disturbi.
Ieri pomeriggio siamo scesi a concludere il viaggio a Jericho, il punto più basso della terra (415 metri sotto il livello del mare) “da cui non si può che risalire”, e a Gerico abbiamo fatto lo “stend up” per gli obiettivi del millennio: in più di 400 abbiamo saltato, sotto gli occhi stupiti della gente e quelli meccanici dei giornalisti che ci accompagnano, per testimoniare l’impegno a fare un salto in avanti per ridurre la fame e la povertà nel mondo.

Ci dicono che più del 60% degli israeliani è per la Pace, ma non sa a chi chiederla, per questo è IMPORTANTE che l’Europa si assuma le sue responsabilità, è importante rispondere immediatamente all’appello di Obama, è necessario aprire Gaza.
Ed è URGENTE perché tutti, qui e fuori di qui, sono convinti che questa sia l’ultima occasione di mettere fine a questo conflitto.

Elide Taviani

sabato 17 ottobre 2009

Ultima Pagina


Domani parto, oggi è l’ultimo giorno di questa mia esperienza in Israele-Palestina. È strano, sembra di essere qui da mesi invece che da “solo” una settimana.

Oggi abbiamo fatto un resoconto della settimana, e visitato Gerico.

Continuano per tutta la giornata a tornarmi in mente dei piccoli flash di Gaza. In particolare una ragazza, Nasha. Vive in una baracca fatta di macerie e lamiere, ed è bellissima. Rappresenta per me la bellezza di Gaza, immersa in una distruzione e una desolazione infinita. Ma rimane comunque bellissima. Quasi irreale, come gli enormi fiori rossi che ogni tanto spuntano da una distesa di pietre. La vita che spunta dalla morte.

Tornare alla mia routine a Verona non sarà facile.

A Betlemme ho visto un murales , uno del tanti che sono stati fatti sul muro forse per renderlo meno oppressivo e “freddo”. Riassume il senso per cui sono qua, il senso per cui più di 400 Italiani sono andati in Palestina.

È una colomba, cioè la pace, minacciata da un fucile che ha il mirino puntato sul suo petto. Rappresenta la pace che è ormai praticamente sconfitta. Ma a questa colomba è stato disegnato un giubbotto antiproiettili. C’è ancora speranza.




Ilo Steffenoni

Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto


Sederot/Gerusalemme. 3a parte
Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto

Le giornate di questa marcia dei 400 si rincorrono, si incastrano una nell’altra, si legittimano reciprocamente. L’ascolto continua e rende tutto molto più chiaro e molto più complesso. Gli strati di odio, vendetta, dolore, disillusione si alternano con quelli della speranza, della fiducia, dell' amore, della tenacia.

A parlarci in queste giornate sono essere umani e ci tengono a sottolinearlo tutti, palestinesi e israeliani. Ci chiedono di non partire dal passato, di non pensare a soluzioni fondate su necessità di riscatto e di collaborare con la mente libera da pregiudizi e il cuore pronto alla comprensione.

Da una parte e dall’altra di questa terra, divisa da anni di recriminazioni, lotte e poteri lontani dalla gente e dal loro dolore, ci sono persone meravigliose, che si impegnano – anche pagando un caro prezzo personale – nella ricerca di una risoluzione definitiva e radicata del conflitto.
"Perché - come dice Ali, un palestinese cui hanno ucciso il fratello ad un check-point, questa guerra non la chiuderemo con un trattato. La gente deve far pace con se stessa e con quelli che considera i suoi nemici: e non stiamo parlando di un percorso, ma di una svolta. Non ci sono condizioni per la pace, la pace é la condizione".

La loro lotta non è fatta di confronti e pesi dei dolori, delle morti, delle violenze. Sono impegnati tutti – Other Voice, i Combatants for Peace, Machsom Watch, Icahd, Parents Circle e tanti altri - tutti a decostruire le ragioni di un conflitto che troppo spesso guarda indietro per trovare ragioni del suo proseguimento.

E di ragioni ne troverebbero anche loro, a iosa. Bassam è un ex-combattente palestinese. A 17 anni è finito nelle carceri israeliane e ne è uscito solo 7 anni dopo. Con in testa e nel cuore una decisione: abbandonare la lotta armata, rinunciare alla vendetta e cercare un’alternativa.

“Avevo imparato solo a colpire il nemico, ma ho scoperto che si tratta di esseri umani e ho deciso di convincerli che lo sono anch'io". Bassam parla con frasi asciutte – come asciutti devono essere i suoi occhi dopo aver perso la figlia di 10 anni nel gennaio 2007 uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola. Solo un anno prima Bassam era uscito di nuovo dal carcere dove era finito per essere stato nella zona est di Gerusalemme senza permesso. Si trovava – illegalmente secondo la polizia che lo ha arrestato – in casa della famiglia della moglie che a causa del muro é rimasta in zona israeliana. "Non abbiamo messo via la armi ma la brutalità. In tanti anni di violenza abbiamo raccolto solo più vittime. Basta. Non vogliamo morire per niente. È difficile spiegare la mia scelta alla famiglia, agli amici. Ma non ci prendiamo in giro; non si va in giro ad ammazzare gente in nome degli amici”

Bassam, Itamar e tanti altri ex-soldati o prigionieri di guerra vogliono essere il cambiamento. "Quando andiamo in giro a parlare con la gente non raccogliamo critiche o contrasti convincenti: siamo la prova che é possibile, non siamo uno slogan. L'odio é frutto di propaganda o di irrazionalità. Bisogna dimostrare che ci si può sedere insieme e parlare" dicono i combatants for peace. Tabula rasa e ripartiamo dagli esseri umani, dai diritti di due popoli di esistere, di vivere in pace, di essere vicini e integrati.
Itamar è un ex-soldato israeliano. Ha scelto di deporre le armi e non risponde alla chiamata di un mese all’anno per partire con i riservisti dell’esercito. "La società ci ha armato dandoci un enorme potere. Ora lo vogliamo usare per ottenere una pace giusta". Giusta. Nel nome dei diritti umani.

Paola Ferrara

giovedì 15 ottobre 2009

In viaggio per la pace



Siamo arrivati in quattrocento dall'Italia, persone singole, rappresentanti di associazioni e amministratori locali per questa settimana della pace in Israele e Palestina, organizzata dalla Tavola
della Pace. Questa missione e' la piu' grande e numerosa dopo parecchi anni, almeno per quanto riguarda la Terra Santa. Per me e' la prima volta dopo la mia espulsione avvenuta nel 2002 quando un gruppo dipacifisti voleva raggiungere Gerusalemme per partecipare ad una manifestazione di solidarieta' con il popolo palestinese. Da quella volta non avevo piu' avuto occasione di partecipare ad alcuna missionedi pace in Palestina, almeno passando da Israele. Mi sono aggregato
volentieri alla carovana, in rappresentanza della Rete degli Artisti contro le guerre e per promuovere nell'occasione la marcia mondiale per la pace che e' da poco iniziata.

Sabato 10 ottobre:
Arrivo a Tel Aviv e pernottamento a Betlemme. Subito dopo il nostro arrivo abbiamo avuto un incontro in una sala del Comune di Betlemme. Erano presenti anche il Sindaco di Betlemme, il governatore della regione e il portavoce del Consolato italiano. Abbiamo fatto il punto sulla
settimana di pace e ci siamo scambiati le prime impressioni. Era presente Flavio Lotti della Tavola della Pace, Sergio Bassoli del Coordinamento delle ONG per la pace in Medio Oriente e Luisa Morgantini.

Domenica 11 ottobre:
Il giorno dell'incontro nei territori palestinesi. Il gruppone e' stato suddiviso in gruppi con altrettante destinazioni. Il nostro gruppo si e' recato ad Hebron. Qui abbiamo avuto un primo incontro con il sindaco della citta'. In quella occasione ho proposto al sindaco una collaborazione tra il Comune di Hebron e la Rete Artisti. In seguito abbiamo fatto un tour del centro storico con destinazione finale la moschea di Abramo. Poi pranzo offerto dal Comune e a seguire visita al campo profughi di Al Fawatt nei pressi di Hebron. In quella circostanza abbiamo avuto un incontro con il coordinatore del campo che ci ha illustrato i problemi passati e presenti e la speranza per un futuro migliore. Questo campo ha 17.000 abitanti ed e' uno dei 19 campi profughi presenti in Palestina dal 1948. Mi si conceda un sorriso amaro scrivendo queste righe pensando che a tutt'ora a piu' di 60 anni di distanza queste persone ormai alla terza generazione continuano a vivere in queste condizioni, qui in
Palestina e altrove, come ben sappiamo. Fatto comune a tutti i campi, un terzo dela popolazione lavora in territorio israeliano e piu' della meta' degli abitanti e' al di sotto dei 18 anni. In serata rientro a Betlemme.

Lunedi' 12 ottobre:
Giorno dell'incontro nei territori israeliani (ho scelto io questa definizione, giacche' si parla anche di
territori palestinesi). Abbiamo visitato dapprima il centro culturale di Mossawa a Haifa. Ivi abbiamo avuto un incontro con una rappresentante delle Donne in nero che ci ha brevemente illuistrato le
iniziative di pace di questo gruppo di donne che collabora con i pacifisti palestinesi. A seguire un incontro istituzionale con due consiglieri dell'amministrazione comunale di Haifa a cui abbiamo
rivolto diverse domande che pero' in parte sono rimaste sul tavolo, tipo l' uguaglianza tra palestinesi e israeliani. Sui particolari tornero' magari in seguito. Haifa e' la terza citta' israeliana, maggiore porto e anche centro universitario(il 20% degli studenti sono arabi). Dopo l'incontro abbiamo fatto un breve giro nella citta' fantasma nel centro di Haifa, ossia un quartiere che era stato abitato
dai palestinesi, che poi successivamente e' stato evacuato e adesso sta per essere ristrutturato per poi essere messo in vendita al miglior offerente. Dopo Haifa ci siamo diretti in un villaggio palestinese
sulla costa a sud di Haifa. Questo villaggio si trova nella regione storica della Cesarea e conta piu' di settemila abitanti. Dopo un breve incontro con i responsabili del villaggio, abbiamo avuto un momento conviviale sulla bellissima spiaggia di questo villaggio. Dopodiche' abbiamo avuto ancora il tempo di visitare il sito romano di Cesarea, il cui nome e' dovuto a Giulio Cesare che si era recato in quei luoghi.

Martedi 13 ottobre:
Giorno dell'Europa. Convegno internazionale a Gerusalemme, a cui hanno partecipato vari relatori provevienti da diversi paesi europei, tra cui Janet Aviad, autrice e docente all'univesita' di Gerusalemme, Sari Nusseibeh, professore all'Al-Quds Univesity, Christian Berger, della Commissione Europea, Micheal Sabbath, patriarca latino di Gerusalemme, Jose Maria Ruiberriz,
dell'Assemblea di Coopearzione per la Pace in Medio Oriente ACPP, Sergio Bassoli, direttore della piattaforma delle ONG italiane per il Medio Oriente. Le conclusioni sono state fatte da Luisa Morgantini e da Naomi Chazan, ex parlamentare della Knesset e docente di scienze politiche. La conferenza e' stata moderata dal giornalista del Messaggero Eric salerno e da Paola Caridi, giornalista di Lettera 22. Il pomeriggio e' stato dedicato alla visita della citta vecchia con
seguente ricevimento e buffet per tutti i partecipanti all'Hotel Ambassador. A seguire giro della citta' by night.

Mercoledi' 14 ottobre:
Il giorno della pace. Visita al campo profughi a Gerusalemme sud gestito dall' UNRWA, Agenzia per i rifugiati dell'ONU. Qui abbiamo avuto un incontro con il Direttore del campo e con i suoi
collaboratori. Le stesse considerazioni fatte per il campo di Hebron valgono anche per questo. A seguire abbiamo visitato il Museo dell'Olocausto Yad Vashem. Dopo una cerimonia durante la quale e' stata consegnata una corona di fiori a ricordo delle vittime del nazismo e la consegna di uno striscione da parte dell'associazione Terra del Fuoco che organizza da sette anni il treno della memoria per Auschwitz, visita al museo. Commenti superflui. In serata abbiamo avuto un incontro con l'Associazione dei parenti delle vittime palestinesi ed israeliane all'Auditorium del Centro Notre Dame e a seguire "Ricostruiamo la speranza", manifestazione  per la pace, a cui ha partecipato anche la cantante israeliana Noah.

Edvino Ugolini
per la
Rete Artisti

Miseria e dioassina


La giornata è iniziata con la visita ad un altro campo profughi, Shu’Fat, vicino a Gerusalemme. La situazione lì è insostenibile, Israele ha chiuso l’acqua e impedisce ai camion carichi di spazzatura di uscire.

La conseguenza di tutto ciò è la miseria. Miseria e diossina. Ci sono quasi in tutte le vie del campo mucchi di pattumiera che brucia, e l’aria è nauseabonda. Irrespirabile.

Ad un certo punto un bambino è venuto da me, avrà avuto 8 anni. Voleva solo “battermi il 5” e conoscermi, mi ha sconvolto. La sua mano era gonfia e piena di cicatrici, aveva tagli recenti lungo tutta la mano e il braccio. Forse è caduto sul filo spinato.

Qui la tensione è alta, il coinvolgimento emotivo sale, e una mia compagna di viaggio ha pianto tutto il giorno.

Poi verso sera torniamo al dialogo di Pace. Robi Damelin e Ali Abu Awwab parlano insieme. Lei è Israeliana, e suo figlio è stato ucciso dalla “resistenza”, lui è Palestinese, e suo fratello è stato ucciso da un militare Israeliano ad un CheckPoint. Entrambi vogliono la fine di questo conflitto.

Forse è perché sono uniti da un così grande dolore comune, ma la forza che hanno insieme ci ha dato speranza. La speranza che il dialogo tra i due popoli possa portare la Pace.

Ilo Steffenoni

Israele e Palestina: la via dolorosa per la riconciliazione


Robi e Ali, lei israeliana, palestinese lui, riversano le loro testimonianze sulla nostra delegazione con una sbalorditiva cascata di nuove prospettive. A dire il vero, riversano anche la sensazione che qualcosa nei nostri posizionamenti di concerned citizens, di cittadini appassionati alla loro causa, non vada. Quanto meno, non vada più. Le nostre domande riflettono “platitudes”, piattaforme interpretative, nella quali nessuno dei due si ritrova. Si intuisce ad ascoltarli l’urgenza di un nuovo punto di vista, e loro di certo un punto di vista particolare e incontestabile da mettere sul tavolo ce l’hanno. Sono la madre ed il fratello di persone che hanno perso la vita a causa della violenza acuminata che lacera da sessanta anni israeliani e palestinesi. Familiari delle due comunità, accomunati da simili storie di morte e dalle stesse umane lacerazioni, hanno dato vita al Parents’ Circle Forum per metabolizzare il dolore in energia unificante, l’angoscia personale in forza di riconciliazione collettiva.

Robi ha piglio di donna colta tagliata con l’accetta. E’ ebrea sudafricana, arrivata qui nei primi anni ’70 per “salvare” Israele e spargere su questa terra i semi della battaglia democratica contro l’apartheid di cui era stata protagonista. Suo figlio David, 27 anni, è stato ucciso da un cecchino palestinese mentre - come riservista - prestava servizio ad un check point. Non gli era stato facile accettare la chiamata dell’esercito israeliano, lui pacifista ed interessato allo studio di filosofia più che alle armi. C’era la questione della coerenza con le sue motivazioni contro la guerra, e l’impatto della sua assenza dall’università. D’altro canto, sentiva la responsabilità di condividere un approccio diverso di stare sul crinale della tensione: una scuola di mediazione da insegnare ai soldati sotto il suo comando. “Perché è facile vedere tutto in bianco e nero, mentre c’è un vasto grigio che avvolge la complessità delle cose”, dice Robi. La decisione, meditata, ha portato David a morire proprio sulla disumanizzante frontiera della burocrazia securitaria che i palestinesi sono costretti ad attraversare per mille motivi ogni giorno.

Robi lo dice chiaro e tondo: la pace “non è un percorso cortese di fiori e abbracci” piuttosto un viaggio personale incidentato. Si trattiene per un momento, poi si lascia andare e decide di condividere un inciampo recente, di questo viaggio. La lettera che ha scritto tre anni fa al cecchino che gli ha ucciso il figlio ha ricevuto una risposta solo da qualche giorno: parole ancora segnate da feroce violenza. La nuova fitta di disperazione e lo stato di confusione penetrano la scorza della madre, ma impongono la forza di continuare il percorso: esso altro non è che l’avvio di un dialogo, il primo zoppicante passo di avvicinamento alla narrativa della controparte ostile, non più nemica.

Serve un “miracolo pragmatico di riconciliazione” , una cornice di riferimento per la pacificazione tra palestinesi e israeliani, un tracciato di umanizzazione dice Robi: simile a quello, inimmaginabile, dei neri e bianchi sudafricani. Palestinesi e israeliani nulla conoscono dei rispettivi bisogni. I Parents’ Circle conoscono bene l’incolmabile cesura percorrendo i territori accidentati del dolore individuale dei due popoli. Lo sanno attraverso le numerose incursioni nelle scuole. Gli adolescenti di Israele non hanno mai conosciuto un palestinese, gli arabi dal canto hanno paura degli israeliani ma nulla comprendono della paura ebraica, perché ignorano cosa sia stata veramente la Shoah.

Ali ascolta immobile, in piedi sul palco accanto a lei. Osserva Robi con lo sguardo del compagno di viaggio sopravvissuto ad un’avventura comune. Sospira, quando tocca a lui parlare. Il peso dell’emozione che non può spegnersi, ma anche la responsabilità del messaggio. Come far comprendere a questo inedito gruppo di italiani le implicazioni del loro punto di vista? Quella di Ali è proprio un’altra storia. La sua carriera di combattente è assai precoce, l’attivismo politico lo ha imparato da una madre militante e per questo periodicamente confinata nelle carceri israeliane, cinque anni alla volta. Ci finisce presto anche lui in galera, dove si ritrova a guidare uno sciopero della fame di 5000 detenuti per 17 giorni, spuntandola sui carcerieri. L’episodio gli insegna la forza dirompente della resistenza nonviolenta. Una scuola estranea alla militanza palestinese, che la confonde con la resa al nemico. La nonviolenza è invece oculata strategia per disarmare la controparte, inceppare il meccanismo della guerra. Nel 1994, grazie alla pace di Oslo, viene rilasciato con la madre, ed esce con una visione rinnovata di sé e della battaglia da condurre: quella della necessità di “passare dalla rivoluzione alla cittadinanza”. Ali viene ferito da un colono nel 2000, e poco dopo suo fratello è colpito a morte da un colono israeliano “per nessun altra ragione se non perché lui era un palestinese”. La nonviolenza è pericolosa per l’assassino. Costringe a guardare in faccia le sue vittime. Ali pertanto decide di non vendicarsi, esce dal gioco del chi è più vittima. Ogni uccisione è un crimine, e nessuna escalation può portare alla pace, al “gusto di una vita normale”, servono azioni che possano “creare soluzioni”. Più volte invoca la nascita di un movimento globale per palestinesi ed israeliani, un movimento che sappia costringere entrambi alla pace.

Libertà per la Palestina, sicurezza per Israele: questa la soluzione. Basta con le soluzioni calate dall’alto di conferenze di pace in hotel a cinque stelle. Occorre un divorzio da Israele, per vivere in pace e dignità. “Voglio proteggere i confini di Israele perché voglio avere un confine con Israele, un confine in grado di garantire i diritti ai palestinesi, compreso quello di andare al mare”. Ali è disposto a tutto pur di ottenere questo obiettivo, la fine dell’occupazione israeliana, per uno stato palestinese. “Non voglio vedere ragazzi israeliani che occupano i nostri territori, come non voglio vedere ragazzi palestinesi indottrinati alla ideologia della violenza”. Quante persone devono ancora pagare con la vita, quante famiglie devono soffrire prima di meritare una vita libera ed in pace? E poiché nessuno dei due popoli è destinato a scomparire, la pace non può essere chiesta in elemosina. Costruzione della pace non è solo speranza, è anche responsabilità.

La diplomazia internazionale dovrebbe incontrarli questi campioni della politica, capaci di creatività e di empatia. Presto, se non vogliamo perdere quest’ultima chance per una soluzione.

Nicoletta Dentico

martedì 13 ottobre 2009

L'Europa per la pace

Oggi è stato il giorno dell'Europa, e abbiamo assistito ad una conferenza a Gerusalemme Ovest, con ospiti da Italia, Francia e Spagna.

L'idea che ne è emersa è la necessità dell'Europa di fare concretamente qualcosa per la Pace in Medio-Oriente. Pechè finora ci sono state solo parole. Nulla di più.

È proprio questo ciò che mi ha colpito, perchè ho percepito come ci sia una grandissima voglia di fare oltre che di dire. Come vada crescendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell'Europa, che potrebbe anche essere risolutivo per il conflitto.

E riguardo a questo continua ad ossessionarmi un momento che ho vissuto qui: la conversazion che ho avuto nel campo profughi con un vecchio. Mi ero allontanato un attimo dal gruppo e ho iniziato a parlarci. Era seduto su di una sedia, e sdentato. Parlava molto poco inglese, ma è riucito a farsi capire. Mi ha preso la mano con una forza che non mi sarei mai aspettato, me la stringeva e ripeteva “you are incredible”, “you are incredible”. Poi mi ha spiegato. Secondo lui ero incredibile perchè sono italiano, è convinto che noi venendo lì avremmo aiutato a ritrovare la Pace. Lui crede in noi Europei, sa che abbiamo le possibilità di aiutarlo. Spero proprio di non deluderlo.

Ilo Steffenoni

Per avere uno sguardo limpido


Gruppo 6: visita alla parte "West Bank" di Gerusalemme, di Bnei Adam, Halamish, Ni'in e di Modi'in Illit, insediamenti Israeliani. Nel pullman insieme a Tonio Dell'Oglio di Libera, Michele Curto, infatigabile ed entusiasta  responsabile del nostro gruppo, e Noa, rappresentante appassionata di Peace Now.

Per avere uno sguardo limpido e capire le ragioni israeliane, ritorno al sogno di Ben Gurion, all'utopia  sionista che non era, come ci racconta Avraham Burg nel suo libro "Sconfiggere Hitler" una semplice iniziativa di salvataggio del popolo ebraico minacciato dai suoi persecutori, bensì piuttosto come la sfida per costruire un paese e una società più giusti, fondati sull'amore del prossimo. In altre parole, un paese e una società dove fosse bandito tutto ciò che ci è stato inflitto in quanto minoranza perseguitata. Oggi, questa grande istanza umanitarista non ha più ascolto in Israele: i conflitti sociali e territoriali hanno assestato un duro colpo ai valori e lasciare tramontare l'orizzonte del pensiero e delle aspirazioni nazionali".
Leggo queste parole ad alta voce ai miei compagni di viaggio e cerco di ricordarmele quando ci fermiamo davanti ai cancelli degli insediamenti, quando vediamo i poliziotti israeliani accostarsi con la  range al nostro pullmann, avvicinarsi dapprima in allerta e poi solo  incuriositi a noi, lasciarsi avvicinare da alcuni dei nostri che sono lì, sinceramente, per ascoltare le loro ragioni e, infine,  rispondere  alle domande di chi cerca di capire il perché di tante armi, di tanta violenza, di una difesa durissima dei loro territori troppo spesso occupati con veri atti di soppruso. Loro  invocano le ragioni della sicurezza, evocano le loro paure, e le loro buone ragioni per essere lì, nella terra dei padri.

E così si fa  pesante, si trasforma in incubo il muro  di cemento che ci accompagna lungo il cammino, il muro invalcabile, difeso con i fucili dagli Israeliani, pronti a colpire  con pallottole di gas  i pacifisti palestinesi  di Ni'in, decisi ,come le madri di Plaza de Mayo, a riunirsi ogni venerdì davanti  al muro che ha diviso le loro casa dalle loro terre, per prolamare in silenzio le loro ragioni. Ci accostiamo tra i fantasmi di morti evocati da Hassan Mousa, professore di Inglese della scuola del villaggio, al muro reale, insanguinato dai molti morti che hanno cercato di attraversarlo, hanno cercato di abbatterlo, il muro che divide spesso in due parti i villaggio palestinesi, il muro nato per proteggere gli israeliani, sta diventando il monumento che urla muto in faccia al mondo la loro crudeltà.
Filo spinato e mura che abbiamo visto nella foto dei campi di concentramento che rinasce qui, costruito proprio dalle vittime della Shoah.
Alla fine della nostra giornata da "incubo" in cui abbiamo visto crescere i muri dei palazzoni  degli insediamenti abusivi israeliani,  mi ritornano in mente le parole di Burg ascoltato a Mantova: " Noi Israeliani siamo diventati come Hitler voleva. Questa è la sua vittoria postuma e il nostro obiettivo oggi più che mai è di "sconfiggerlo" cambiando radicalmente strada. 
So che altri gruppi hanno incontrato pacifisti israeliani, commossi dai tentativi, come lo siamo stati noi, di non lasciare che la violenza vinca.

Alla fine della giornata mi viene in mente il paradosso di Swift: "Le utopie di chi ha voluto costruire il paradiso in terra si sono sempre trasformate in autentiche macchine infernali". Ecco il male sta proprio lì: nel tracciare la prima linea per dividere, il solco,  ha la valenza di un gesto sacro che ha sempre il dupplice aspetto di apparizione benefica e spaventosa. Forse i fratelli Abele e Caino, Romolo e Remo sono una sola persona: uno l'ombra dell'altro e oggi potremmo pensare che i Palestinesi sono l'ombra degli Israeliani, gli immigrati sono l'ombra dei popoli autoctoni, i migranti degli stanziali. Non è facile riconoscerci nella nostra ombra, il primo moto e quello della repulsione, della fuga.

Eppure l'ombra ritorna, noi non possiamo liberarcene, tanto vale allora, come direbbero  gli psicanalisti, integrarla in noi, e noi che siamo qui, in questa missione di pace,  dobbiamo almeno essere consapevoli che Palestinesi e Ebrei sono parte di noi stessi. Il nostro primo passo è di conoscerli, di abbattere i nostri muri cresciuti sui pregiudizi, sempre in agguato, e pronti a crescere e a moltiplicarsi, insediamenti abusivi della nostra anima. 

Mimma Forlani

Foto di Laura Troja

Le donne. Forza di vita




Si fanno sangue e carne le parole povertà, semplicità, espulsione, confisca della terra, armi, odio, violenza che risuonano nei saluti di benvenuto delle autorità che  accolgono noi pellegrini della pace, sabato sera nel comune di Bethlehem, paese del pane.Nella sala gremita il cuore s'aggrappa alla speranza mentre le cifre diventano paesaggi desolati.

Parole mute pulsano sul volto incorniciato dal foulard nocciola di Khadva, "green" palestinese dal volto e dagli occhi severi  che hanno attraversato la vita di filo spinato - la nostra guida di domenica nei villaggi palestinesi.
Un volto impastato di sale, morto alla gioia negli occhi pieni di lacrime della mamma di Hamas, morto misteriosamente a Bonn.

Sentieri di sabbia e di sassi si fanno irti di interrogativi nel villaggio palestinese di Swahreh dove ci accolgono in cucina le donne che hanno impastato focaccine di sale, miele e timo, hanno spremuto limoni e tagliuzzato la menta dentro il bicchiere della bevanda benefica per noi ospiti e per i loro bambini che imparano nelle aule di una scuola primaria e materna.
La vita continua negli sguardi dei bambini che ci accolgono timorosi e vitali in gesti e voci dell'infanzia di sempre.

Sotto un pino marittimo, appoggiati sulle pietre, ascoltiamo le parole di pace di Hafez, picchiato e imprigionato dai coloni nazionalisti e ortodossi, insediati sulla terra dei padri, fattasi improvvisamente verde e fertile.
I bambini ritornano dalla scuola ma non possono raggiungere le loro case se non accompagnati dai militari israeliani.
Oltre un'ora dovranno aspettare il loro arrivo sotto il sole a picco, con le loro pance vuote, i vestiti che poco riparano.

Eppure i loro volti sono cosi' attaccati alla vita, i loro gesti trattenuti sul filo dell'odio dallo sguardo del padre che leva dalle loro mani le pietre già infilate nella fionde e le cesoie pronte a tagliare il filo spinato.

In questo giorno di vento e di sole, noi stranieri, in questa terra martoriata, stiamo accanto a Hafez, ai suoi numerosi figli, alla vecchia madre nel gesto simbolico di piantare alcune agavi vicino al filo spinato affinché i territori usurpati da un popolo dimentico della Shoah non si allarghino troppo.
Sì c'è speranza negli occhi di tutti noi, e la vita si fa largo mentre ascoltiamo i colpi ritmici dei piedi dei giovani palestinesi di Artas che picchiano e danzano su pavimento di una stanza in cui ci accolgono al suono della musica tra fazzoletti, borse e foulards ricamati dalle donne.
Le donne. Forza di vita.

Mimma Forlani