martedì 20 ottobre 2009

Pacifisti


“Ma tu ti ricordi esattamente che cosa prevedevano gli accordi di Oslo?”. La voce di una donna, accento toscano, risuona in fondo al pullman. Si viaggia fra Gerico e Betlemme. E' tardi, è già buio, la giornata è stata lunga, fa ancora caldo, molti dormono, ma la domanda non cade nel vuoto. L'amica, che le siede accanto, non ricorda troppo bene, non sa dare una risposta precisa, ma le due donne vanno avanti per un po' a discutere su quell'accordo che nel 1993 tentò di risolvere il confitto fra israeliani e palestinesi.
Il popolo della pace è fatto così. Ragiona, discute, vuole imparare e conoscere. E' quello che dal 10 al 17 ottobre hanno fatto gli oltre quattrocento partecipanti all'iniziativa che ha portato in Israele e in Palestina la tradizionale Marcia per la pace Perugia-Assisi. Quest'anno la Marcia si è spostata a Gerusalemme per un progetto che è stato denominato Times for Responsabilities (il tempo delle responsabilità). Il nome riprende una frase pronunciata dal presidente Barack Obama: “Per giungere alla pace in Medio Oriente è ora che loro, e noi tutti con loro, ci assumiamo le nostre responsabilità”. “Se Obama fallisce si apre una voragine profonda per tutti, anche per noi europei. Perciò non c'è più tempo da perdere, bisogna agire prima che sia troppo tardi”, dice Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace.
Organizzata dal Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, dalla Piattaforma delle Ong italiane per il Medio Oriente e dalla Tavola della Pace, l'iniziativa ha portato in Israele e nei Territori palestinesi amministratori locali, sindacalisti, studenti, insegnanti, persone impegnate in varie Ong e semplici cittadini. C'erano i ragazzi del Liceo Maffei di Verona e il quasi ottantenne Diego Novelli , l'ex sindaco di Torino, ancora curioso delle vicende del mondo. C'era don Tonio Dell'Olio di Libera e i ragazzi di Terra del Fuoco, l'associazione torinese che ogni hanno educa alla cittadinanza portando migliaia di studenti ad Auschwitz.
Sono venuti da 128 città italiane. In una settimana hanno consumato le suole delle scarpe sulle strade della Terra Santa, hanno steso fiumi di inchiostro sui fogli e quaderni riempiti di appunti, hanno scattato centinaia di fotografie. Hanno sentito la voce dei palestinesi e quella degli israeliani. Hanno visitato i campi dei rifugiati e gli insediamenti dei coloni ebrei. Tutti insieme, poi, sono entrati nel museo di Yad Vashem a Gerusalemme, dove viene ricordato l'orrore dell'Olocausto.
Ora sono tornati a casa pieni di ricordi e di emozioni. “Un viaggio qui attraversa la vita delle persone, perché la realtà che vedi è troppo forte. Questo è un viaggio che ti cambia la vita”, assicura Luisa Morgantini, l'ex parlamentare europea che viene regolarmente da queste parti dalla metà degli Anni Ottanta.
Divisi in gruppi i 400 partecipanti hanno vissuto diverse esperienze. Ogni giorno c'era quella di passare i check-point che, attraverso il muro fatto costruire dal governo israeliano, regolano gli accessi fra Israele e i Territori palestinesi. Il passaggio del muro è già un primo modo di confrontarsi con i problemi irrisolti di questa terra divisa e insanguinata. Ed è uno shock per i più giovani, magari nati quando il muro di Berlino era già crollato. Una di loro è Paola Calliari, una liceale diciottenne di Trento che ha deciso di unirsi alla Marcia per capire e conoscere. Paola si è alzata anche in piena notte per vedere la ressa dei palestinesi che si accalcano ai check-point per andare a lavorare in Israele (le immagini si possono vedere in un bel reportage di Raffaele Crocco ed Enrico Guidi su www.youtube.com/perlapace).
A Bil'in e a Na'alin, due villaggi della Cisgiordania, abbiamo incontrato le comunità che ogni venerdì organizzano manifestazioni non violente contro il muro. Di solito finisce male perché i militari israeliani rispondono alle proteste sparando lacrimogeni molto potenti (ci sono stati anche dei morti). I palestinesi protestano perché il muro spesso taglia i campi coltivati e gli uliveti. Accanto a loro ci sono pacifisti da varie parti del mondo e anche israeliani, come i volontari di Yesh Din, un'associazione che si batte perché Israele rispetti i diritti umani della popolazione palestinese nei Territori. Anche venerdì scorso c'è stata la marcia di protesta non violenta e puntuali sono arrivati i lacrimogeni. Ma la gente dei villaggi non si arrende perché, come ci ha detto il primo ministro palestinese Salam Fayyad, “le nostre radici in questa terra vanno in profondità come quelle di questi ulivi”.
A Sderot, la cittadina israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, abbiamo ascoltato le voci degli israeliani con i nervi spezzati per le migliaia di razzi che negli ultimi anni i militanti di Hamas hanno lanciato verso Israele. A Sderot i rifugi sicuri sono dovunque, alle fermate degli autobus così come nei campi gioco per bambini. Julia Chaitin, una psicologa, racconta dei traumi nella popolazione locale e spiega come si regola per sfuggire a eventuali razzi quando si mette in macchina per raggiungere l'università. Ma nonostante la paura si cerca di aprire canali di dialogo con la gente di Gaza. Eric Yellin, dell'associazione Other Voice (Altra voce) spiega: “Non ha senso fare paragoni fra le nostre sofferenze e quelle di chi vive a Gaza, cerchiamo piuttosto di condividere le nostre esperienze e troviamo un'alternativa ai razzi e ai carri armati. Li abbiamo usati per anni da una parte e dall'altra, ma abbiamo visto che non servono a nulla”.
E' stato emozionante l'incontro con due rappresentanti di Parents Circle, l'associazione che raccoglie i familiari delle vittime del conflitto, sia israeliani che palestinesi. Robi Damelin ha raccontato di suo figlio David, un militare israeliano di 27 anni ucciso da un cecchino. Ali Abu Awwad, palestinese, invece ha rievocato la morte del fratello Yusuf, ucciso dai militari israeliani. Ora, insieme, cercano la riconciliazione, anche se si tratta di un percorso lungo e difficile.
Una piccola delegazione è riuscita a visitare per qualche ora Gaza. Nell'incontro con Hamad Yusuf , esponente del governo di Hamas, Flavio Lotti ha spiegato che deve cessare ogni forma di violenza e occorre dialogare a tutti i livelli, anche con gli israeliani. Nella delegazione entrata a Gaza c'era anche Ilo Steffenoni, 16 anni, del Liceo Maffei di Verona. “Ho visto rassegnazione, rabbia e dolore”, dice, da domani non posso tornare a casa e riprendere la mia vita come se nulla fosse”.
Ora Ilo e gli altri 400, tornati a casa, racconteranno. Mobiliteranno persone ed energie. Si rivedranno il 16 maggio 2010 alla marcia da Perugia ad Assisi.

Roberto Zichittella

Pubblicato su Famiglia Cristiana

lunedì 19 ottobre 2009

Si conclude la settimana per la pace in Israele e Palestina. Prosegue il tempo delle nostre responsabilità


Una settimana per riflettere e testimoniare la nostra assunzione di responsabilità in un conflitto le cui responsabilità, alla radice, sono soprattutto europee. Non per pacifismo o buonismo, ma per un sano realismo, consapevoli del pericolo che questo conflitto rappresenta per l’Europa e il mondo, consapevoli che la pace porterà frutti copiosi anche per noi, sostiene Flavio Lotti, Coordinatore della Tavola della Pace.

Oltre 400 persone di 128 città italiane, dalla Liguria: di Alassio, Bolano, Celle Ligure, Genova e La Spezia, per sostenere le iniziative, numerose, a tutela dei Diritti Umani, in particolare le associazioni che vedono Israeliani e Palestinesi impegnati insieme, pacificamente, per i Diritti e per la costruzione della Pace.
C’è un’emergenza umanitaria in questa terra, che dovrebbe essere santa, che va affrontata subito: fermando tutte le forme di violazione dei Diritti Umani e aprendo Gaza. Un ragazzo di 17 anni Veronese è rimasto molto turbato dall’incontro con un coetaneo a Gaza, un giovane carico di rabbia…”perché lui è nato nella guerra, è cresciuto nella guerra e morirà nella guerra, perche da Gaza non si esce!”. In tutti i territori della Cisgiordania i diritti del Palestinesi vengono calpestati.
L’ONU calcola 600 tipi di ostacoli che la popolazione Palestinese deve affrontare per spostarsi e per le normali necessità della vita: Il muro con i suoi checkpoit che per i palestinesi rappresentano sempre una incognita; Le strade che tagliano il loro territorio con corridoi inaccessibili, molte strade della Cisgiordania sono accessibili sono a israeliani e turisti, alcune solo ai coloni; I sottopassaggi per evitare le strade proibite vengono tappati da pietre. Poi ci sono i chilometri di filo spinato, interrotto ogni tanto da cancelli che vengono gestiti dalle autorità Israeliane. A Bil’in, villaggio palestinese nella Cisgiordania, dove ogni venerdì si tiene una manifestazione pacifica contro il muro, abbiamo visto una casa contadina completamente circondata da filo spinato: quando il cancello è chiuso gli abitanti non possono entrare né uscire dal piccolo terreno che contiene la casa, quando il cancello è aperto possono muoversi, ma per raggiungere i loro campi devono fare un giro di chilometri.
Ho imparato nel corso di questo viaggio che Il muro e il filo spinato non stano a dividere i territori Palestinesi dal territorio dello Stato di Israele, non corrono sulla linea di confine, bensì seguono percorsi a volte rocamboleschi per includere insediamenti di coloni israeliani in territorio che dovrebbe essere palestinese. Proprio questi insediamenti stanno diventando una delle principali fonti di conflitto.

Un villaggio palestinese sorge a mezza costa di una collina, il territorio intorno, fino alla sommità della collina e oltre, è da sempre del villaggio per le coltivazioni e il pascolo. Un giorno inizia l’insediamento di coloni sulla sommità della collina che priva i Palestinesi delle terre, e, quindi, delle attività produttive, inoltre attraverso un intricato sistema di strade riservate e controlli per la sicurezza limita enormemente le possibilità di movimento e di attività degli abitanti del villaggio.
Legalmente ci sono diversi modi per realizzare un insediamento: spesso gli abitanti del villaggio palestinese hanno forme di proprietà basate sulla tradizionale conoscenza e non su documentazione legale e quindi lo stato può “formalmente” disporre di quei terreni; altre volte i terreni vengono requisiti per necessità relative alla sicurezza, si installa una base militare che col tempo lascia il posto all’insediamento civile.

Abbiamo visto una base militare dove operano 200 persone e dove si sta lavorando speditamente per la costruzione di infrastrutture (acqua, energia elettrica, fognature,…) per 25.000 persone, sarà un nuovo insediamento se qualcuno non lo ferma!
I nuovi coloni si “difendono” impedendo qualunque contatto con i Palestinesi e tenendoli sotto controllo in tutti i modi possibili (percorsi obbligati, faretti puntati dall’alto sul villaggio,…), si contano anche numerosi casi di maltrattamenti alle persone. I bambini Palestinesi crescono assediati e nella paura, ma neppure per i bambini israeliani è una vita facile.
Un altro tragedia per i palestinesi è rappresentata dalla demolizione delle case “abusive”. Sappiamo tutti quanto sia importante la legalità nella costruzione delle case, ma qui vengono considerate abusive anche case che da generazioni sono di una famiglia, sulla base di diritti consolidati ma non scritti, e nel contempo le richieste di costruzione di nuove case per i Palestinesi incontrano ostacoli di tutti i tipi, spesso insormontabili. Addirittura vengono demolite le case costruite, con il beneplacito dell’UNRWA dentro i campi profughi, la cui popolazione si è quintuplicata o decuplicata.

Esistono associazioni pacifiche contro la demolizione delle case, formate da Israeliani, Palestinesi e volontari internazionali: arrivano in massa a cercare di impedire la demolizione, denunciano i fatti qui e all’estero, ricostruiscono le case demolite. Abbiamo pranzato – benissimo! – in una casa che è stata demolita 4 volte, ora è stata costruita per la quinta volta e si attende la prossima demolizione, anche se si stanno facendo tutti i passi possibili perché rimanga in piedi (ogni abitante il villaggio ha sottoscritto un documento che quella casa è da sempre della famiglia secondo un accordo fra tutti gli abitanti del villaggio stesso). La casa oggi è la sede dell’associazione contro la demolizione delle case, la famiglia ha dovuto trasferirsi in un appartamento in affitto dopo che la signora è rimasta 1 mese muta per lo schoc e una figlia ha avuto gravi disturbi.
Ieri pomeriggio siamo scesi a concludere il viaggio a Jericho, il punto più basso della terra (415 metri sotto il livello del mare) “da cui non si può che risalire”, e a Gerico abbiamo fatto lo “stend up” per gli obiettivi del millennio: in più di 400 abbiamo saltato, sotto gli occhi stupiti della gente e quelli meccanici dei giornalisti che ci accompagnano, per testimoniare l’impegno a fare un salto in avanti per ridurre la fame e la povertà nel mondo.

Ci dicono che più del 60% degli israeliani è per la Pace, ma non sa a chi chiederla, per questo è IMPORTANTE che l’Europa si assuma le sue responsabilità, è importante rispondere immediatamente all’appello di Obama, è necessario aprire Gaza.
Ed è URGENTE perché tutti, qui e fuori di qui, sono convinti che questa sia l’ultima occasione di mettere fine a questo conflitto.

Elide Taviani

La Notte delle candele


Questa sera la piazza di Bethlehem è stata illuminata da tante fiammelle di candela, simbolo di Pace. Siamo al sesto giorno della settimana per la pace in Israele e Palestina “Time for Responsabilities”.
Siamo qui per assumerci le nostre responsabilità di Europei in un conflitto complesso, incredibile e di cui non si vede soluzione.

Abbiamo incontrato persone di tutti i tipi: Palestinesi dei villaggi, Israeliani pacifisti, profughi nel terribile campo di Gerusalemme, operatori dell’UNRWA (l’agenzia ONU che gestisce i campi profughi), i nostri Diplomatici, Sindaci, Amministratori, donne uomini bambine e bambini palestinesi e israeliani.
Domenica 11 a Ramallah abbiamo avuto un incontro con il Primo Ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad, lo stesso giorno avevamo partecipato insieme a lui a una manifestazione per il diritto del Palestinesi a raccogliere le proprie olive; alla manifestazione erano presenti anche il Ministro dell’Agricoltura dell’Autorità Nazionale Palestinese, rappresentanti delle Nazioni Unite, rappresentanti diplomatici della Svezia e del Giappone.

Questa complicata marcia vede nella piccola Bethlehem e in giro per i territori palestinesi e israeliani oltre 400 rappresentanti di Enti Locali, ONG, Associazioni italiane; una iniziativa di “diplomazia dei cittadini”. Stiamo sostenendo le manifestazioni per il diritto a raccogliere il frutto delle proprie coltivazioni, le organizzazioni che si oppongono alla demolizione delle case di palestinesi, e le manifestazioni contro il muro.
Questo muro che è la nuova vergogna del mondo, che divide i figli dai genitori, le case dagli orti, un villaggio dall’altro e che opprime tutti, anche noi, con la sua presenza, le sue torrette armate, i quintali di filo spinato, i suoi checkpoint angoscianti.

Convivere col muro: partiamo da Betlemme alle 7,30 verso Gerusalemme, in pochi minuti siamo al muro e al suo checkpoint “Tomba di Rachele”, i veicoli sono tutti in fila a passo d’uomo, sul muro una scritta che lo paragona a quello del ghetto di Varsavia; arriviamo alla sbarra, fanno entrare il pullman e ci fermano prima della rotonda dentro al checkpoint. Passaporto in mano, contornati da tre soldati armati di mitra, veniamo instradati verso un tunnel/cunicolo dove scendiamo zigzagando fino a un antro controllato a vista dai soldati armati sopra di noi, come nelle prigioni. In fila, molto lentamente passiamo il controllo del passaporto, c’è anche la macchinetta per le impronte digitali ma è spenta; riprendiamo a zigzagare in salita, altro tunnel e, finalmente, l’uscita. Il pullman ci attende a fianco alla rotonda fiorita: c’è anche l’aiuola dentro il checkpoint!
Saliamo sul pullman, passiamo l’ultima sbarra e finalmente siamo fuori con 45 minuti di ritardo.

Alla Porta di Jaffa sale con noi un amico Palestinese, con lui visitiamo un villaggio fra Gerusalemme e Ramallah. Dopo la prima visita lui scende, sale sulla macchina di amici e parte per il suo giro: non può proseguire la strada con noi verso il prossimo checkpoint, dovrà fare un giro più lungo sulle strade riservate ai Palestinesi. Arriviamo al checkpoint, ci fermano, non vogliono controllare i passaporti ma non ci fanno passare. Nello stupore generale i soldati spiegano che stiamo percorrendo una strada riservata ai coloni dei nuovi insediamenti israeliani, dove i turisti non possono passare. Occorrono circa 20 minuti di trattativa per convincerli e ripartire. Al prossimo incrocio attendiamo il nostro amico palestinese che ha dovuto fare un giro molto più lungo del nostro. E’ passata così mezza giornata, abbiamo fatto la metà delle cose programmate.
Per i Palestinesi passare i checkpoint è molto più complesso, lungo e doloroso, trascorrono lì dentro ore e non c’è mai certezza di poter uscire dall’altra parte.

Questa mattina una delegazione (fra loro anche Angelo Cifatte del Comune di Genova in rappresentanza dell’AICCRE), è andata a Gaza, dove nulla è stato ricostruito, nonostante le promesse, ci dice Filippo Grandi dell’UNRWA, dove la gente cerca di sopravvivere ammassata in mezzo a macerie, spazzatura e distruzione. La densità della popolazione è altissima, la maggior parte sono bambini.
Ci raccontano che Gaza è peggio della situazione del Campo Profughi di Gerusalemme che abbiamo visitato tutti ieri mattina. Al campo si accede attraverso un corridoio chiuso da rete metallica e un checkpoint, per Gaza i controlli sono quattro.
Al campo si vive in mezzo ai rifiuti e alle macerie delle case demolite perché “abusive”, i rifiuti vengono bruciati lungo le strade e i bambini crescono nella diossina. Il campo è stato realizzato per 3.500 persone, oggi ce ne sono 18.000, ma senza tutti i permessi in regola non si può costruire, le case abusive vengono demolite dai soldati israeliani. Anche gli operatori ONU vengono controllati dai soldati israeliani e non possono portare dentro il campo neppure un sacco di cemento. Camminando per quelle strade la sensazione è di schifo. Posso solo provare a immaginare Gaza.

Elide Taviani

sabato 17 ottobre 2009

Da Gerusalemme Stand Up contro la povertà


Sulle Rive del Mar Morto, a Gerico, nel luogo più profondo del mondo (a -240 m sotto il libello del mare) ieri, 16 ottobre 2009, i Quattrocento italiani venuti in Medio Oriente per la Marcia per la pace a Gerusalemme hanno fatto Stand Up. In quattrocento si sono alzati in piedi per dire stop alla povertà.

Gli ultimi dati sulla povertà, ha ricordato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, nel mondo sono allarmanti: 963 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà; ogni cinque secondi un bambino muore di fame; ad oggi sono oltre 700 milioni i lavoratori informali che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e circa 1.200.000 miliardi con meno di due dollari al giorno; senza contratto di lavoro nè tutele sociali (nel 2020, due terzi della popolazione attiva mondiale potrebbe trovarsi a lavorare in queste condizioni).

Per queste ragioni ieri quattrocento italiani si sono alzati in piedi per la mobilitazione mondiale contro la povertà e i cambiamenti climatici "Stand Up! Take Action!" promossa dalla Campagna del Millennio delle Nazioni Unite insieme a Caritas Italiana, WWF Italia, Uisp con il supporto della Coalizione Italiana contro la povertà, Acli, Agesci, Amici dei Popoli, Coordinamento Enti Locali per la pace e i diritti umani, Rufa, Isfci, Lega Calcio, Msn, Orchestra Sinfonica di Roma con il patrocinio del Coni, Segretariato Sociale Rai, Mediafriends Onlus e numerosi enti locali italiani.

di Floriana Lenti
www.standupitalia.it
www.campagnadelmillenio.it

Ultima Pagina


Domani parto, oggi è l’ultimo giorno di questa mia esperienza in Israele-Palestina. È strano, sembra di essere qui da mesi invece che da “solo” una settimana.

Oggi abbiamo fatto un resoconto della settimana, e visitato Gerico.

Continuano per tutta la giornata a tornarmi in mente dei piccoli flash di Gaza. In particolare una ragazza, Nasha. Vive in una baracca fatta di macerie e lamiere, ed è bellissima. Rappresenta per me la bellezza di Gaza, immersa in una distruzione e una desolazione infinita. Ma rimane comunque bellissima. Quasi irreale, come gli enormi fiori rossi che ogni tanto spuntano da una distesa di pietre. La vita che spunta dalla morte.

Tornare alla mia routine a Verona non sarà facile.

A Betlemme ho visto un murales , uno del tanti che sono stati fatti sul muro forse per renderlo meno oppressivo e “freddo”. Riassume il senso per cui sono qua, il senso per cui più di 400 Italiani sono andati in Palestina.

È una colomba, cioè la pace, minacciata da un fucile che ha il mirino puntato sul suo petto. Rappresenta la pace che è ormai praticamente sconfitta. Ma a questa colomba è stato disegnato un giubbotto antiproiettili. C’è ancora speranza.




Ilo Steffenoni

Lavorare stanca: la fila mattutina al check-point di Betlemme


La fatica di ogni giorno comincia ben presto per gli operai e gli impiegati palestinesi che lavorano all’interno dello stato di Israele. Alle quattro del mattino, quando arriviamo in un piccolo gruppo al check-point di Betlemme, sono già numerosissimi, in code più o meno organizzate. Già incessante è il viavai di taxi che dai paesi della Cisgiordania, e soprattutto dalla città di Hebron, fanno confluire qui - il punto di passaggio in Israele più vicino a Gerusalemme - i lavoratori arabi. C’è brulicar di vita intorno a loro. Il carretto con il pane caldo e profumatissimo che si aggira senza sosta, per raggiungere le file già formate e portare un po’ di sollievo, e distrazione alla noia dell’attesa, a quanti sono arrivati qui per primi. Le bancarelle accolgono gli uomini che sfilano dai taxi con proposte di bibite calde, polpette di carne per la giornata, e copiosità di sigarette, facili compagne di ogni sottrazione di tempo. I cancelli aprono alle cinque del mattino.

Gli uomini attendono.
Alcuni nel silenzio del forzato risveglio. Altri parlottano fra di loro, in piccoli gruppetti. Una manciata di giovani si è disposta per la preghiera del mattino, pronta a ricevere la prima voce del muezzin. Man mano che si avanza lungo il muro che a Betlemme separa i due territori e spezza per molti la fattibilità stessa dei due stati a lungo evocata dalla comunità internazionale, la fila si restringe in un passaggio angusto di reticolati e barriere. Su cartoni calpestati e sporchi, allineati uno accanto all’altro, dormono come possono quelli che chissà a che ora sono finiti qui, in gabbia.

Questa scena quotidiana
è il risultato dell’alto livello di disoccupazione nei territori occupati, a fronte di salari lievemente più alti pagati in Israele rispetto alla Cisgiordania. D’altra parte, i palestinesi sono una forza lavoro a basso costo assai conveniente per lo stato di Israele: prima del processo di pace di Oslo, oltre un terzo della forza lavoro dei territori occupati trovava impiego in Israele, per lo più nel fiorente settore edilizio. Con la politica della chiusura e della separazione inaugurata da Rabin e poi istituzionalizzata con l’accordo di Oslo, il numero dei lavoratori palestinesi dentro lo stato di Israele è precipitato dai 180.000 occupati nel 1987 (inizio della prima Intifada) agli attuali 35.000, soggetti a restrizioni sempre più incalzanti. Ottenere un permesso di lavoro in Israele è una corsa ad ostacoli burocratica che non in molti riescono a superare. Gli uomini palestinesi che ne fanno richiesta devono essere sposati con figli ed avere più di 35 anni (un limite inferiore a 25 anni è eccezionalmente previsto per alcune industrie), avere una carta magnetica ed una richiesta da un datore di lavoro. Anche chi soddisfa queste condizioni però non ha garanzie di trovare impiego.

Chi alla fine il permesso ce l’ha, entra nel giro estenuante dell’arrivarci, al lavoro, ogni mattina. Una marcia lenta e inerziale della rassegnazione. Tornelli che si aprono con il contagocce, rischi di rimanerci schiacciato. Esibizioni di carte, ed impronte di mani, le stesse ruvide e usurate di tutte le mattine. Occhi che devono fissare dispositivi per il controllo della retina. Il tutto appare un gioco specioso. Una concessione calata dall’alto di una forza occupante che la militarizzazione non la impone più con i carri armati, come accadeva venti anni fa, ma con un uso ferocemente asettico della burocrazia, umiliante, passivizzante.

I palestinesi lo hanno capito che non esistono vie d’uscita. La poca grinta che c’è va usata per non essere topi, per mantenere la dignità che serve a pregare la mattina, per non dare segni di cedimento, chè sarebbe fatale, per restare allerta. Si accalcano man mano che si avvicina l’ora dentro le gabbie, sempre più stipati. Le poche donne che arrivano anch’esse presto per far la fila, camminano raso rete nello spazio che gli uomini lasciano loro cavallerescamente, per farle andare avanti. Provo a mettermi nei loro panni, e non mi piacerebbe affatto sottostare ogni mattina a questo struscio di corpi solo per andare al lavoro. Penso che in Italia una trafila del genere implicherebbe dinamiche palpatorie insopportabili. Qui tutto è più rispettoso, pur nel calore, nella sporcizia, nella polvere, nella stanchezza di stare in piedi che si accumula ancor prima di cominciare la giornata.

Prima delle cinque, tanto per far sfiatare la folla, il varco si apre improvvisamente per qualche secondo, e allora la calca corre veloce in avanti, nel poco spazio che c’è. Spesso succede l’inevitabile, qualcuno cade e si fa male. Molti uomini si arrampicano sulle reti, usano gli interstizi fra i fili di ferro per far passare i loro corpi, sospesi sopra le teste di decine di altri che non obiettano. C’è molta pazienza nei lavoratori che avanzano passo dopo passo, nessuna reazione verso chi fa il furbo. Vien da pensare che in Italia ci sarebbe giungla di rabbia, sgomitare isterico, vocio di insulti. Pugni. Qui no. Qui allerta di corsa in avanti, così che qualche decina di loro ce la fa a superare la prima barriera. Qui c’è la resilienza degli oppressi.

Siamo anche noi in fila con loro. Fatichiamo a comunicare perché tutti parlano l’arabo, e solo qualcuno mastica poche frasi in inglese. Ci guardano perché abbiamo le telecamere, non ci sono abituati, i giornalisti non vengono a raccontare queste storie di ordinaria occupazione. Ci sono invece alcuni rappresentanti di un’organizzazione internazionale evangelica che fa monitoraggio sulle procedure di controllo. Spesso le alzatacce le fanno le volontarie di Machsom Watch, una realtà di donne israeliane che a centinaia tengono sott’occhio il comportamento dei loro soldati nei confronti dei palestinesi. Una delle molte schegge di società israeliana che difende ciò che resta della dignità morale di un popolo.

Anche noi passiamo, il secondo tornello, con la soldatessa giovanissima che deve sbrigarsela da sola, tutta questa massa di uomini. Sono le cinque e mezzo, ma il flusso delle persone è ancora molto incespicante. Fa passare le donne, gli anziani, blocca una persona con un collare di gesso chiaramente in sofferenza, e lascia fermi schiacciati al tornello gli uomini che incalzano. Rassegnati. In balia del suo colpo d’occhio, del suo umore. Chiediamo di farli passare, don Mario chiede spiegazioni e la invita ad “essere buona”, ma la soldatessa è più preoccupata delle nostre telecamere, delle macchine fotografiche e dei pochi flash che si è lasciata scappare.

Passiamo oltre. Sono le sei passate. Arriviamo al controllo magnetico ed oculare, più snello perché ci siamo lasciati la massa alle spalle. I soldati parlano al telefono, mentre fanno i controlli, svogliati ed annoiati. Questo controllo ossessivo è un lavoro di una ripetitività deprimente. Non hanno fretta, parlano al telefono, dei fatti loro. La fretta l’hanno gli operai, che alla fine escono in territorio di Israele e corrono come pazzi verso gli autobus, i taxi – ma quanto spendono ogni mese di taxi i lavoratori palestinesi? - i mezzi di fortuna pronti a condurli al loro posto di lavoro.

Questi ce l’hanno fatta. Son saliti. Via per una giornata intera di lavoro, magari sulle impalcature, in operazioni difficili. Noi torniamo indietro, da dove siamo partiti. La fila è lunga ancora da questa parte del muro. Gente nuova in attesa. Lavorare stanca. Vivere sotto occupazione, ancora di più.

Nicoletta Dentico

Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto


Sederot/Gerusalemme. 3a parte
Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto

Le giornate di questa marcia dei 400 si rincorrono, si incastrano una nell’altra, si legittimano reciprocamente. L’ascolto continua e rende tutto molto più chiaro e molto più complesso. Gli strati di odio, vendetta, dolore, disillusione si alternano con quelli della speranza, della fiducia, dell' amore, della tenacia.

A parlarci in queste giornate sono essere umani e ci tengono a sottolinearlo tutti, palestinesi e israeliani. Ci chiedono di non partire dal passato, di non pensare a soluzioni fondate su necessità di riscatto e di collaborare con la mente libera da pregiudizi e il cuore pronto alla comprensione.

Da una parte e dall’altra di questa terra, divisa da anni di recriminazioni, lotte e poteri lontani dalla gente e dal loro dolore, ci sono persone meravigliose, che si impegnano – anche pagando un caro prezzo personale – nella ricerca di una risoluzione definitiva e radicata del conflitto.
"Perché - come dice Ali, un palestinese cui hanno ucciso il fratello ad un check-point, questa guerra non la chiuderemo con un trattato. La gente deve far pace con se stessa e con quelli che considera i suoi nemici: e non stiamo parlando di un percorso, ma di una svolta. Non ci sono condizioni per la pace, la pace é la condizione".

La loro lotta non è fatta di confronti e pesi dei dolori, delle morti, delle violenze. Sono impegnati tutti – Other Voice, i Combatants for Peace, Machsom Watch, Icahd, Parents Circle e tanti altri - tutti a decostruire le ragioni di un conflitto che troppo spesso guarda indietro per trovare ragioni del suo proseguimento.

E di ragioni ne troverebbero anche loro, a iosa. Bassam è un ex-combattente palestinese. A 17 anni è finito nelle carceri israeliane e ne è uscito solo 7 anni dopo. Con in testa e nel cuore una decisione: abbandonare la lotta armata, rinunciare alla vendetta e cercare un’alternativa.

“Avevo imparato solo a colpire il nemico, ma ho scoperto che si tratta di esseri umani e ho deciso di convincerli che lo sono anch'io". Bassam parla con frasi asciutte – come asciutti devono essere i suoi occhi dopo aver perso la figlia di 10 anni nel gennaio 2007 uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola. Solo un anno prima Bassam era uscito di nuovo dal carcere dove era finito per essere stato nella zona est di Gerusalemme senza permesso. Si trovava – illegalmente secondo la polizia che lo ha arrestato – in casa della famiglia della moglie che a causa del muro é rimasta in zona israeliana. "Non abbiamo messo via la armi ma la brutalità. In tanti anni di violenza abbiamo raccolto solo più vittime. Basta. Non vogliamo morire per niente. È difficile spiegare la mia scelta alla famiglia, agli amici. Ma non ci prendiamo in giro; non si va in giro ad ammazzare gente in nome degli amici”

Bassam, Itamar e tanti altri ex-soldati o prigionieri di guerra vogliono essere il cambiamento. "Quando andiamo in giro a parlare con la gente non raccogliamo critiche o contrasti convincenti: siamo la prova che é possibile, non siamo uno slogan. L'odio é frutto di propaganda o di irrazionalità. Bisogna dimostrare che ci si può sedere insieme e parlare" dicono i combatants for peace. Tabula rasa e ripartiamo dagli esseri umani, dai diritti di due popoli di esistere, di vivere in pace, di essere vicini e integrati.
Itamar è un ex-soldato israeliano. Ha scelto di deporre le armi e non risponde alla chiamata di un mese all’anno per partire con i riservisti dell’esercito. "La società ci ha armato dandoci un enorme potere. Ora lo vogliamo usare per ottenere una pace giusta". Giusta. Nel nome dei diritti umani.

Paola Ferrara