giovedì 15 ottobre 2009

In viaggio per la pace



Siamo arrivati in quattrocento dall'Italia, persone singole, rappresentanti di associazioni e amministratori locali per questa settimana della pace in Israele e Palestina, organizzata dalla Tavola
della Pace. Questa missione e' la piu' grande e numerosa dopo parecchi anni, almeno per quanto riguarda la Terra Santa. Per me e' la prima volta dopo la mia espulsione avvenuta nel 2002 quando un gruppo dipacifisti voleva raggiungere Gerusalemme per partecipare ad una manifestazione di solidarieta' con il popolo palestinese. Da quella volta non avevo piu' avuto occasione di partecipare ad alcuna missionedi pace in Palestina, almeno passando da Israele. Mi sono aggregato
volentieri alla carovana, in rappresentanza della Rete degli Artisti contro le guerre e per promuovere nell'occasione la marcia mondiale per la pace che e' da poco iniziata.

Sabato 10 ottobre:
Arrivo a Tel Aviv e pernottamento a Betlemme. Subito dopo il nostro arrivo abbiamo avuto un incontro in una sala del Comune di Betlemme. Erano presenti anche il Sindaco di Betlemme, il governatore della regione e il portavoce del Consolato italiano. Abbiamo fatto il punto sulla
settimana di pace e ci siamo scambiati le prime impressioni. Era presente Flavio Lotti della Tavola della Pace, Sergio Bassoli del Coordinamento delle ONG per la pace in Medio Oriente e Luisa Morgantini.

Domenica 11 ottobre:
Il giorno dell'incontro nei territori palestinesi. Il gruppone e' stato suddiviso in gruppi con altrettante destinazioni. Il nostro gruppo si e' recato ad Hebron. Qui abbiamo avuto un primo incontro con il sindaco della citta'. In quella occasione ho proposto al sindaco una collaborazione tra il Comune di Hebron e la Rete Artisti. In seguito abbiamo fatto un tour del centro storico con destinazione finale la moschea di Abramo. Poi pranzo offerto dal Comune e a seguire visita al campo profughi di Al Fawatt nei pressi di Hebron. In quella circostanza abbiamo avuto un incontro con il coordinatore del campo che ci ha illustrato i problemi passati e presenti e la speranza per un futuro migliore. Questo campo ha 17.000 abitanti ed e' uno dei 19 campi profughi presenti in Palestina dal 1948. Mi si conceda un sorriso amaro scrivendo queste righe pensando che a tutt'ora a piu' di 60 anni di distanza queste persone ormai alla terza generazione continuano a vivere in queste condizioni, qui in
Palestina e altrove, come ben sappiamo. Fatto comune a tutti i campi, un terzo dela popolazione lavora in territorio israeliano e piu' della meta' degli abitanti e' al di sotto dei 18 anni. In serata rientro a Betlemme.

Lunedi' 12 ottobre:
Giorno dell'incontro nei territori israeliani (ho scelto io questa definizione, giacche' si parla anche di
territori palestinesi). Abbiamo visitato dapprima il centro culturale di Mossawa a Haifa. Ivi abbiamo avuto un incontro con una rappresentante delle Donne in nero che ci ha brevemente illuistrato le
iniziative di pace di questo gruppo di donne che collabora con i pacifisti palestinesi. A seguire un incontro istituzionale con due consiglieri dell'amministrazione comunale di Haifa a cui abbiamo
rivolto diverse domande che pero' in parte sono rimaste sul tavolo, tipo l' uguaglianza tra palestinesi e israeliani. Sui particolari tornero' magari in seguito. Haifa e' la terza citta' israeliana, maggiore porto e anche centro universitario(il 20% degli studenti sono arabi). Dopo l'incontro abbiamo fatto un breve giro nella citta' fantasma nel centro di Haifa, ossia un quartiere che era stato abitato
dai palestinesi, che poi successivamente e' stato evacuato e adesso sta per essere ristrutturato per poi essere messo in vendita al miglior offerente. Dopo Haifa ci siamo diretti in un villaggio palestinese
sulla costa a sud di Haifa. Questo villaggio si trova nella regione storica della Cesarea e conta piu' di settemila abitanti. Dopo un breve incontro con i responsabili del villaggio, abbiamo avuto un momento conviviale sulla bellissima spiaggia di questo villaggio. Dopodiche' abbiamo avuto ancora il tempo di visitare il sito romano di Cesarea, il cui nome e' dovuto a Giulio Cesare che si era recato in quei luoghi.

Martedi 13 ottobre:
Giorno dell'Europa. Convegno internazionale a Gerusalemme, a cui hanno partecipato vari relatori provevienti da diversi paesi europei, tra cui Janet Aviad, autrice e docente all'univesita' di Gerusalemme, Sari Nusseibeh, professore all'Al-Quds Univesity, Christian Berger, della Commissione Europea, Micheal Sabbath, patriarca latino di Gerusalemme, Jose Maria Ruiberriz,
dell'Assemblea di Coopearzione per la Pace in Medio Oriente ACPP, Sergio Bassoli, direttore della piattaforma delle ONG italiane per il Medio Oriente. Le conclusioni sono state fatte da Luisa Morgantini e da Naomi Chazan, ex parlamentare della Knesset e docente di scienze politiche. La conferenza e' stata moderata dal giornalista del Messaggero Eric salerno e da Paola Caridi, giornalista di Lettera 22. Il pomeriggio e' stato dedicato alla visita della citta vecchia con
seguente ricevimento e buffet per tutti i partecipanti all'Hotel Ambassador. A seguire giro della citta' by night.

Mercoledi' 14 ottobre:
Il giorno della pace. Visita al campo profughi a Gerusalemme sud gestito dall' UNRWA, Agenzia per i rifugiati dell'ONU. Qui abbiamo avuto un incontro con il Direttore del campo e con i suoi
collaboratori. Le stesse considerazioni fatte per il campo di Hebron valgono anche per questo. A seguire abbiamo visitato il Museo dell'Olocausto Yad Vashem. Dopo una cerimonia durante la quale e' stata consegnata una corona di fiori a ricordo delle vittime del nazismo e la consegna di uno striscione da parte dell'associazione Terra del Fuoco che organizza da sette anni il treno della memoria per Auschwitz, visita al museo. Commenti superflui. In serata abbiamo avuto un incontro con l'Associazione dei parenti delle vittime palestinesi ed israeliane all'Auditorium del Centro Notre Dame e a seguire "Ricostruiamo la speranza", manifestazione  per la pace, a cui ha partecipato anche la cantante israeliana Noah.

Edvino Ugolini
per la
Rete Artisti

Miseria e dioassina


La giornata è iniziata con la visita ad un altro campo profughi, Shu’Fat, vicino a Gerusalemme. La situazione lì è insostenibile, Israele ha chiuso l’acqua e impedisce ai camion carichi di spazzatura di uscire.

La conseguenza di tutto ciò è la miseria. Miseria e diossina. Ci sono quasi in tutte le vie del campo mucchi di pattumiera che brucia, e l’aria è nauseabonda. Irrespirabile.

Ad un certo punto un bambino è venuto da me, avrà avuto 8 anni. Voleva solo “battermi il 5” e conoscermi, mi ha sconvolto. La sua mano era gonfia e piena di cicatrici, aveva tagli recenti lungo tutta la mano e il braccio. Forse è caduto sul filo spinato.

Qui la tensione è alta, il coinvolgimento emotivo sale, e una mia compagna di viaggio ha pianto tutto il giorno.

Poi verso sera torniamo al dialogo di Pace. Robi Damelin e Ali Abu Awwab parlano insieme. Lei è Israeliana, e suo figlio è stato ucciso dalla “resistenza”, lui è Palestinese, e suo fratello è stato ucciso da un militare Israeliano ad un CheckPoint. Entrambi vogliono la fine di questo conflitto.

Forse è perché sono uniti da un così grande dolore comune, ma la forza che hanno insieme ci ha dato speranza. La speranza che il dialogo tra i due popoli possa portare la Pace.

Ilo Steffenoni

Israele e Palestina: la via dolorosa per la riconciliazione


Robi e Ali, lei israeliana, palestinese lui, riversano le loro testimonianze sulla nostra delegazione con una sbalorditiva cascata di nuove prospettive. A dire il vero, riversano anche la sensazione che qualcosa nei nostri posizionamenti di concerned citizens, di cittadini appassionati alla loro causa, non vada. Quanto meno, non vada più. Le nostre domande riflettono “platitudes”, piattaforme interpretative, nella quali nessuno dei due si ritrova. Si intuisce ad ascoltarli l’urgenza di un nuovo punto di vista, e loro di certo un punto di vista particolare e incontestabile da mettere sul tavolo ce l’hanno. Sono la madre ed il fratello di persone che hanno perso la vita a causa della violenza acuminata che lacera da sessanta anni israeliani e palestinesi. Familiari delle due comunità, accomunati da simili storie di morte e dalle stesse umane lacerazioni, hanno dato vita al Parents’ Circle Forum per metabolizzare il dolore in energia unificante, l’angoscia personale in forza di riconciliazione collettiva.

Robi ha piglio di donna colta tagliata con l’accetta. E’ ebrea sudafricana, arrivata qui nei primi anni ’70 per “salvare” Israele e spargere su questa terra i semi della battaglia democratica contro l’apartheid di cui era stata protagonista. Suo figlio David, 27 anni, è stato ucciso da un cecchino palestinese mentre - come riservista - prestava servizio ad un check point. Non gli era stato facile accettare la chiamata dell’esercito israeliano, lui pacifista ed interessato allo studio di filosofia più che alle armi. C’era la questione della coerenza con le sue motivazioni contro la guerra, e l’impatto della sua assenza dall’università. D’altro canto, sentiva la responsabilità di condividere un approccio diverso di stare sul crinale della tensione: una scuola di mediazione da insegnare ai soldati sotto il suo comando. “Perché è facile vedere tutto in bianco e nero, mentre c’è un vasto grigio che avvolge la complessità delle cose”, dice Robi. La decisione, meditata, ha portato David a morire proprio sulla disumanizzante frontiera della burocrazia securitaria che i palestinesi sono costretti ad attraversare per mille motivi ogni giorno.

Robi lo dice chiaro e tondo: la pace “non è un percorso cortese di fiori e abbracci” piuttosto un viaggio personale incidentato. Si trattiene per un momento, poi si lascia andare e decide di condividere un inciampo recente, di questo viaggio. La lettera che ha scritto tre anni fa al cecchino che gli ha ucciso il figlio ha ricevuto una risposta solo da qualche giorno: parole ancora segnate da feroce violenza. La nuova fitta di disperazione e lo stato di confusione penetrano la scorza della madre, ma impongono la forza di continuare il percorso: esso altro non è che l’avvio di un dialogo, il primo zoppicante passo di avvicinamento alla narrativa della controparte ostile, non più nemica.

Serve un “miracolo pragmatico di riconciliazione” , una cornice di riferimento per la pacificazione tra palestinesi e israeliani, un tracciato di umanizzazione dice Robi: simile a quello, inimmaginabile, dei neri e bianchi sudafricani. Palestinesi e israeliani nulla conoscono dei rispettivi bisogni. I Parents’ Circle conoscono bene l’incolmabile cesura percorrendo i territori accidentati del dolore individuale dei due popoli. Lo sanno attraverso le numerose incursioni nelle scuole. Gli adolescenti di Israele non hanno mai conosciuto un palestinese, gli arabi dal canto hanno paura degli israeliani ma nulla comprendono della paura ebraica, perché ignorano cosa sia stata veramente la Shoah.

Ali ascolta immobile, in piedi sul palco accanto a lei. Osserva Robi con lo sguardo del compagno di viaggio sopravvissuto ad un’avventura comune. Sospira, quando tocca a lui parlare. Il peso dell’emozione che non può spegnersi, ma anche la responsabilità del messaggio. Come far comprendere a questo inedito gruppo di italiani le implicazioni del loro punto di vista? Quella di Ali è proprio un’altra storia. La sua carriera di combattente è assai precoce, l’attivismo politico lo ha imparato da una madre militante e per questo periodicamente confinata nelle carceri israeliane, cinque anni alla volta. Ci finisce presto anche lui in galera, dove si ritrova a guidare uno sciopero della fame di 5000 detenuti per 17 giorni, spuntandola sui carcerieri. L’episodio gli insegna la forza dirompente della resistenza nonviolenta. Una scuola estranea alla militanza palestinese, che la confonde con la resa al nemico. La nonviolenza è invece oculata strategia per disarmare la controparte, inceppare il meccanismo della guerra. Nel 1994, grazie alla pace di Oslo, viene rilasciato con la madre, ed esce con una visione rinnovata di sé e della battaglia da condurre: quella della necessità di “passare dalla rivoluzione alla cittadinanza”. Ali viene ferito da un colono nel 2000, e poco dopo suo fratello è colpito a morte da un colono israeliano “per nessun altra ragione se non perché lui era un palestinese”. La nonviolenza è pericolosa per l’assassino. Costringe a guardare in faccia le sue vittime. Ali pertanto decide di non vendicarsi, esce dal gioco del chi è più vittima. Ogni uccisione è un crimine, e nessuna escalation può portare alla pace, al “gusto di una vita normale”, servono azioni che possano “creare soluzioni”. Più volte invoca la nascita di un movimento globale per palestinesi ed israeliani, un movimento che sappia costringere entrambi alla pace.

Libertà per la Palestina, sicurezza per Israele: questa la soluzione. Basta con le soluzioni calate dall’alto di conferenze di pace in hotel a cinque stelle. Occorre un divorzio da Israele, per vivere in pace e dignità. “Voglio proteggere i confini di Israele perché voglio avere un confine con Israele, un confine in grado di garantire i diritti ai palestinesi, compreso quello di andare al mare”. Ali è disposto a tutto pur di ottenere questo obiettivo, la fine dell’occupazione israeliana, per uno stato palestinese. “Non voglio vedere ragazzi israeliani che occupano i nostri territori, come non voglio vedere ragazzi palestinesi indottrinati alla ideologia della violenza”. Quante persone devono ancora pagare con la vita, quante famiglie devono soffrire prima di meritare una vita libera ed in pace? E poiché nessuno dei due popoli è destinato a scomparire, la pace non può essere chiesta in elemosina. Costruzione della pace non è solo speranza, è anche responsabilità.

La diplomazia internazionale dovrebbe incontrarli questi campioni della politica, capaci di creatività e di empatia. Presto, se non vogliamo perdere quest’ultima chance per una soluzione.

Nicoletta Dentico

mercoledì 14 ottobre 2009

DIARIO DALLA PALESTINA

Scrivo questo diario dalla Palestina e da Israele, dove mi troverò per 7 giorni, in occasione della Settimana per la Pace in Medio-Oriente. 7 giorni per vedere ed essere testimone. 7 giorni in cui cercheremo di costruire, o meglio di farci promotori di una pace partendo dal basso, parlando e mostrandoci il più possibile "vicini" alle persone che qui lottano per averla.



1° giorno

Siamo atterrati a Tel Aviv alle 14.40 e da domani iniziamo gli incontri con i ragazzi palestinesi e israeliani.
Oggi siamo stati a Betlemme, dove alloggiamo, per la presentazione del progetto Europeo “Time For Our Responsibilities”, nato dall’appello di Barack Obama ai popoli arabi e europei di prendersi le proprie responsabilità riguardo alla situazione in Medio-Oriente.
Betlemme è una città strana, piena di incongruenze. Si trovano l’uno di fianco all’altro locali stereotipati della cultura Occidentale e mucchi di pattumiera in fiamme. Ricchezza affianco a povertà assoluta.
Poi cosa che ci lascia perplessi è senza dubbio il muro che sta costruendo Israele e che circonda ¾ della città. È un muro inquietante, alto 8 metri. Ed è incredibile come noi, abituati a vivere nella libertà, non riusciamo proprio a concepirlo.Solamente quando ci si trova letteralmente sotto di esso, quando la sua imponenza e la sua freddezza ti sovrastano e ti separano di netto da tutto il resto. Ci si sente quasi soffocare, in prigione.


2° giorno


Oggi siamo partiti alla volta di Gerusalemme Est, dove abbiamo incontrato i ragazzi palestinesi.
Il primo CheckPoint è stato breve ma intenso. Passare lungo ringhiere strette, con militari che camminano sopra la tua testa, e oltrepassare porte metalliche solamente quando scatta la luce verde, non è facile. Ti senti impotente e improvvisamente quella porta è difficile da spingere, perché la avverti pesantissima. Avverti tutto il peso dell’oppressione che rappresenta.
Malgrado tutto siamo arrivati in città, dove in mercati immensi si alternano negozi di spezie, vestiti e militari Israeliani armati, che semplicemente stanno lì, fermi, a controllare. Vietato fotografarli.
Raggiunta la sede degli Afropalestinesi abbiamo conosciuto ragazzi della mia età, 16-17 anni, aperti al dialogo. Credono nella pace, e sono disposti ad incontrare per parlarci anche “il loro nemico”, Israele. Sono tutti giovani, ma maturati in fretta.
Infine, quasi alla fine della giornata, siamo stati ad Aida, da 61 anni campo profughi a Betlemme. Qui le persone vivono in una povertà assoluta, circondati da sporcizia e macerie. Ci sono bambini dappertutto, con uno sguardo felice che nasconde però un’infanzia rubata. Rubata da un muro che ci dicono “non solo separa le nostre terre, ma ci separa anche dai nostri sogni”. Ed è proprio su questo muro che ho conosciuto un bambino, che si mostra sempre solo di spalle. Si chiama Handalà ed è un fumetto. Il suo autore ha detto che solo quando ci sarà pace lo raffigurerà di fronte. Peccato che l’autore sia morto assassinato a Londra, e Handalà non si girerà mai. Sembra avere perso la speranza, come tutti i bambini di questo campo.


3° giorno



Oggi sveglia alle 6.00 e partenza per l’alta Galilea. Dobbiamo raggiungere i ragazzi Israeliani a Misgav (Sacnin).
Ci arriviamo con 2 ore di ritardo, a causa della protesta di alcuni autisti dei pullman e dei checkpoint. Qua tutto questo è normale, questa è la loro normalità.
Comunque, arrivati, iniziamo il dialogo con questi ragazzi. Studiano ad Hand And Hand, l’unica scuola che raccoglie insieme studenti Arabi Israeliani e Ebrei. L’unica scuola che cerca di unire queste due culture che compongono lo stato di Israele.
Mandare i propri figli a questa scuola è una scelta basata sul fatto di credere nella Pace e nella convivenza, ed è proprio questa l’idea che esprimono questi ragazzi.
Poi abbiamo mangiato tutti insieme nel vicino Kibbutz, dove la conversazione si è approfondita specialmente con una ragazza. Crede nella Pace, ma non vede l’ora di iniziare la leva obbligatoria. Ha addirittura deciso di fare 5 anni invece dei 2-3 previsti per lei.
Dice anche che forse non andrà all’università per fare la carriera militare. Lo motiva dicendo che sarà divertente, ma forse non sa a cosa va realmente in contro. Forse il suo spirito nazionalista è troppo forte. E intanto parla di Pace, per ora.


Ilo Steffenoni

QUELLA FOTO DI ASSISI A YAD VASHEM


Sorpresa. Fra le migliaia di foto, in gran parte drammatiche e spesso angoscianti, esposte nelle sale del Museo di Yad Vashem ecco una foto diversa. E' una delle rare foto a colori che si incontrano nel museo. Il soggetto è familiare. E' la foto della Basilica di Assisi. Si trova, un po' nascosta, in una delle ultime sale. La sorpresa invita alla sosta. Nella teca sottostante è esposto il diario, nulla più di un quadernetto, di una donna ebrea riuscita a sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti. La donna si chiamava Hela Baruch. Nel dicembre del 1943, quando le persecuzioni contro gli ebrei italiani si fanno spietate, la donna fugge con le figlie. Fugge da Perugia e raggiunge Assisi, dove trova rifugio in un monastero. Lì si nasconde con il nome di Raffaella Bartoli.
Scoprire che per Hela Baruch la via della salvezza è passata sul percorso scelto dalla marcia per la pace dà ancora più senso alla presenza della marcia in questi giorni a Gerusalemme e nei Territori Palestinesi.

Roberto Zichitella

SDEROT/2, IL SOGNO SPEZZATO DEI PIONIERI

Alon Schuster è presidente del consiglio regionale dello Sha’ar Hagenev (il cancello del Negev). E’ un uomo sulla sessantina, vive in un kibbutz, indossa i sandali ed ha un sorriso dolce. Ci accoglie nel campus di Sapir. Quello dove insegna Julia, membro di Other Voice. Si dichiara pacifista. Ci racconta la sua storia perché - dice e, dopo averla ascoltata, confermo - è significativa.
Il padre nasce in Germania e durante la II guerra mondiale scappa in Sudamerica dove incontra la madre proveniente dall’allora Urss. I genitori arrivano in Israele solo 2 anni dopo la creazione dello stato israeliano, al seguito del movimento socialista sionista. Alon nasce in un kibbutz, l'unico fondato un anno prima di Israele stesso. Si ritiene fortunato ad essere cresciuto con quella che é una minoranza anche se ha vissuto una doppia delusione: il fallimento del progetto del comunismo e della condivisione dei mezzi di produzione e l'impossibilità -ad oggi - di una convivenza pacifica con gli arabi. Erano il progetto dei suoi genitori e di altri pionieri giunti in Israele sulle ali dell'idealismo concreto e possibile. Sono diventati sogni spezzati di cui oggi Alon porta il peso e sente la responsabilità.
“Tutta la regione sogna una nuova opportunità. Ma gli ultimi anni sono stati un incubo (si riferisce ai missili qassam e all'assedio di Gaza, e a tutta le tensione che questi avvenimenti hanno causato alla regione, ndr). Noi non vogliamo occupare e controllare milioni di ebrei. Abbiamo molti amici oltre il muro, e anche a loro la pazzia dei leader non permette di costruire un futuro.
Noi non abbiamo dove andare e nemmeno i nostri vicini. Qui, nel campus c’erano migliaia di studenti arabi e israeliani: molti sono andati via con l’arrivo dei missili qassam, altri sono prigionieri in casa loro, a Gaza. La targa che abbiamo deposto dove è caduto un missile recita “verranno altri giorni”. Io credo che dobbiamo prenderci cura della luce di questa candela fragile ma ancora accesa. Se mi chiedono quale secondo me è la soluzione non rispondo. Non sono il governo. Io mi occupo della mia gente, dò loro risorse pratiche e culturali per progredire, svilupparsi e irrigare la piantina della speranza.
Torniamo con Eric di Other Voice sulla collina più vicina a Gaza. C'é un pò di foschia sul mare e Gaza sembra fluttuare nel cielo. Eric ha uno sguardo triste mentre racconta dei suoi amici laggiú dei quali ha notizia via mail o sms di tanto in tanto. Ci dice che durante la guerra di gennaio scorso, su quella collina alloggiavano reporter da tutto il mondo, con tanto di poltrone e ristorazione intenti ad osservare i cieli per cogliere i lampi delle bombe israeliane. Uno spettacolo, dice. E lo dice con una strana ironia che nasconde di certo ferite che hanno nomi e cognomi a lui cari. Seguiamo Eric nel kibbutz dove vive, un kibbutz urbano come vengono chiamati quelli sorti nelle città. Vivono insieme, condividendo spazio e attività quotidiane, varie famiglie israeliane. Mentre camminiamo una signora lo saluta con grande cordialità. Mi chiedo se sia uno dei sostenitori di Other Voice e mi piace pensare di si. Sono pochi gli attivisti di questa associazione che ha naturalmente molti ostacoli interni alla sua crescita. Oggi, 14 ottobre, Eric Yellin riceve a Gerusalemme il Reconciliation Award 2009 - il premio del Parents Circle Families Forum, famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso qualcuno durante il conflitto e che promuovono la riconciliazione - come miglior israeliano dell'anno, per le sue attività di solidarietà e sostegno in favore della soluzione pacifica del conflitto. Con lui sarà premiato anche un palestinese, Amin Al Dibyi, con analoghe motivazioni.. Non esiste per fortuna solo la lista di Fortune's.

2 parte/continua

Paola Ferrara (Banca Eticca)

martedì 13 ottobre 2009

L'Europa per la pace

Oggi è stato il giorno dell'Europa, e abbiamo assistito ad una conferenza a Gerusalemme Ovest, con ospiti da Italia, Francia e Spagna.

L'idea che ne è emersa è la necessità dell'Europa di fare concretamente qualcosa per la Pace in Medio-Oriente. Pechè finora ci sono state solo parole. Nulla di più.

È proprio questo ciò che mi ha colpito, perchè ho percepito come ci sia una grandissima voglia di fare oltre che di dire. Come vada crescendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell'Europa, che potrebbe anche essere risolutivo per il conflitto.

E riguardo a questo continua ad ossessionarmi un momento che ho vissuto qui: la conversazion che ho avuto nel campo profughi con un vecchio. Mi ero allontanato un attimo dal gruppo e ho iniziato a parlarci. Era seduto su di una sedia, e sdentato. Parlava molto poco inglese, ma è riucito a farsi capire. Mi ha preso la mano con una forza che non mi sarei mai aspettato, me la stringeva e ripeteva “you are incredible”, “you are incredible”. Poi mi ha spiegato. Secondo lui ero incredibile perchè sono italiano, è convinto che noi venendo lì avremmo aiutato a ritrovare la Pace. Lui crede in noi Europei, sa che abbiamo le possibilità di aiutarlo. Spero proprio di non deluderlo.

Ilo Steffenoni