Il muro, i muri
La Palestina come il Saharawi: 2 popoli in cerca della propria indipendenza, 2 muri a minacciarne la speranza e la dignità.
Muri della vergogna, dell’indifferenza, dell’egoismo.
I muri delle nostre città, i nostri muri culturali, le nostre barriere quotidiane nelle relazioni, nel lavoro, a casa, …
Utilizziamo l’ONU ipocritamente quando ci serve, non ci indigniamo, non ne rivendichiamo il ruolo quando viene usurpato come per i Palestinesi o il popolo Saharawi.
Siamo schiavi di stereotipi, di posizioni ideologiche o pretestuose.
Una cataratta è calata sui nostri occhi prigionieri di una comunicazione rassicurante e presuntuosa. Giusto è l’apparire non l’essere. Giuste le barriere che ci proteggono, le telecamere che ci registrano, le impronte che registriamo.
Non possiamo abdicare, non possiamo rinunciare al nostro ruolo di testimonianza, di educazione, di sensibilizzazione, di lotta.
Palestinesi ed Israeliani, Saharawi e Marocchini, detenuti e carcerieri, prigionieri dello stesso sistema.
Una volta visto, toccato con mano, nulla è più come prima.
Abbiamo il dovere di unirci, di comunicare, di manifestare per pretendere la dignità di ogni popolo ad avere la propria terra, il proprio governo, la propria identità.
Mario
lunedì 12 ottobre 2009
Lunedì. Giornata dedicata all'incontro con gli Israeliani.
Lunedì 12 Ottobre 2009.
La giornata dell’incontro con gli israeliani.
E già, l’incontro, il dialogo, la relazione con gli altri!!
Se il buon giorno si vede dal mattino, cominciamo male!
Se il buon dialogo si vede dall’accoglienza, cominciamo veramente male.
Usciamo da Betlemme, dove abbiamo l’albergo, e ci dirigiamo prima verso Gerusalemme e poi verso Newe Shalom, nostra destinazione finale per la mattinata.
Al primo check point, per entrare in Israele, restiamo fermi 30 minuti. Poi decidono di farci scendere e passare il check point a piedi. Tutti giù dal pullman . Ci fanno passare per una sorta di percorso obbligato delimitato da barriere di ferro. Se non fosse che siamo in Palestina potremmo pensare diessere in fila alla seggiovia in una giornata di “pienone”. Invece no! Nella seggiovia non ci sono tornelli, non ci sono metal detector, qui si!
Sembriamo polli in batteria. Noi turisti ce la “caviamo” solo esibendo il passaporto ad un tizio dietro al vetro blindato. I palestinesi invece seguono un percorso diverso del quale perdiamo traccia. L’unica cosa che riusciamo a vedere e che prima di sparire gli prendono le impronte digitali.
Ma non disperiamo, in fondo, ci dicono, qui è sempre cosi.
Arriviamo a Newe Shalom. Siamo ospiti di un “villaggio di pace” in cui si cerca di far convivere l’esperienza palestinese con quella israeliano. Un bel villaggio, tutto pulito, una bella sala conferenze, fiori nel giardino e buganville in fiore. Insomma niente di paragonabile alla matasse di filo spinato o alla cartucce di lacrimogeni esplosi che abbiamo incontrato ieri.
Abbiamo l’incontro con 5 associazioni diverse, tutte impegnate nel dialogo tra palestinesi ed israeliani. All for peace radio, Wahat al salam village, The perse Center for peace……
Tutte ONG dai nomi altosonanti. Ognuno ci presenta il proprio lavoro, le proprie attività, le proprie esperienze.
L’idea che ci facciamo, però, è di un qualcosa completamente staccato dalla realtà di ieri. Qualcuno ci prova…scusate mail muro?….. la green line?....gli insediamenti?
Non c’è spazio per la domande, dobbiamo andare avanti con il programma. Una ad una ci “sorbiamo” tutte e cinque le spiegazioni quasi impotenti di reagire. Ci raccontano del ruolo fondamentale dei media, delle tante integrazioni tra palestinesi ed israeliani, del villaggio della pace dove vivono insieme e dove insegnano ai bambini la convivenza culturale.
Ma qualcosa non ci convince. E’ tutto troppo asettico! E’ tutto troppo belo per essere vero!
Finalmente le domande…Scusate ma il muro?…. La green line?…gli insediamenti?
Risposta perentoria: siamo delle ONG, non siamo schierati politicamente, non possiamo rispondere!
Peccato! Avevamo bisogno di capire, e per capire abbiamo bisogno di risposte. Certe!
Ma noi non demordiamo, andiamo avanti, qualcuno prima o poi dovrà pure risponderci!
Il pomeriggio ci spostiamo a Jaffa. Dobbiamo incontrare L’associazione dei Medici per i diritti umani.
Qui si cambia musica. Qui si ricomincia a parlare occupazione, di territori occupati, di Gaza, di coloni.
Qui c’è qualcuno che conferma che il problema esiste!
Bella esperienza. La persona che ci parla, israeliana, sa il fatto suo. Si assume le sue responsabilità. Ci racconta le sofferenze dei palestinesi di Gaza, ci racconta le difficoltà che come associazione hanno nell’assistenza sanitaria, i pochi mezzi che hanno a disposizione ma la volontà assoluta di lavorare insieme palestinesi ed israeliani. Alla richiesta di un suo “giudizio” sulla questione di Gaza risponde con estrema fermezza: al centro di tutto ci sono la giustizia e i rispetto dei diritti umani. Senza di questo ogni altro intervento sarebbe inutile.
Torniamo in albergo stanchi, forse un po’ delusi dalla giornata ma sempre consapevoli che stiamo facendo la cosa giusta: la ricerca della verità.
Sandro
La giornata dell’incontro con gli israeliani.
E già, l’incontro, il dialogo, la relazione con gli altri!!
Se il buon giorno si vede dal mattino, cominciamo male!
Se il buon dialogo si vede dall’accoglienza, cominciamo veramente male.
Usciamo da Betlemme, dove abbiamo l’albergo, e ci dirigiamo prima verso Gerusalemme e poi verso Newe Shalom, nostra destinazione finale per la mattinata.
Al primo check point, per entrare in Israele, restiamo fermi 30 minuti. Poi decidono di farci scendere e passare il check point a piedi. Tutti giù dal pullman . Ci fanno passare per una sorta di percorso obbligato delimitato da barriere di ferro. Se non fosse che siamo in Palestina potremmo pensare diessere in fila alla seggiovia in una giornata di “pienone”. Invece no! Nella seggiovia non ci sono tornelli, non ci sono metal detector, qui si!
Sembriamo polli in batteria. Noi turisti ce la “caviamo” solo esibendo il passaporto ad un tizio dietro al vetro blindato. I palestinesi invece seguono un percorso diverso del quale perdiamo traccia. L’unica cosa che riusciamo a vedere e che prima di sparire gli prendono le impronte digitali.
Ma non disperiamo, in fondo, ci dicono, qui è sempre cosi.
Arriviamo a Newe Shalom. Siamo ospiti di un “villaggio di pace” in cui si cerca di far convivere l’esperienza palestinese con quella israeliano. Un bel villaggio, tutto pulito, una bella sala conferenze, fiori nel giardino e buganville in fiore. Insomma niente di paragonabile alla matasse di filo spinato o alla cartucce di lacrimogeni esplosi che abbiamo incontrato ieri.
Abbiamo l’incontro con 5 associazioni diverse, tutte impegnate nel dialogo tra palestinesi ed israeliani. All for peace radio, Wahat al salam village, The perse Center for peace……
Tutte ONG dai nomi altosonanti. Ognuno ci presenta il proprio lavoro, le proprie attività, le proprie esperienze.
L’idea che ci facciamo, però, è di un qualcosa completamente staccato dalla realtà di ieri. Qualcuno ci prova…scusate mail muro?….. la green line?....gli insediamenti?
Non c’è spazio per la domande, dobbiamo andare avanti con il programma. Una ad una ci “sorbiamo” tutte e cinque le spiegazioni quasi impotenti di reagire. Ci raccontano del ruolo fondamentale dei media, delle tante integrazioni tra palestinesi ed israeliani, del villaggio della pace dove vivono insieme e dove insegnano ai bambini la convivenza culturale.
Ma qualcosa non ci convince. E’ tutto troppo asettico! E’ tutto troppo belo per essere vero!
Finalmente le domande…Scusate ma il muro?…. La green line?…gli insediamenti?
Risposta perentoria: siamo delle ONG, non siamo schierati politicamente, non possiamo rispondere!
Peccato! Avevamo bisogno di capire, e per capire abbiamo bisogno di risposte. Certe!
Ma noi non demordiamo, andiamo avanti, qualcuno prima o poi dovrà pure risponderci!
Il pomeriggio ci spostiamo a Jaffa. Dobbiamo incontrare L’associazione dei Medici per i diritti umani.
Qui si cambia musica. Qui si ricomincia a parlare occupazione, di territori occupati, di Gaza, di coloni.
Qui c’è qualcuno che conferma che il problema esiste!
Bella esperienza. La persona che ci parla, israeliana, sa il fatto suo. Si assume le sue responsabilità. Ci racconta le sofferenze dei palestinesi di Gaza, ci racconta le difficoltà che come associazione hanno nell’assistenza sanitaria, i pochi mezzi che hanno a disposizione ma la volontà assoluta di lavorare insieme palestinesi ed israeliani. Alla richiesta di un suo “giudizio” sulla questione di Gaza risponde con estrema fermezza: al centro di tutto ci sono la giustizia e i rispetto dei diritti umani. Senza di questo ogni altro intervento sarebbe inutile.
Torniamo in albergo stanchi, forse un po’ delusi dalla giornata ma sempre consapevoli che stiamo facendo la cosa giusta: la ricerca della verità.
Sandro
Domenica. Giornata dedicata all'incontro con i palestinesi
Domenica 11 Ottobre 2009.
La giornata dell’incontro con i palestinesi
Ci sono cose che se “non vedi non credi”, ci sono voci che se non senti non capisci, ci sono sensazioni che se non provi non hai il senso della realtà!
Questo è lo spirito del nostro viaggio, del nostro partire per la Palestina, del nostro partire per Israele.
Giornata intensa quella di oggi, dedicata all’incontro con i palestinesi.
Comincia presto, alle 7 della mattina ed è tutto un susseguirsi di spostamenti ed incontri.
Incontro con le persone, con le associazioni, con i movimenti, per finire, alle 18 con l’incontro con il primo ministro Palestinese Salam Fayyad .
Giornata difficile non dal punto di vista fisico, ma emotivo. Ci siamo calati nella cruda realtà palestinese fatta di sofferenza, oppressione, lotta, ribellione e speranza.
Abbiamo visto il muro che gli israeliani stanno costruendo o che hanno già costruito. Abbiamo visto le recinzioni che delimitano gli insediamenti israeliani e che presto diventeranno anch’essi muro!
Abbiamo visto la disperazione dei palestinesi che si vedono sottrarre la terra da sotto i piedi.
Abbiamo visto la sofferenza delle famiglie “confinate” a cui è stata tolta la terra da coltivare.
Abbiamo visto la disperazione della gente palestinese costretta all’umiliazione di infiniti check point senza la certezza di passarli.
Ma è proprio la speranza l’unica fonte di vita che li fa andare avanti.
L’incontro con il primo ministro palestinese ci ha richiamato alla nostra responsabilità! Ha richiamato l’Italia e l’Europa a lottare per il rispetto del diritto internazionale ed ha suscitato in tutti noi un senso di grande rispetto per il popolo Palestinese.
Oggi le voci dei palestinesi.
Domani incontreremo gli israeliani.
Dobbiamo continuare a capire, a vedere, ad ascoltare.
Non possiamo giudicare senza aver ascoltato tutti.
Non possiamo giudicare senza aver visti con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie.
E noi vogliamo vedere, sentire e capire.
Sandro
La giornata dell’incontro con i palestinesi
Ci sono cose che se “non vedi non credi”, ci sono voci che se non senti non capisci, ci sono sensazioni che se non provi non hai il senso della realtà!
Questo è lo spirito del nostro viaggio, del nostro partire per la Palestina, del nostro partire per Israele.
Giornata intensa quella di oggi, dedicata all’incontro con i palestinesi.
Comincia presto, alle 7 della mattina ed è tutto un susseguirsi di spostamenti ed incontri.
Incontro con le persone, con le associazioni, con i movimenti, per finire, alle 18 con l’incontro con il primo ministro Palestinese Salam Fayyad .
Giornata difficile non dal punto di vista fisico, ma emotivo. Ci siamo calati nella cruda realtà palestinese fatta di sofferenza, oppressione, lotta, ribellione e speranza.
Abbiamo visto il muro che gli israeliani stanno costruendo o che hanno già costruito. Abbiamo visto le recinzioni che delimitano gli insediamenti israeliani e che presto diventeranno anch’essi muro!
Abbiamo visto la disperazione dei palestinesi che si vedono sottrarre la terra da sotto i piedi.
Abbiamo visto la sofferenza delle famiglie “confinate” a cui è stata tolta la terra da coltivare.
Abbiamo visto la disperazione della gente palestinese costretta all’umiliazione di infiniti check point senza la certezza di passarli.
Ma è proprio la speranza l’unica fonte di vita che li fa andare avanti.
L’incontro con il primo ministro palestinese ci ha richiamato alla nostra responsabilità! Ha richiamato l’Italia e l’Europa a lottare per il rispetto del diritto internazionale ed ha suscitato in tutti noi un senso di grande rispetto per il popolo Palestinese.
Oggi le voci dei palestinesi.
Domani incontreremo gli israeliani.
Dobbiamo continuare a capire, a vedere, ad ascoltare.
Non possiamo giudicare senza aver ascoltato tutti.
Non possiamo giudicare senza aver visti con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie.
E noi vogliamo vedere, sentire e capire.
Sandro
LA MARCIA DELLA PACE E LA DIPLOMAZIA DEL POPOLO
Dopo i primi due giorni di viaggio nei territori palestinesi e in Israele, la marcia della pace, cui hanno dato vita oltre 400 italiani a sostegno della ripresa del dialogo israelo-palestinese, sta assumendo una connotazione per certi aspetti sorprendente: negli incontri che la missione di ammistratori locali, sindacalisti, esponenti di associazioni, studenti e semplici cittadini, mobilitatisi sotto l`”egida” (e` proprio il caso di dire) del Coordinamento nazionale degli Enti locali per la Pace e i Diritti umani, la Tavola della Pace e la Piattaforma delle ong italiane per il Medio Oriente, sta emergendo una sorta di diplomazia del popolo in grado di esprimersi e di interloquire anche al piu` alto livello. Ci sono molti modi per raccontare un conflitto. Quello israelo-palestinese in sessant`anni ha visto un numero impressionante di iniziative, anzi, di offensive diplomatiche, di conferenze internazionali di pace che hanno tentato -soprattutto con la fine della `Guerra Fredda``- di definire nuovi equilibri sullo scacchiere mediorientale, di risoluzioni delle Nazioni Unite inascoltate, decine di impegni sottoscritti e in gran parte inevasi. Si possono raccontare le morti dell`occupazione, le sofferenze del corpo e dell`anima di due popoli e dei loro figli che non hanno mai conosciuto la pace. Si puo` raccontare la lotta del popolo palestinese per il diritto a uno Stato; cosi` come il diritto alla sicurezza di Israele minacciata dai regimi integralisti della regione e che a difesa dagli attacchi dei militanti palestinesi si costruisce un muro alto otto metri, come l`ha conosciuto l`Europa dei blocchi contrapposti, che in Cisgiordania ha tagliato villaggi, giardini, separato famiglie, messo in ginocchio l`economia locale. Fino a raccontare della strategia del `tempo rubato` ogni giorno a quanti -bambini che vanno a scuola o adulti che vanno al lavoro- devono sottoporsi a lunghi e avvilenti controlli ai cosiddetti `check point` israeliani. Ma ora e` arrivato il `Tempo delle Responsabilita`. E per tutti.
Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e questa esortazione e` stata fatta propria da un visionario e instancabile personaggio, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della `Tavola della Pace`, che ha dato questo nome (Time for Responsabilities) alla Perugia-Assisi, la storica marcia della pace, e l`ha trasferita a Gerusalemme, la citta` piu` contesa del mondo. Ha gia` portato la missione dei `Quattrocento` nei campi profughi palestinesi, negli insediamenti israeliani, a Betlemme, Bielin, Birseit, Swahreh, Al Twani, Artas, Jenin, Nablus, Gerusalemme, Nazareth, Haifa, Neve Shalom, Jaffa, Sderot, Tel Aviv, Misgav, Sachnin, nell`Alta Galilea. Ha fatto incontrare i `Quattrocento` -guai a chiamarli pacifisti- con israeliani e palestinesi di organizzazioni non governative locali, con associazioni informali di volontariato, con religiosi che si occupano di lenire le sofferenze soprattutto di bambini.Durante una visita a Sderot, la cittadina israeliana al confine con la Striscia di Gaza sotto tiro dei razzi `qassam` palestinesi, si resta esterrefatti nell`ascoltare l`Altra Voce, un`associazione israeliana che non vuole il `muro`, ma il dialogo con i palestinesi. E come loro tanti altri: `Breaking the Silence`, `Combat for peace`, `Matson` Watch`, `Bat Shalon`, `Refusnik`, `Peace Now`.
I `Quattrocento ` italiani hanno parlato con associasione di donne palestinesi e israeliane e hanno scoperto che si incontrano quasi in segreto per conoscersi, capire che cosa, loro che condividono le stesse paure per il futuro dei loro figli, possono fare per smuovere la politica. La delegazione e` stata ricevuta a Ramallah dal primo ministro palestinese, Salam Fayyad, che in un lungo intervento ha invocato per l`ennesima volta un ruolo piu` incisivo dell`Unione europea, esortandola a interrogarsi su che cosa non ha funzionato in questi sedici anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo sull`autonomia ai palestinesi, Una domanda che domani sara` rilanciata in una conferenza a Gerusalemme sulla ‘responsabilita’’ dell’Europa nei confronti del processo di pace. Vi partecipano I rappresentanti dei 400 ma anche protagonsiti palestinesi, israeliani ed europei.
Lucio Racano (Agenzia Italia)
Accanto allo xilofono gigante che campeggia sulla collina di Sderot prospiciente Gaza in ricordo di alcuni caduti israeliani (foto di Floriana Lenti)
Questo articolo è stato pubblicato anche su www.agi.it
Storie di terre rubate al futuro – Jenin – 1° giorno
Nel programma è stato chiamato il giorno dell’ascolto dei palestinesi. E così mi sono messa all’ascolto. “Da qui non andremo via. Anche se dovessimo mangiare foglie d’albero. Non sappiamo dove andare, questa è casa nostra” Mahamed è il coordinatore delle scuole del distretto di Jenin. Il villaggio dove lo abbiamo incontrato è At Tayba, o Teiyiba, uno dei tanti che da 3 anni si trova a ridosso del muro e che dal muro è stato diviso. “Avevamo appena ultimato il campo di calcio, unico spazio per i ragazzi di qui. E poi il muro se l’è portato via, lasciandolo dall’altra parte” dice uno dei maestri che il muro lo guarda dalle aule. Hanno dovuto costruire un muro anche loro, intorno alla scuola, per evitare che i soldati israeliani continuassero a consumare la loro prepotenza gratuita sui ragazzi. Entravano senza chiedere permesso per bere e molestavano.
È un muro grezzo, grigio, non alto quanto quello israeliano che qui ha le sembianze del filo spinato. Già perché il muro può essere di cemento o di filo spinato con telecamere. In entrambi i casi invalicabile. Più su, in cima alla collina di fronte a quella della scuola, spiccano le case bianche dai tetti rossi dei coloni, i settlements. E di fianco, sulla stessa collina un altro pezzo del villaggio di At Tayba che il muro ha messo di là. Il muro è in basso. Costeggiato da una strada ad uso esclusivamente militare. Il campo di calcio è laggiù: si riconoscono solo le due porte bianche che svettano tra le erbacce che lo hanno invaso. I bambini saltano, giocano e ci guardano curiosi, Qualcuno piange. I ragazzi invece ci approcciano con qualche parola in inglese. Uno mi dice “my country is beautiful”. Gli dico che lo penso anch’io, ma quello che non gli dico è che vorrei abbracciarlo perché bello è lui con l’amore per il suo paese così disperato.
Ad Abla, la responsabile di ECRC, una ong palestinese che si occupa da più di 20 anni di infanzia, chiediamo come vivono i bambini questa situazione. Abla ha un bel sorriso, ma quando si parla di “politica” negli occhi le lampeggia un’espressione mista che sembra dire: “come faccio a spiegartelo” ma anche: “non l’hai capito ancora?” E invece lo spiega molto bene e con poche parole. “Sono cresciuta con il mio paese occupato. I miei figli stanno crescendo sotto l’occupazione. A loro che mi chiedono com’è il mare io provo a spiegare l’immensità della distesa d’acqua cosicché quando, dopo intense piogge, si forma un lago vicino casa mi chiedono se quello è il mare. Poi mi chiedono anche perché non ci andiamo a vederlo, il mare e io rispondo che è proibito. E quando mi chiedono perché non vediamo mai la mia famiglia che vive a Nazareth io devo di nuovo rispondere che è proibito”.
Il muro ha diviso le terre senza rispettare proprietà o servitù di passaggio ma ha anche diviso famiglie. Ci raccontano che durante le loro festività i palestinesi raramente posso ricongiungersi con i familiari: servono permessi difficili da ottenere, soggetti come sono a imprevedibili e lunghi criteri di emissione. E’ una guerra di nervi vista da questo punto di vista, ma i nervi più logori sembrano quelli dei ragazzi ai checkpoint, costretti a vestirsi da cattivi a 18 anni con mitra in spalla e giubbotto antiproiettile.
Il governatore di Jenin, Kaddoura Moussa, è un uomo alto e robusto. Entra nella sala già gremita di italiani e si fa silenzio. Ci da il benvenuto, comincia a parlare, il traduttore va per approssimazione, si capisce dall’italiano stentato che usa, sicuramente non riesce a trasmetterci le sfumature del discorso. Dice cose interessanti ma con freddezza, come chi è abituato a fare comizi. Poi, rispondendo a una domanda si lascia scappare che è lui stesso un profugo, è nato a Haifa, è stato per 12 anni nelle prigioni israeliane. Si rilassa, gli occhi si addolciscono, non sembra più così robusto. Qualcuno gli chiede del muro tedesco, caduto 20 anni fa, che sembra anacronistico che se ne costruisca un altro. “Sono due muri molto diversi. Ma quel muro è stato tirato giù da anni di cultura di pace, di costruzione di scuole, di iniziative e progetti innovativi. Anche qui dobbiamo costruire una cultura di pace per tirarlo giù, non lo farà la politica”. Sono parole alle quali è bello credere. E’ il motivo per cui siamo qui. Per costruire senza dimenticare. Per prendersi la responsabilità di esserci e di contare.
Paola Ferrara
domenica 11 ottobre 2009
VIAGGIO A BIL'IN, LA PIETRA E L'ULIVO

Betlemme - Il viaggio che ci porta a Bil'in è un viaggio fra la pietra e l'ulivo. La pietra la trovi dovunque, sulle colline, nelle cave, ai lati della strada. In grossi blocchi o frantumata in pezzi più piccoli. Pietra bianca e rosata. La stessa con cui sono fatte le case. Quelle dei villaggi palestinesi e quelle dei coloni negli insediamenti ebraici.
Ma nel regno della pietra c'è anche l'ulivo. A volte sembra l'unica presenza vegetale in questa terra brulla e stancata dal sole cocente. L'ulivo è una pianta della vita e della speranza. Fornisce i frutti e l'olio. E i suo ramoscelli sono il simbolo della pace.
La festa degli ulivi anima il villaggio di Aboud, sulla strada fra Nablus e Ramallah. Al nostro arrivo si respira subito aria di festa per le bandiere e gli striscioni. Poi ci sono tanti bambini per le strade. Allegri e sorridenti. I muri delle case sono tappezzati con grandi manifesti dove appare la foto di un bellissimo ulivo. Accanto c'è scritta una frase: Proteggete gli ulivi palestinesi, proteggete la pace.
Le infinite spartizioni di questi luoghi, il muro divisorio eretto dagli israeliani, le nuove strade costruite per favorire i movimenti dei coloni e gli insediamenti hanno sottratto a molta gente l'accesso ai terreni.
Molti palestinesi raccontano di non poter neppure andare a raccogliere gli ulivi nei terreni di loro proprietà ai causa delle vessazioni che subiscono dai coloni. Ecco perché la Festa degli ulivi in un piccolo villaggio diventa un evento simbolico. Così ad Aboud arriva anche il primo ministro dell'Autorità palestinese Salam Fayyad. “Questa festa”,mi dice, “vuole testimoniare la nostra volontà di restare su questa terra e godere dei suoi frutti. Le nostre radici in questa terra sono profonde come le radici di questi ulivi”.
Attorno a Fayyad ci sono vari diplomatici occidentali. Sono tutti in camicia, sotto un caldo feroce. Attorno si notano le divise degli scout cristiani, che sono qui insieme ai loro compagni musulmani. La popolazione di Aboud, infatti, è divisa quasi a metà fra cristiani e musulmani. Alla festa ci sono il parroco cattolico insieme con il pope ortodosso. C'è anche un giovanissimo seminarista, è padre Issa, 22 anni.
Fra gli ulivi si balla, si canta e si battono le mani. Poco prima di mezzogiorno si va tutti sotto un pergolato. La gente del posto è indaffarata per sistemare tutti. Anche per noi trovano sedie, tavoli, posate e bicchieri.
“Welcome to Palestine” mi sorride Maher, 23 anni, quando mi siedo accanto a lui. Studia agraria e fa di tutto per farci sentire a casa. Grida perché ci portino subito da bere. Arrivano le bibite, poi un bel piatto di pane condito con cipolle, carote e spezie. Sul pane ci sono pezzi di pollo cotti a puntino. Un piatto squisito. A un certo punto Maher mi mette nel piatto anche un pezzo del suo pollo. Protesto, ma insiste. L'ospitalità degli arabi è sempre spiazzante e invano cerco di offrirgli una parte del mio pane. Dopo il caffé ci rimettiamo in cammino.
Lasciamo Aboud e puntiamo verso Na'alin. E' un villaggio che confina con il muro costruito dal governo israeliano. Ettari di uliveti che appartenevano alla gente del villaggio ora sono oltre il muro.
Qui ogni venerdì viene organizzata una resistenza non violenta contro il muro, ma i soldati israeliani reagiscono sparando lacrimogeni. Negli ultimi anni 5 palestinesi dono stati colpiti a morte dai proiettili sparati dai soldati. Sulla strada sterrata che porta al muro troviamo i candelotti dei lacrimogeni, alcuni in gomma, altri in metallo. Una delle vittime è il nipote di Hassan Mousa, portavoce del comitato locale per la resistenza contro il muro. Hassan mostra la foto del nipote moribondo, con la testa fasciata e la bocca socchiusa. Si chiede e ci chiede che male ha fatto agli israeliani quel ragazzino di 10 anni. Hassan l'anno scorso è stato una settimana in cella. Lo hanno arrestato durante una manifestazione. Esiste la foto del suo arresto. Un poliziotto lo spinge e lui barcolla tenendo in un mano la bandiera palestinese e nell'altra mano un ramoscello di ulivo.
Lo stesso tipo di resistenza, ogni venerdì, viene organizzato in un altro villaggio poco lontano, Bil'in. Anche qui camminiamo sullo sterrato per raggiungere il luogo della protesta a ridosso della barriera di filo spinato. Ci raduniamo accanto a questo confine forzato e a pochi metri da noi, dalla parte opposta, ci sono due soldati israeliani. Ci raccogliamo attorno alla lapide che ricorda la morte di Al Shheed Basdim Abo Rahmah, 31 anni, colpito a morte il 17 aprile del 2009 durante una manifestazione di protesta non violenta.
Poco dopo ci ritroviamo nel giardino di Abdallah, animatore del comitato locale di resistenza non violenta. Abdallah parla dell'esempio di Gandhi e di Mandela. Poi arriva anche Dror, un attivista israeliano del movimento Yesh Din. Anche loro partecipano alle proteste contro il muro. “Vogliamo che Israele si guardi allo specchio e riconosca i suoi errori in questi territori, perché qui il nostro Governo viola prima di tutto le sue leggi interne”, dice Dror. Poi racconta l'episodio di un soldato di Tsahal che poco tempo, nel villaggio, si è scontrato verbalmente con una pacifista americana. “Quel soldato”, racconta Dror, “era convinto che il villaggio e questa terra della Cisgiordania fosse territorio israeliano. 'Qui siamo in Israele', gridava. Ed era in buona fede perché gli è stato insegnato questo”. Droer ci spiega così che l'impegno per la pace e per la pacifica convivenza in queste terra è anche una battaglia culturale. Poi ci lascia, deve correre va Tel Aviv per una riunione del suo movimento. Chi lotta per pace non sta mai fermo.
Roberto Zichittella (Famiglia Cristiana)
LA SPERANZA (E IL DOLORE) SOTTO LE PRUGNE
Le piccole cose sono la spia del mondo. Anche del dolore che, a prima vista, non si vede, nascosto com'è nelle pieghe più recondite dei sentimenti e dal desiderio di mascherare, per dignità, ogni passione. Così qui a Betlemme la mia prima riflessione non discende, come sarebbe ovvio, dalla vista del muro che vedo per la prima volta arrivando all'alba dall'aeroporto Ben Gurion. Passiamo lisci sotto la porta di metallo del check point e arriviamo all'albergo, spiati dalle torrette cilindriche che sovrastano il manufatto che, una volta finito, sarà lungo 800 chilometri, come andare da Napoli a Milano, scherza amaro un amico. Ma ora a letto, che è tardi.

A mezzodì del giorno dopo, usciti dall'albergo con camera con vista (sul muro) vien voglia di verdura. E' sabato e quasi tutto è chiuso ma un verduriere lo troviamo, una sorta di minimarket con ogni ben di dio: uva, banane, manghi, kiwi, pere, mele e delle rigogliose prugne rosse. La frutta è quasi tutta acerba, indice di un'attenta capacità di mercato che un po' stupisce. Ma quando guardi il nome sulle cassette di cartone che contengono la frutta...i caratteri son quelli dell'alfabeto ebraico. Non c'è nulla nel negozio, a prima vista, che non venga da oltre il muro, come se qui non si producesse nulla, i limoni fossero sterili e poco gustosi, i meloni non nascessero dal seme in queste lande, gli alberi fossero disseccati. Ma non è così.
Con tutte le difficoltà logistiche di queste terre dolorose, se un contadino ci mette tre o cinque ore per portare la sua roba al mercato, i meloni arrivan cotti, le pere fradice, i fichi troppo maturi. Diventa più facile, anzi obbligatorio, ricorrere al mercato più vicino, più attrezzato, più refrigerato. Si apre la porta blindata del muro e a Betlemme arriva la verdura che dai campi arabi non riesce ad arrivare. Non solo ma la devi pagare – al mediatore e poi quando la compri al negozio - con la moneta del tuo nemico, lo Sheqalim (pronuncia shekel) perché in un paese che non è uno stato non si batte moneta e dunque devi tenere in tasca il mezzo di scambio di un'altra economia. E' tutto cosi logico...
Penso a una vecchia signora laziale che manteneva i figli all'università con un campo di zucchine. La vecchia contadina, piegata in due dall'osteoporosi, mi raccontava che alle 4 del mattino era già nel suo campo a tagliare le piccole cucurbitacee e che alle 5 la sua verdura era già al mercato. Pagata in lire per trasformarsi nel diploma dei ragazzi. Ma bastava andare dalla periferia ai mercati generali. C'era il camion di suo cugino. Senza check point...
Mi resta una speranza a guardare quelle prugne rosse sugose che non poggiano su alcuna cassetta. O le avranno spostate? E' un dubbio che mi lascia un gusto amaro. Anche se la frutta è dolce
Emanuele Giordana da Betlemme

A mezzodì del giorno dopo, usciti dall'albergo con camera con vista (sul muro) vien voglia di verdura. E' sabato e quasi tutto è chiuso ma un verduriere lo troviamo, una sorta di minimarket con ogni ben di dio: uva, banane, manghi, kiwi, pere, mele e delle rigogliose prugne rosse. La frutta è quasi tutta acerba, indice di un'attenta capacità di mercato che un po' stupisce. Ma quando guardi il nome sulle cassette di cartone che contengono la frutta...i caratteri son quelli dell'alfabeto ebraico. Non c'è nulla nel negozio, a prima vista, che non venga da oltre il muro, come se qui non si producesse nulla, i limoni fossero sterili e poco gustosi, i meloni non nascessero dal seme in queste lande, gli alberi fossero disseccati. Ma non è così.
Con tutte le difficoltà logistiche di queste terre dolorose, se un contadino ci mette tre o cinque ore per portare la sua roba al mercato, i meloni arrivan cotti, le pere fradice, i fichi troppo maturi. Diventa più facile, anzi obbligatorio, ricorrere al mercato più vicino, più attrezzato, più refrigerato. Si apre la porta blindata del muro e a Betlemme arriva la verdura che dai campi arabi non riesce ad arrivare. Non solo ma la devi pagare – al mediatore e poi quando la compri al negozio - con la moneta del tuo nemico, lo Sheqalim (pronuncia shekel) perché in un paese che non è uno stato non si batte moneta e dunque devi tenere in tasca il mezzo di scambio di un'altra economia. E' tutto cosi logico...
Penso a una vecchia signora laziale che manteneva i figli all'università con un campo di zucchine. La vecchia contadina, piegata in due dall'osteoporosi, mi raccontava che alle 4 del mattino era già nel suo campo a tagliare le piccole cucurbitacee e che alle 5 la sua verdura era già al mercato. Pagata in lire per trasformarsi nel diploma dei ragazzi. Ma bastava andare dalla periferia ai mercati generali. C'era il camion di suo cugino. Senza check point...
Mi resta una speranza a guardare quelle prugne rosse sugose che non poggiano su alcuna cassetta. O le avranno spostate? E' un dubbio che mi lascia un gusto amaro. Anche se la frutta è dolce
Emanuele Giordana da Betlemme
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