domenica 11 ottobre 2009

VIAGGIO A BIL'IN, LA PIETRA E L'ULIVO



Betlemme - Il viaggio che ci porta a Bil'in è un viaggio fra la pietra e l'ulivo. La pietra la trovi dovunque, sulle colline, nelle cave, ai lati della strada. In grossi blocchi o frantumata in pezzi più piccoli. Pietra bianca e rosata. La stessa con cui sono fatte le case. Quelle dei villaggi palestinesi e quelle dei coloni negli insediamenti ebraici.
Ma nel regno della pietra c'è anche l'ulivo. A volte sembra l'unica presenza vegetale in questa terra brulla e stancata dal sole cocente. L'ulivo è una pianta della vita e della speranza. Fornisce i frutti e l'olio. E i suo ramoscelli sono il simbolo della pace.


La festa degli ulivi anima il villaggio di Aboud, sulla strada fra Nablus e Ramallah. Al nostro arrivo si respira subito aria di festa per le bandiere e gli striscioni. Poi ci sono tanti bambini per le strade. Allegri e sorridenti. I muri delle case sono tappezzati con grandi manifesti dove appare la foto di un bellissimo ulivo. Accanto c'è scritta una frase: Proteggete gli ulivi palestinesi, proteggete la pace.
Le infinite spartizioni di questi luoghi, il muro divisorio eretto dagli israeliani, le nuove strade costruite per favorire i movimenti dei coloni e gli insediamenti hanno sottratto a molta gente l'accesso ai terreni.
Molti palestinesi raccontano di non poter neppure andare a raccogliere gli ulivi nei terreni di loro proprietà ai causa delle vessazioni che subiscono dai coloni. Ecco perché la Festa degli ulivi in un piccolo villaggio diventa un evento simbolico. Così ad Aboud arriva anche il primo ministro dell'Autorità palestinese Salam Fayyad. “Questa festa”,mi dice, “vuole testimoniare la nostra volontà di restare su questa terra e godere dei suoi frutti. Le nostre radici in questa terra sono profonde come le radici di questi ulivi”.

Attorno a Fayyad ci sono vari diplomatici occidentali. Sono tutti in camicia, sotto un caldo feroce. Attorno si notano le divise degli scout cristiani, che sono qui insieme ai loro compagni musulmani. La popolazione di Aboud, infatti, è divisa quasi a metà fra cristiani e musulmani. Alla festa ci sono il parroco cattolico insieme con il pope ortodosso. C'è anche un giovanissimo seminarista, è padre Issa, 22 anni.
Fra gli ulivi si balla, si canta e si battono le mani. Poco prima di mezzogiorno si va tutti sotto un pergolato. La gente del posto è indaffarata per sistemare tutti. Anche per noi trovano sedie, tavoli, posate e bicchieri.
“Welcome to Palestine” mi sorride Maher, 23 anni, quando mi siedo accanto a lui. Studia agraria e fa di tutto per farci sentire a casa. Grida perché ci portino subito da bere. Arrivano le bibite, poi un bel piatto di pane condito con cipolle, carote e spezie. Sul pane ci sono pezzi di pollo cotti a puntino. Un piatto squisito. A un certo punto Maher mi mette nel piatto anche un pezzo del suo pollo. Protesto, ma insiste. L'ospitalità degli arabi è sempre spiazzante e invano cerco di offrirgli una parte del mio pane. Dopo il caffé ci rimettiamo in cammino.
Lasciamo Aboud e puntiamo verso Na'alin. E' un villaggio che confina con il muro costruito dal governo israeliano. Ettari di uliveti che appartenevano alla gente del villaggio ora sono oltre il muro.

Qui ogni venerdì viene organizzata una resistenza non violenta contro il muro, ma i soldati israeliani reagiscono sparando lacrimogeni. Negli ultimi anni 5 palestinesi dono stati colpiti a morte dai proiettili sparati dai soldati. Sulla strada sterrata che porta al muro troviamo i candelotti dei lacrimogeni, alcuni in gomma, altri in metallo. Una delle vittime è il nipote di Hassan Mousa, portavoce del comitato locale per la resistenza contro il muro. Hassan mostra la foto del nipote moribondo, con la testa fasciata e la bocca socchiusa. Si chiede e ci chiede che male ha fatto agli israeliani quel ragazzino di 10 anni. Hassan l'anno scorso è stato una settimana in cella. Lo hanno arrestato durante una manifestazione. Esiste la foto del suo arresto. Un poliziotto lo spinge e lui barcolla tenendo in un mano la bandiera palestinese e nell'altra mano un ramoscello di ulivo.
Lo stesso tipo di resistenza, ogni venerdì, viene organizzato in un altro villaggio poco lontano, Bil'in. Anche qui camminiamo sullo sterrato per raggiungere il luogo della protesta a ridosso della barriera di filo spinato. Ci raduniamo accanto a questo confine forzato e a pochi metri da noi, dalla parte opposta, ci sono due soldati israeliani. Ci raccogliamo attorno alla lapide che ricorda la morte di Al Shheed Basdim Abo Rahmah, 31 anni, colpito a morte il 17 aprile del 2009 durante una manifestazione di protesta non violenta.

Poco dopo ci ritroviamo nel giardino di Abdallah, animatore del comitato locale di resistenza non violenta. Abdallah parla dell'esempio di Gandhi e di Mandela. Poi arriva anche Dror, un attivista israeliano del movimento Yesh Din. Anche loro partecipano alle proteste contro il muro. “Vogliamo che Israele si guardi allo specchio e riconosca i suoi errori in questi territori, perché qui il nostro Governo viola prima di tutto le sue leggi interne”, dice Dror. Poi racconta l'episodio di un soldato di Tsahal che poco tempo, nel villaggio, si è scontrato verbalmente con una pacifista americana. “Quel soldato”, racconta Dror, “era convinto che il villaggio e questa terra della Cisgiordania fosse territorio israeliano. 'Qui siamo in Israele', gridava. Ed era in buona fede perché gli è stato insegnato questo”. Droer ci spiega così che l'impegno per la pace e per la pacifica convivenza in queste terra è anche una battaglia culturale. Poi ci lascia, deve correre va Tel Aviv per una riunione del suo movimento. Chi lotta per pace non sta mai fermo.

Roberto Zichittella (Famiglia Cristiana)

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