<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781</id><updated>2012-01-31T07:57:43.920-08:00</updated><category term='oppressori'/><category term='Gerico'/><category term='giaffa'/><category term='considerazioni'/><category term='Assisi'/><category term='donne'/><category term='povertà'/><category term='conclusione'/><category term='uscita'/><category term='marcia'/><category term='Peace Now'/><category term='Basilica'/><category term='società civile'/><category term='Hela Baruch'/><category term='israelo-palestinese'/><category term='Medio Oriente'/><category term='memoria'/><category term='West Bank'/><category term='candele'/><category term='hebron'/><category term='solco'/><category term='pietre'/><category term='bambini'/><category term='ulivo'/><category term='Birzeit'/><category term='Gerusalemme ovest'/><category term='foto'/><category term='speranza'/><category term='pace'/><category term='pacifisti'/><category term='campi profughi'/><category term='guerra'/><category term='Yad Vashem'/><category term='jaffa'/><category term='Betlemme'/><category term='istruzione'/><category term='lavoratori'/><category term='marcia pace'/><category term='muro'/><category term='insediamenti'/><category term='conflitto'/><category term='scuola'/><category term='Ben Gurion'/><category term='Gerusalemme'/><category term='università'/><category term='Palestina'/><category term='Jenin'/><category term='Israele'/><category term='Sderot'/><category term='rabbia'/><category term='Suor Donatella'/><category term='Treviso'/><category term='famiglie'/><category term='poliziotti'/><category term='amal'/><category term='colomba'/><category term='vita'/><category term='religione oppressi'/><category term='frutta'/><category term='ultimo'/><category term='vittime'/><category term='Europa'/><category term='report'/><category term='Piombo Fuso'/><category term='diario'/><category term='Gaza'/><category term='haifa'/><category term='check point'/><category term='dioassina'/><category term='Swahreh'/><category term='coloni'/><category term='occupazione'/><category term='stand up'/><category term='viaggio'/><category term='fayyad'/><category term='riconciliazione'/><category term='diplomazia dal basso'/><category term='ricordo'/><category term='quattrocento'/><category term='beilin'/><title type='text'>TIME FOR RESPONSIBILITIES</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>TIME FOR RESPONSABILITIES</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10686803832818420797</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://1.bp.blogspot.com/_uqNonGVNQqs/Srp5pU2TG_I/AAAAAAAAAAg/_fpSVG41I9Q/S220/32581.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>38</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-5830194738530571891</id><published>2009-10-27T02:33:00.000-07:00</published><updated>2009-10-27T02:39:09.858-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='report'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Palestina'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>Indimenticabile esperienza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Sua_tX3wBhI/AAAAAAAAALI/kpsETnfZ15o/s1600-h/incontro_birzeit.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Sua_tX3wBhI/AAAAAAAAALI/kpsETnfZ15o/s320/incontro_birzeit.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5397211989672986130" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;10 OTTOBRE 2009 I giorno: Betlemme IL MURO&lt;br /&gt;Accoglienza presso il Comune di Betlemme&lt;br /&gt;Arriviamo con il nostro autobus dall’Aeroporto di Telaviv e ci dirigiamo a Betlemme. Ci accoglie il primo check point israeliano che ci porta anche alla prima porzione di muro. Una costruzione impressionante e inquietante, che non può lasciare indifferenti.&lt;br /&gt;Arrivati a Betlemme ci raccogliamo alla Piazza della Natività immediatamente di fronte al Municipio della Città, dove ci aspetta l’incontro con le Autorità Locali e gli organizzatori.&lt;br /&gt;Abbiamo intrapreso questo viaggio per vedere e ascoltare con l’obbiettivo di raccontare la realtà dei fatti che viviamo nel modo più vero possibile. Ecco il primo momento dell’ascolto.&lt;br /&gt;Nella Vienna Hall del comune di Betlemme, il Sindaco Victor Batarsh, ci dà il suo benvenuto ricordando che il primo gemellaggio tra Betlemme e l’Italia risale al 1962 grazie a Giorgio La Pira; oggi le città gemellate sono più di 20. E’ quindi per lui un piacere averci in Palestina ed in particolare a Betlemme e subito, quasi a sorpresa, in modo deciso e forte ci cala nella condizione di sofferenza del suo popolo.&lt;br /&gt;Il MURO, dice, ha ormai condizionato tutti gli aspetti della vita quotidiana e opprime tutti i palestinesi, siamo un popolo stremato dall’occupazione. Vogliamo la pace e la sicurezza, ma siamo convinti che queste due condizioni non si possono conquistare con la sofferenza. Il MURO per noi è solo sofferenza e non potrà portarci altro.&lt;br /&gt;Il Governatore, presente anche lui ad accoglierci, ci dice che è felice di averci in Palestina, perché noi potremo essere testimoni di tutti i soprusi che il suo popolo sta vivendo da parte di Israele. L’informazione, i media, mentono, non danno l’idea della verità dei fatti. C’è bisogno di gente come voi, ci dice, che vede, ascolta e racconta. “Noi ci appelliamo al mondo libero perché ci aiuti a trovare la via della giusta pace. Uno Stato Palestinese autonomo a fianco di uno stato Israeliano autonomo”. &lt;br /&gt;Dopo un breve saluto da parte di Padre Ibraim Faltas e del Console italiano a Betlemme Francesco Santillo (al quale Flavio Lotti rinnova la richiesta di ottenere dalle autorità israeliane che una delegazione questa settimana si possa recare a Gaza) entriamo nel vivo del nostro ascolto grazie alla presentazione che ci viene fatta della situazione Palestinese da parte di una responsabile dell’Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite.&lt;br /&gt;La condizione, soprattutto della striscia di Gaza, è drammatica e si è aggravata con l’embargo che è iniziato da ormai 3 anni.  Attualmente entra a Gaza circa il 20% dei beni che entravano prima dell’embargo. Quasi tutte le attività private imprenditoriali hanno chiuso, si sono persi circa 120.000 posti di lavoro, la corrente salta 4 o 5 volte il  giorno per mancanza di combustibile e ciò ha un effetto devastante anche dal punto di vista sanitario ed ambientale. 60/80 milioni di litri di acque non depurate sono scaricati nel mare perché il depuratore non ha abbastanza energia per funzionare. Il 95% delle falde acquifere è attualmente non potabile. Esistono innumerevoli progetti già finanziati per risolvere questo problema, ma i materiali sono bloccati dall’embargo.&lt;br /&gt;Dal punto di vista umanitario, la guerra del 2005 è stata devastante per la popolazione.  Ai civili non è stata fornita alcuna protezione ed alcuna via di fuga sotto pesanti bombardamenti aerei e di terra. La frontiera è bloccata sia dalla parte di Israele sia da quella dall’Egitto. 100.000 persone hanno cercato di trovare rifugio nelle scuole, anch’esse bombardate. Questa guerra ha portato da 1.300 a 1.400 vittime civili in tre settimane e oltre 5000 feriti.&lt;br /&gt;Ci sono oltre 5 Miliardi di dollari di diversi donatori, pronti per la ricostruzione ma bloccati a causa dell’embargo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PROTEZIONE, ACQUA E CIBO SONO BENI BASILARI DELL’UOMO E NON POSSONO COSTITUIRE MERCE DI SCAMBIO.&lt;br /&gt;PER QUESTO SECONDO LE NAZONI UNITE ISRAELE DEVE TOGLIERE L’EMBARGO.&lt;br /&gt;Per la Cisgiordania (West Bank) il problema maggior e è lo spazio. Il 60% del territorio è sotto il controllo israeliano, i palestinesi non ottengono i permessi per costruire e molte case sono sotto minaccia di demolizione.&lt;br /&gt;Ci sono circa 600 posti di blocco o ostacoli di vario genere (barriere, cancelli, mucchi di sabbia ecc) oltre a quelli “volanti” che sono circa 70/80 a settimana, dove sono fermate solo le macchine e le persone palestinesi.&lt;br /&gt;Solo internamente a Hebron (città palestinese con numerosi coloni israeliani) ci sono 93 ostacoli.&lt;br /&gt;ll muro, una volta terminato sarà lungo 708 KM e per l’80% è su territorio palestinese e separa palestinesi da palestinesi e i palestinesi dalla loro terra. E’ costato, fino ad oggi 2 Miliardi di dollari.&lt;br /&gt;Esiste un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che dichiara illegali le parti del muro costruite in territorio palestinese e ne intima la demolizione.&lt;br /&gt;Il Muro circonda anche Betlemme da nord e Ovest ed ha un effetto devastante sulla città.&lt;br /&gt;Si calcola che i Palestinesi abbiano solo il 13% della superficie del governatorato a disposizione; una parte dei territori è già costruita, un’altra é occupata da colonie o è zona militare chiusa e inaccessibile, oppure é dichiarata da Israele di interesse naturalistico e quindi intoccabile.&lt;br /&gt;Oggi a Betlemme si è raggiunta una densità di popolazione pari a 4650 persone per KM quadrato con 5,7 KM quadrati disponibili a persona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11 OTTOBRE 2009: Il giorno dell’ascolto e del dialogo nei territori palestinesi occupati.&lt;br /&gt;Villaggi di Swareh, At Twani e Artas.&lt;br /&gt;Percorriamo la strada 60 che da Betlemme porta a Hebron, la strada è affiancata da colonie israeliane che restringono i territori palestinesi fin dagli anni trenta e che sono in continua espansione.&lt;br /&gt;A Swaret incontriamo Hassan che ci racconta dei progetti attivati grazie alla cooperazione internazionale nel suo villaggio e, come sempre accade, ci ringrazia per essere qui, perché diamo a loro la possibilità di parlare e di far conoscere le loro sofferenze. “Noi abbiamo molti amici in Europa, che, quando vengono a visitarci o a portarci il loro appoggio ed aiuto ci danno la forza di continuare a resistere. Siamo un popolo pacifico e lottiamo per opporci alla costruzione del muro anche con l’aiuto di alcune associazioni attiviste israeliane. Abbiamo come nostro primo obiettivo la scuola e la cultura per i nostri ragazzi, che vediamo come unica arma possibile per la futura liberazione della nostra terra”. &lt;br /&gt;Ci raggiunge anche una signora palestinese che ci racconta di suo figlio Omar, ottimo studente che, a suo tempo, ha vinto una borsa di studio in fisica ed è andato a studiare a Trieste e subito dopo a Berlino, dove è stato ucciso in circostanze ancora misteriose e da allora lei si fa chiamare “Mamma di Omar Hassan” ed è così si presenta a noi. Ci racconta dell’esperienza delle donne del villaggio che cucinano cibo biologico per i bambini e i ragazzi delle scuole, ci porta nelle cucine dove le donne ci offrono una bibita di limone e menta, delle focacce e delle torte fatte da loro. Sono gli stessi prodotti che mangiano i bambini delle scuole, sono semplici, poco costosi e sani.&lt;br /&gt;“Mamma di Omar Hassan” afferma che loro sono assolutamente disponibili a vivere al fianco degli israeliani. “Il nostro problema non sono gli israeliani, ma il loro governo. Tutto quello che vogliamo è la pace per vivere una vita normale con le nostre famiglie e sappiamo che è quello che vuole anche la gente israeliana.&lt;br /&gt;Ci portano a vedere le scuole, con aule semplici e i bambini, allegri e scatenati come nelle nostre scuole!&lt;br /&gt;La nostra visita si conclude con gli sguardi, le risa e i saluti dei bimbi “Hallo! Hallo!” e ci dirigiamo al villaggio di At Twani nei pressi della città di Attas.&lt;br /&gt;Incontriamo gli operatori di Operazione colomba che sostengono azioni non violente in territori di guerra. E’ qui perchè gli abitanti di questo villaggio hanno deciso di lottare contro l’occupazione israeliana usando il solo metodo della non violenza. Afez il responsabile del villaggio ci parla della loro incredibile, quanto vera e concreta esperienza di resistenza tramite la non violenza in una situazione di soprusi, violenze e umiliazioni quotidiane.&lt;br /&gt;Il villaggio si trova in zona C e cioè è completamente sotto il controllo israeliano. Le loro case sono tutte sotto ordine di demolizione. Hanno costruito una scuola nel 1998 e una clinica, anch’esse per ordine israeliano andranno demolite alla fine dell’anno. I bambini dei villaggi palestinesi vicini, per andare a scuola hanno 2 possibilità: una strada di circa 2 ore oppure una più corta che però passa nelle immediate vicinanze di una colonia Israeliana. I coloni qui sono violenti e considerano questa terra di loro proprietà per volere di Dio, non esitano ad impaurire, minacciare e colpire i bambini e ragazzi palestinesi, tre operatori di “Operazione Colomba” sono stati pestati e gravemente feriti dai coloni mentre accompagnavano i bambini. Il Governo Israeliano informato della cosa ha dichiarato la strada inaccessibile agli operatori internazionali ed ha organizzato un servizio di scorta per i bambini palestinesi dei villaggi vicini. Li accompagnano e li vengono a prendere. Oggi però la scorta non si é ancora fatta vedere e i bambini sono qui con noi ad aspettare che i soldati, armati, li riportino a casa.&lt;br /&gt;Dal 67 ad oggi gli israeliani tentano in ogni modo di rendere la vita impossibile ai palestinesi perché se ne vadano, la casa di Afez è stata distrutta tre volte, e tre volte ricostruita, lui è stato incarcerato, le terre vicine ad At Twani sono state dichiarate area militare per esercitazioni, sono frequenti gli spari sia di giorno sia di notte e qualche pastore o agricoltore palestinese é stato ucciso.&lt;br /&gt;I militari israeliani ed i coloni lavorano insieme per cacciare i palestinesi.&lt;br /&gt;Le strategie principali usate sono la POLITICA DELLE DEMOLIZIONI, che colpisce case, cisterne, tende e baracche. Nel villaggio dove siamo nel 1999 c’è stata una deportazione di massa assolutamente illegale da parte di Israele dei palestinesi che, dopo 6 mesi, sono ritornati grazie all’azione congiunta di palestinesi e attivisti israeliani.&lt;br /&gt; LA POLITICA DELLE CHIUSURE E DEI BLOCCHI continui blocchi per la gente palestinese che si vuole o DEVE muovere per coltivare le proprie terre o per lavorare. Il Villaggio di AT Twani ha deciso di usare l’arma della non violenza perché Israele cerca lo scontro, nel quale avrebbe facile vittoria, ma ha paura sia dei media sia di una corretta informazione che possono sgretolare la sua propaganda. Le loro azioni non violente hanno spesso avuto ampia risonanza ed hanno ottenuto obbiettivi altrimenti irraggiungibili.&lt;br /&gt;LA POLITICA DELLE COLONIE prevede la confisca sistematica delle terre da parte di coloni israeliani che lì si installano in condizioni vantaggiose dal punto di vista del costo delle case, dei servizi offerti (elettricità, acqua ecc). C’è una piena collaborazione tra l’esercito e i coloni.&lt;br /&gt;I COLONI da parte loro dagli anni 80 ad oggi hanno concentrato la loro violenza sui villaggi vicini, con scorribande ed intimidazioni.&lt;br /&gt;A causa di queste difficilissime condizioni 5 villaggi palestinesi si sono completamente spopolati, ma, grazie al lavoro del comitato non violento e delle organizzazioni d’appoggio internazionali presenti (Italiane e Nordamericane), in 2 di loro è stato possibile riportare la popolazione palestinese, che si sente oggi un po’ più protetta.&lt;br /&gt;…e i bambini continuano ad aspettare la scorta dell’esercito più volte sollecitato telefonicamente dagli operatori di Operazione Colomba.&lt;br /&gt;I coloni hanno avvelenato le acque, le pecore, sradicato alberi, picchiato operatori internazionali e palestinesi del villaggio.&lt;br /&gt;Afez afferma: “Noi abbiamo scelto la non violenza perché Israele accampa come scusa per la costruzione del muro, dei blocchi, per la confisca delle terre il fatto che i palestinesi sono terroristi. Noi stiamo portando avanti la nostra lotta non violenta e sappiamo che è l’unica strada che possiamo e dobbiamo percorrere. Avremo bisogno di tutto l’aiuto possibile della comunità Internazionale, delle ONG e vostro. Ancora per molto, molto tempo”.&lt;br /&gt;Ci offrono il pranzo in una casa povera e decorosa, certamente la più bella del villaggio, che versa veramente in condizioni disperate. Dopo il pranzo decidiamo di supportare Afez e i bambini del villaggio in un’OPERAZIONE NON VIOLENTA, gli operatori ci avvertono: “Non urlate, non reagite, non correte e cercate di comportarvi sempre con tranquillità. State sempre vicini a noi e ad Afez e fate ciò che fa lui” …cosa mai ci chiederanno di fare??? &lt;br /&gt;Annaffieremo delle pale di fico d’India piantate da Afez e dai bambini del villaggio nel terreno immediatamente sotto le colonie, in posizione simbolicamente dissuasiva nei confronti dell’ampliamento della colonia.&lt;br /&gt;Sembra incredibile ma un gruppo di bambini in sella ad un asino armati di bottiglie di acqua e un gruppo di persone armate di macchine fotografiche e telecamere che annaffiano delle piante ha fatto sì che sul posto si recasse la camionetta del responsabile per la sicurezza della colonia e due jeep con 5 o 6 soldati armati di tutto punto, che, di fatto, ci hanno cacciato, hanno cacciato Afez e i bambini dalla loro terra, dalle loro piante.&lt;br /&gt;Dopo questa incredibile esperienza che ci fa capire, anche se minimamente, cosa deve provare e sopportare il popolo palestinese di At Twani, il nostro programma prevede la visita alle città di Artas e di Ramallah. &lt;br /&gt;Per informazioni la scorta dei bambini delle scuole è arrivata con alcune ore di ritardo.&lt;br /&gt;La visita ad Artas è più turistica, visitiamo un monastero di suore cristiane che vivono in stretto contatto con una moschea e gestiscono un asilo interreligioso. Un gruppo folkloristico di ragazzi del luogo si esibisce in due danze. Alle 17.30 circa partiamo per Ramallah senza mai arrivarci. Siamo bloccati al Ceck Point di Betlemme e fatti scendere per i controlli dei passaporti; peccato che prima di noi ci siano almeno altre 200 persone…passiamo il ceck point (un’esperienza che mette notevolmente a disagio noi italiani, immaginiamo cosa sia per i palestinesi questa pratica che per molti è una costrizione quotidiana!) e poi, ormai troppo in ritardo sulla tabella di marcia, torniamo in hotel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;12 OTTOBRE 2009 III giorno: Il giorno dell’ascolto e del dialogo in Israele.&lt;br /&gt;Visita degli insediamenti (settlements)&lt;br /&gt;Oggi il nostro programma prevede la visita di alcune colonie israeliane in territorio palestinese, fin da subito appare chiaro che non sarà precisamente una giornata dedicata all’ascolto, in quanto non abbiamo il permesso di entrare nelle colonie, potremo osservarle solo da fuori e grazie all’aiuto di una guida israeliana, Noa, operatrice dell’Associazione Peace Now, cercheremo di capire di più. Un colloquio vero e proprio con i coloni è escluso.&lt;br /&gt;Passeremo attraverso il ceck point di HIZME per raggiungere poi i “settlements” (insediamenti) di Geva Benayamin, Ofra,Halamish, Nialeen Village e Modiin Ilit, oltre all’Out post GIVA ASAF.&lt;br /&gt;Nella West Bank ci sono oggi circa 120 insediamenti israeliani “legali”e più di 100 insediamenti “ illegali”, i così detti Out Post, che sono in sostanza colonie che hanno occupato terreni di proprietà privata dei palestinesi e sono considerati fuori legge anche da Israele, che però non mette in atto azioni per evacuarli.&lt;br /&gt;Prima di iniziare il nostro viaggio don Tonio dell’Olio, che oggi ci accompagna, ci dice che per questa giornata, che stiamo per vivere e che segue la nostra visita di ieri nei territori palestinesi, dove abbiamo toccato con mano la sofferenza e le privazioni di questo popolo, dovremmo ricordare un proverbio indiano (cultura certamente lontana da questa, dove siamo) e che dice “Prima di giudicare l’altro fai 7 miglia nei suoi sandali”.&lt;br /&gt;La cosa appare subito molto difficile: ci portano a visitare la tenda di una donna palestinese cacciata dalla sua casa, che si è accampata qui a Gerusalemme per protesta e vive con i suoi figli di fronte alla sua casa, oggi occupata da israeliani Il marito è stato ucciso. Dal tetto della casa di fronte alla tenda i coloni ci fotografano con i cellulari e noi non possiamo fare a meno di fotografare loro e di stringerci attorno alla tenda della donna che sta dando da mangiare ad un bimbo che non avrà ancora 2 anni. Gli uomini della sua famiglia sono oggi a Hebron per protestare. I giornalisti di RAI 3 la intervistano e chiedono un’intervista anche agli israeliani, che però rifiutano, saranno ben lieti di rispondere alle domande ma non ora, che la giornalista lasci i recapiti e loro chiameranno. Così iniziamo la nostra giornata e il nostro viaggio di approfondimento nei confronti delle colonie israeliane.&lt;br /&gt;Al ceck point di Hizme ci fermiamo con Noa che vuole illustrarci la situazione generale delle colonie nella West Bank, subito arriva una camionetta con 3 soldati israeliani, pensiamo che ci vogliano cacciare, invece dicono a Noa di proseguire e si fanno intervistare da alcuni di noi e dai giornalisti. Sono ragazzi tra i 19 e 22 anni, dicono che sono qui per proteggere Israele dagli attacchi dei terroristi, che non hanno nulla contro i palestinesi, ma sembrano molto a disagio se si approfondisce la questione: perché secondo te attaccano i palestinesi? È giusto secondo te che tu debba essere qui a controllarci?...&lt;br /&gt;Dagli accordi di Oslo la West Bank è suddivisa in 3 aree, l’area A sotto il controllo palestinese, l’area B che è giuridicamente sotto il controllo palestinese, ma militarmente sotto quello Israeliano e la zona C completamente sotto il controllo di Israele. I palestinesi non possono entrare nella zona C e gli Israeliani non possono entrare nelle zone A Bisogna però osservare che le aree C circondano completamente le zone sotto il controllo palestinese, soffocando le città ed impedendone qualsiasi sviluppo futuro. Inoltre Israele ha speso e continua a spendere moltissimo per creare un sistema viario che collega le colonie in modo tale da rendere gli spostamenti dei coloni facili e veloci. Si tratta per lo più di strade chiuse ai palestinesi.&lt;br /&gt;Nei pressi di una colonia israeliana scendiamo dal pullman ed abbiamo occasione di parlare con due ragazzi israeliani molto convinti delle loro ragioni, del fatto che Israele debba lottare per conquistare la terra che Dio gli ha assegnato, che gli arabi hanno molti altri posti dove poter vivere e loro difenderanno la loro colonia dal terrorismo degli arabi sempre. Un gruppo di noi si ferma a discutere con loro e ad ascoltarli e poi li salutiamo e ripartiamo.&lt;br /&gt;Noa, che si è sempre tenuta lontana dalla colonia, una volta risaliti sul pullman riceve una telefonata dalla polizia che le chiede se siamo noi il gruppo fermo davanti alla colonia e ci intima di allontanarci subito per evitare scontri. Non è gente abituata alle discussioni. In ogni caso avevamo già ripreso il nostro viaggio.&lt;br /&gt;Vediamo dai finestrini del pullman le colonie e gli out post, costantemente sorvegliate dall’interno dagli addetti alla sicurezza, ci fermiamo poi a Nailin, dove esiste una comunità palestinese che da anni lotta, invano, in modo non violento contro la costruzione del muro.&lt;br /&gt;Il responsabile del comitato non violento è un insegnante d’inglese che ci racconta che dal 1948 la città ha perso 40.000 ettari di terreno e le politiche di confisca continuano. Hanno costruito 5 insediamenti illegali e vi hanno fatto arrivare ebrei ortodossi dall’estero, cacciando i palestinesi dalle loro terre.&lt;br /&gt;La strategia del muro, ci dice il professore, ha una sola finalità: togliere altra terra ai palestinesi. Loro dal 2004 fanno proteste stabili davanti al muro, in prossimità del quale ci portano, e dove hanno perso la vita alcuni manifestanti e almeno due bambini, tra cui suo nipote colpito dalla pallottola di un soldato israeliano.&lt;br /&gt;Anche alcuni internazionali sono stati arrestati o picchiati durante queste manifestazioni e tutti fatti rientrare nel loro paese d’origine.&lt;br /&gt;Lasciando il villaggio di Nailin salutiamo i ragazzi che ci hanno accompagnato al muro e che ci hanno fatto visitare il loro piccolo “museo” che è una stanza piena di fotografie della storia del loro popolo, della loro città e delle manifestazione non violente fermate con la forza dagli israeliani.&lt;br /&gt;Facciamo la nostra ultima tappa a Madin Ilit, uno dei tre maggiori insediamenti israeliani e città di ultra ortodossi.&lt;br /&gt;Ci sono grandi palazzoni bianchi, la scuola, il parco giochi e molte gru al lavoro, a testimoniare che nei fatti il “congelamento” delle colonie non esiste. Qui ad esempio si può continuare a costruire perché si tratta di licenze ottenute prima degli accordi di Oslo e ben 40.000 unità operative potrebbero ancora essere realizzate perché concesse prima del 1993.&lt;br /&gt;Noa ci dice che Peace now ritiene che siccome la west bank non è mai stata annessa ad Israele il governo israeliano potrebbe decidere politicamente il congelamento effettivo delle colonie, revocando le concessioni ottenute prima di Oslo. Il pericolo grande che si intravede, neanche troppo lontanamente, è che le colonie diventino tutte talmente grandi da renderne nei fatti impossibile lo sgombero, come sembra chiaro di Madin Ilit.&lt;br /&gt;Noa ci dice che contrariamente ai coloni che occupano gli Out Post, molti degli israeliani che vivono qui lo fanno perché ottengono delle agevolazioni significative nell’acquisto della casa e nei servizi connessi, acqua, elettricità ecc. Per questo secondo lei una diversa politica da parte di Israele potrebbe produrre effetti buoni dal punto di vista della convivenza tra Israele e la Palestina, il punto fermo deve però essere lo sgombero delle colonie in territorio palestinese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;13 OTTOBRE 2009 IV giorno: Il giorno dell’Europa.&lt;br /&gt;Auditorium Notre Dame Center – Conferenza Internazionale “il ruolo dell’Europa per la pace in Medio Oriente.&lt;br /&gt;La conferenza vuole riflettere, grazie al contributo di eminenti personalità del mondo Istituzionale, culturale e delle ONG (della società civile se così vogliamo dire), sul ruolo che l’Europa ha e dovrebbe avere per contribuire alla dine della guerra israelo-palestinese.&lt;br /&gt;Lo scorso 4 giugno Barak Obama ha detto “Perché arrivi la pace è tempo che tutti assumano le proprie responsabilità” ed ha sollecitato il mondo a raddoppiare gli sforzi per giungere alla definizione di due Stati, Israele e Palestina, perché vivano vicini in pace e sicurezza”.&lt;br /&gt;Il nostro viaggio in questa marcia della pace secondo Flavio Lotti, è dettato non da un pacifismo buonista, ma dalla concreta e reale percezione della tragedia umana che qui si sta compiendo e del fatto che allo stato attuale ci sono tutte le premesse perché questa situazione non migliori. La soluzione del problema Israeliano è strategica e di primario interesse anche per noi, per l’America (com’è stato detto per la prima volta dall’attuale Presidente B. Obama), e anche per l’Europa, che invece continua a tacere.&lt;br /&gt;Il giornalista del Messaggero Erik Salerno coordina i lavori della prima parte della conferenza dedicata alle Istituzioni. Sono presenti Nils Eliasson Console generale svedese a Gerusalemme e Presidente di turno dell’Unione Europea, Christian Bergaer, Rappresentante della Commissione Europea a Gerusalemme, Michael Sabbah Emerito Patriarca Cristiano di Gerusalemme, Sari Nusseibeth Prsidente dell’Università di Al-Quds, Naomi Chazan professoressa emerita di scienze politiche all’Università di Hebrew di Gerusalemme, Ghassan Khatib scrittore e direttore del centro per i media e la comunicazione di Gerusalemme e Janet Aviad autrice e letterata della scuola di educazione della Habrew University di Gerusalemme.&lt;br /&gt;I discorsi dei due rappresentanti dell’Unione Europea Eliasson e Bergaer, sono apparsi deboli ed assolutamente formali e “diplomatici” nel senso peggiore del termine. Hanno entrambi sottolineato che l’Unione Europea agisce nel Medio Oriente nell’orizzonte unico e imprescindibile del rispetto delle leggi internazionali. con lo scopo della creazione di due Stati. L’Unione Europea ha intimato più volte a Israele di evitare provocazioni con l’ampliamento delle colonie o le demolizioni delle case palestinesi, che sono azioni illegali dal punto di vista della legge internazionale. Chiede di mettere fine all’occupazione e di garantire il rispetto dei diritti umani.&lt;br /&gt;E’ chiaro a tutti noi, che abbiamo avuto modo di toccare con mano l’invasività delle colonie israeliane, la violenza degli sgomberi forzati dei palestinesi dalle loro terre per la demolizione delle case, il continuo lavoro di ampliamento interno alle colonie, la mancanza di tutela dei diritti fondamentali per i palestinesi, che queste parole sono dichiarazioni alle quali non è mai seguita un’azione coerente. Questo atteggiamento da parte dell’Unione Europea, non può che allarmarci. Come ha avuto modo di obbiettare Erik Salerno, Israele sa benissimo ciò che è legale e ciò che non lo è, le intimazioni non bastano più, serve altro.&lt;br /&gt;Appare chiaro che è arrivato il momento, per l’Unione Europea, ma anche per tutti gli attori di questo conflitto, di cambiare pensiero, serve uno slancio inedito che guidi una nuova azione, concreta e concertata.&lt;br /&gt;Secondo Janet Aviad anche agli israeliani è chiaro che si dovrà arrivare alla soluzione dei due stati, ma il come e il quando restano confusi, si parla in modo generico di un “processo” che dovrà compiersi, ma senza dare tempi e modalità utili a raggiungere questo scopo. Secondo la Aviad non ci deve aspettare che il Governo Netanyahu si muova in autonomia verso una soluzione giusta della questione. Certo può essere d’accordo sulla soluzione dei 2 Stati, ma in quali termini? Sicuramente svantaggiosi per il popolo palestinese. La sinistra d’altro canto è troppo debole e poco rappresentativa oggi del popolo israeliano, bisogna cercare di parlare alla corrente maggioritaria degli israeliani, muovendoli verso la possibilità di percorrere una strada ben definita che porti alla soluzione dei due stati, con tempi e modi definiti, per il bene di Israele in primo luogo. Israele e gli israeliani devono avere ben chiaro che se non si approderà ad una giusta soluzione Israele avrà un governo sempre più debole e delegittimato a livello internazionale, mentre potrebbe essere a tutti gli effetti un partners culturale e commerciale di grande importanza sia per l’Europa, che per l’America. &lt;br /&gt;Anche secondo Sari Nusseibeth oggi non ci stiamo muovendo verso una soluzione accettabile per la creazione dei due Stati. Lo “Status Quo” sta portando ad una soluzione svantaggiosa per la Palestina: perdita di terre rispetto ai confini del 67, mancanza di garanzie nei confronti dei rifugiati, Gerusalemme est tolta ai palestinesi. Ma queste sono prospettive israeliane, non si tratta di una soluzione giusta del conflitto. Forse, secondo Nusseibeth, non è più il tempo di credere alla soluzione dei 2 Stati ed è invece necessario lavorare in primo luogo perché i diritti umani di tutti siano rispettati e garantiti in un unico stato o in due stati diventa secondario. Forse è il caso che anche la cooperazione internazionale lavori perché gli innumerevoli fondi stanziati fino ad oggi siano usati per scuole, ospedali, sanità e educazione in generale, ma non più per infrastrutture dedicate al futuro stato palestinese. Si veda l’esempio dell’aeroporto di Gaza, costruito con fondi internazionali e demolito in una notte dall’esercito Israeliano.&lt;br /&gt;I soldi della cooperazione devono iniziare ad essere spesi solo ed esclusivamente per realizzare progetti che facciano fare un passo avanti verso la strada della soluzione, altrimenti saranno solo un sollievo temporaneo per i palestinesi dentro un “inferno” senza fine e una riduzione di responsabilità degli israeliani che eviteranno, grazie a questi soldi, di farsi carico delle spese derivanti dalla loro occupazione (come invece prevede la legislazione internazionale).&lt;br /&gt;Michael Sabbat, emerito patriarca cristiano di Gerusalemme, rileva che in Medio Oriente il diritto di fatto e morto e che vige la legge del più forte, senza che la comunità internazionale abbia il coraggio di intervenire, in modo particolare sul Governo di Netanyahu, per far cessare le violenze. E’ necessario iniziare ad agire sugli accordi commerciali e culturali in essere perché Israele rispetti le leggi internazionali Le accuse di antisemitismo non devono impedire che si lavori per il rispetto, ovunque, dei diritti fondamentali dell’uomo. Se l’Europa non agirà nel breve termine in modo concreto sul governo Israeliano, l’Europa resterà nelle conferenze ed il popolo israeliano e palestinese nelle sofferenze.&lt;br /&gt;Nella seconda parte il tema dominante è stato quello della cooperazione internazionale e della assoluta necessità di imprimere una svolta nell’azione perché si determini con grande chiarezza il percorso e le misure da compiere per arrivare alla soluzione dei 2 stati. Come sintetizza bene Sergio Bassoli non è possibile che le ONG costruiscano mentre la politica non consolida e l’occupazione distrugge.&lt;br /&gt;Abbiamo avuto la possibilità di ascoltare i responsabili di diverse nazioni Spagna, Francia, oltre all’Italia impegnate da anni nella cooperazione in Medio Oriente.&lt;br /&gt;A tutti appare chiaro che esiste una responsabilità politica di cui ci si deve far carico; il corto circuito della politica ricade anche sul lavoro delle ONG e della società civile. Appare evidente, quando infrastrutture costruite con i soldi della cooperazione internazionale vengono distrutte da Israele, senza che la Comunità Internazionale intervenga. Questo scandalo deve finire, altrimenti non ha senso investire così ingenti risorse nella cooperazione (anche l’Italia, nonostante la diminuzione dei fondi destinati alla cooperazione internazionale ha mantenuto stabili quelli in medio oriente).&lt;br /&gt;Il rispetto dei diritti umani, il diritto alla vita per primo, deve essere la base imprescindibile di ogni azione politica, non si tratta di diritti revocabili, per nessuna ragione. La Politica non può prescindere da questa prospettiva e non può più lasciare inascoltate le istanze della società civile.&lt;br /&gt;L’intervento di Naomi Chezan ribadisce i principi emersi da questa Conferenza, che dovrebbero guidare i futuri interventi in Medio Oriente: ogni azione deve rispondere a due requisiti, promuovere la formazione di due stati e non avvantaggiare o legittimare l’occupazione israeliana.&lt;br /&gt;Oggi purtroppo non esistono contatti tra israeliani e palestinesi, o sonno molto rari, perché fisicamente impossibili, ma nella forza del dialogo e della società civile risiede la speranza per un futuro di pace.&lt;br /&gt;La Politica ha degli strumenti che deve usare senza paura e con decisione nei confronti di Israele e questi strumenti sono gli “accordi commerciali con Israele” (possibilità di portare in Europa merci senza pagare tasse) che prevedono che se il rispetto dei diritti umani viene meno, l’accordo non è più valido. E’ necessario rispettare questi accordi, prima di tutto per una nostra coerenza.&lt;br /&gt;La politica sarà in grado di essere all’altezza di questa situazione? Il fallimento dell’attuale strategia è chiaro e davanti agli occhi di tutti, le quotidiane ingiustizie e violenze subite dal popolo palestinese, cui fanno da specchio i timori e le paure degli israeliani che vivono sotto l’incubo degli attentati, sono uno scandalo la cui responsabilità è anche della nostra inazione. &lt;br /&gt;La politica deve riacquistare una dimensione di ascolto e di collaborazione nei confronti della società civile, ma deve farlo ora, per il bene di Israele, della Palestina, ma anche delle nostre Nazioni.&lt;br /&gt;Una nota che non ci fa ben sperare in proposito, è il repentino allontanamento dai lavori da parte dei rappresentanti delle istituzioni una volta terminati i loro interventi. La società civile li ha ascoltati e poi si è ritrovata, come troppo spesso accade, a discutere da sola tematiche e richieste di aiuto destinate al mondo istituzionale e politico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;14 OTTOBRE 2009 V giorno: Visita al campo profughi di Shuffat. Giorno della riconciliazione.&lt;br /&gt;Il campo profughi è gestito dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East).) l’Agenzia ONU per i Rifugiati. Il campo è stato fondato dopo la guerra dei 6 giorni nel 67, dal Governo Giordano. Inizialmente vi risiedevano 3.500 persone, attualmente il campo ospita 18.000 rifugiati.  Anche per entrare in questo campo è necessario passare un Ceck Point israeliano; il muro in costruzione, proprio nei pressi del campo, renderà ancora più difficoltosi gli spostamenti, già limitati, dei palestinesi del campo. Sulla collina imperano le case dei coloni e nei pressi del campo continuano le demolizioni.&lt;br /&gt;Ci accompagnano nella visita i ragazzi dell’Agenzia ONU per i rifugiati, che ci spiegano e ci fanno vedere ciò che ormai abbiamo imparato a riconoscere da soli: le colonie che stringono i territori palestinesi, il ceck point che controlla gli spostamenti degli abitanti del campo, le case dei palestinesi demolite. A causa della pressione demografica nel campo rifugiati molte case, costruite per essere di uno o due piani, sono diventate case a tre e quattro piani. Nel Medio Oriente dopo il ’48 si contavano 700.000 rifugiati, arrivati oggi alla impressionante cifra di circa 3 milioni e mezzo. I campi profughi dell’UNRWA si trovano a Gaza, Gerusalemme, Giordania, Libia e Siria. L’UNRWA si occupa dei bisogni primari nei campi dei rifugiati: scuole, sanità, servizi in genere. Non è un organismo politico, ma assistenziale ed è finanziato dalla Comunità Internazionale, Filippo Grandi ne è il responsabile qui in Medio Oriente, ed anche lui nel suo discorso di ben venuto ci chiede di raccontare in Italia che, a Gerusalemme ed a Gaza in modo particolare, ancor più che un’emergenza politica si sta verificando una tragedia umanitaria ed umana insopportabile. Dopo i bombardamenti di qualche mese fa (fine dicembre 2008- gennaio 2009) tutte le nazione hanno dato la loro disponibilità per la ricostruzione, ma ad oggi nulla è stato fatto a causa di un embargo ingiusto ed illegale.&lt;br /&gt;Dopo la visita al campo profughi, ci rechiamo a visitare lo YAD VASHEM Il museo dell’olocausto. Una visita preceduta da una cerimonia di commemorazione per le vittime dell’olocausto in cui l’Associazione Torinese TERRA DEL FUOCO presenta il progetto del Treno della Memoria, grazie al quale molti ragazzi delle scuole superiori di tutta Italia hanno l’occasione di viaggiare insieme in treno per visitare il campo di Awshwitz e ricostruire la memoria dei deportati, della loro storia e della storia dell’Europa. Nell’Olocausto, questo abisso dell’umanità che ha inghiottito ebrei, zingari, omosessuali, oltre a chiare ed individuabili responsabilità, ci sono state anche responsabilità meno evidenti nella società civile, molti hanno guardato altrove e sono rimasti nella così detta “Zona Grigia”. Michele Curto il giovane e preparatissimo presidente dell’Associazione Terra del Fuoco ci spiega che i ragazzi del Treno della Memoria testimoniano con questo viaggio la volontà di non essere MAI zona grigia. E aggiunge che il nostro messaggio deve essere che nessuno mai più dovrà essere discriminato e violentato, nessuno in nessun luogo, sia esso ebreo, zingaro, omosessuale, nero o palestinese. Un pensiero che molti di noi hanno avuto sentendo parlare i rappresentanti del museo che ci anticipavano ciò che avremmo visto. &lt;br /&gt;Purtroppo il paragone o meglio, il parallelismo tra ciò che abbiamo visto nel museo dell’Olocausto e la situazione odierna dei palestinesi sorge spontaneo. Al di là di tutte le differenze storiche e politiche che possono esserci, molti palestinesi, di fatto oggi, e l’abbiamo visto con i nostri occhi, subiscono violenze che rendono impossibile uno sviluppo libero della persona, sia a livello fisico, che mentale…questo è quello che sentiamo, quando usciamo dallo Yad  Vashem; un luogo che ci ha riportato indietro agli anni bui del terrore e del nazismo, che ci ha fatto conoscere le storie di tanti ebrei cancellati, distrutti: bambini, uomini e donne che hanno perso la loro condizione universale di “uomo”. E una volta fuori questo museo della memoria ci ha dato un bagaglio di conoscenze che non possiamo non impiegare nella lettura del presente, di ciò che accade oggi, qui, in questa terra che si dice “santa”…forse anche molti israeliani potrebbero usare in modo diverso questo bagaglio di storie di sofferenza, angoscia e terrore…forse potrebbero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Ore 17,00: Auditorium Notre Dame: International Peace Day. Incontro con i parenti delle vittime israeliane e palestinesi.&lt;br /&gt;Abbiamo la fortuna di assistere a questa giornata internazionale della riconciliazione e di conoscere persone straordinarie, che hanno subito perdite importanti ed hanno deciso di trasformare la loro rabbia ed il loro dolore in azione non violenta e di dialogo. Persone con una forza, con uno spirito che abbiamo riconosciuto anche in Afez il capo del villaggio palestinese di At Twani, che ha deciso di combattere con la non violenza i soprusi quotidiani dei coloni e dell’esercito israeliano. Una forza quasi inverosimile, incomprensibile, che però emerge vigorosa e decisa dai loro occhi e dalle loro parole.&lt;br /&gt;Robi Damelin, Rappresentante del foro dei genitori (www.theparentscircle.org; office@theparentscircle.org ): prima di usare la violenza in qualsiasi circostanza guardate i vostri bambini e i loro occhi, abbiamo una responsabilità per il loro futuro, non hanno scelto dove nascere o dove pregare, le loro lacrime sono uguali in tutto il mondo. Non esiste la via della vendetta per la perdita di una persona amata. Mio figlio insegnava all’università ed improvvisamente è stato chiamato per la riserva e non sapeva cosa fare. E’ morto facendo ciò che doveva fare. Recentemente il suo assassino ha scritto una risposta ad una mia lettera, una risposta piena di odio e rancore. Ho avuto l’istinto di rispondere e di esprimere anch’io  tutto il mio rancore e la mia rabbia, ma ho compreso che l’unica via sarà sempre quella del dialogo e della riconciliazione.  Attualmente la vita degli israeliani e dei palestinesi è totalmente separata. Non ci conosciamo a vicenda, non conosciamo le nostre motivazioni. Dobbiamo abbattere questi muri e conoscerci, parlare, capire insieme come trovare la via giusta per la riconciliazione. Lo dobbiamo anche a noi stessi. Per questo abbiamo creato questa Associazione che organizza anche incontri nelle scuole, perché allo stato attuale delle cose i ragazzi israeliani non conoscono le storie e la vita dei loro coetanei palestinesi, e viceversa. Sentiamo che è questa la strada giusta.&lt;br /&gt;All Abu Awwad è nato in un campo profughi. La madre è stata per 5 anni in prigione per ragioni politiche. Tutti vogliono la pace, ma non sanno cosa fare della loro rabbia, è questo che spinge i ragazzi a farsi esplodere, che spinge i soldati ad essere violenti ai posti di blocchi. Non vogliamo che voi siate pro Palestina o pro Israele, ma a favore di una soluzione. Non c’è sicurezza per Israele senza uno Stato Palestinese e non ci sarà indipendenza per la Palestina se non ci saranno 2 nazioni autonome. Sono stato in prigione per 4 anni e a capo di uno sciopero della fame di 17 giorni di 40000 arrestati. Qui ho visto la grande forza della non violenza, ciò in cui credo e l’essere umano che sono non possono essere attaccati dalla tua violenza. Io sono stato ferito da un colono dopo essere stato liberato e mi hanno mandato in Arabia per le cure mediche, lì ho ricevuto la notizia che mio fratello è stato fermato e ucciso dagli israeliani che gli hanno sparato alla testa solo perché era palestinese. Io so benissimo che mio fratello non era armato. Voglio che ogni singolo ebreo capisca che mio fratello era un uomo. Io però dico all’israeliano che ha ucciso mio fratello che non può controllare la mia reazione e la mia coscienza. Io come palestinese non sono libero, ma come uomo sì. Io non voglio esser la vittima di nessuno e non voglio essere parte di nessun crimine. Come possiamo riconciliarci con il nostro dolore se non siamo liberi di muoverci nella nostra terra, di operare, di incontrare.&lt;br /&gt;Oggi la nostra situazione politica è molto difficile ed io ho paura per il futuro, credo che questo periodo di calma sia il preludio di una grande tempesta se le cose non evolveranno. Per questo abbiamo deciso di operare insieme perché la soluzione deve arrivare da entrambe le parti. Vogliamo che siate nostri messaggeri, che facciate pressione sui governi. Io voglio che la legge mi includa quale persona libera e che protegga tutti i palestinesi, anche le famiglie di Gaza. Io lavoro sul terreno per creare un movimento non violento, ne ho abbastanza di conferenze sulla pace, è necessario lavorare sul terreno e spingere i governi non ha fare conferenze in cui parlano autorevoli rappresentanti ed esperti, ma ad agire. I conosco una verità: che ogni assassinio di un esser umano è e deve essere considerato un delitto. E noi dobbiamo denunciarlo, perseguirlo, fare pressione ed agire. Noi non ci tiriamo indietro dalla pace e vi chiediamo di aiutarci con il vostro cuore, la vostra mente e le vostre azioni. Quando penso alla mia storia, mi chiedo se devo davvero essere io a convincere i palestinesi della necessità della pace, perché credo che sia il mondo intero a dovere convincere me e i palestinesi della necessità della pace. I palestinesi hanno bisogno di giustizia non sappiamo cosa voglia dire vivere in pace, vivere in un paese libero, non sappiamo cosa sia una vita “normale”. Avere uno stato palestinese per noi significherebbe avere pace, giustizia, dignità, libertà. Avere un luogo in cui la gente può scendere in strada ed essere fiera della propria identità per poter costruire la pace. La parola pace è ormai abusata, bisogna finalmente costruire con serietà le condizioni e per farlo, si deve partire dalla Palestina. Una Palestina libera è la condizione necessaria per avere pace e sicurezza. Pace non è solo fede o speranza, ma anche responsabilità.&lt;br /&gt;La sera abbiamo il piacere di assistere ad un concerto con la presenza della cantante Israeliana NOA, qui per testimoniare la sua vicinanza all’Associazione dei parenti delle vittime israeliane e palestinesi, che hanno istituito l’AWARDS della riconciliazione un premio che ogni anno è assegnato ad un palestinese e ad un israeliano che lottano e lavorano per creare pace e dialogo tra i due popoli.&lt;br /&gt;Durante la serata si parla anche di un nostro connazionale Angelo Framartino, giovane ventenne cooperante morto nel 2006 qui a Gerusalemme, per mano di un palestinese, mentre passeggiava con due amiche palestinesi. Un eroe nazionale di cui pochi conosceranno il nome e la storia, che come molti altri ragazzi sono morti in paesi di guerra lavorando per la pace, ed ai quali non sono riservati onori di stato, né le prime pagine dei giornali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;15 OTTOBRE 2009 VI giorno: Il giorno di Gerusalemme. Viaggio tra i profughi palestinesi e in una delle più grandi colonie israeliane.&lt;br /&gt;Ci portano con i pullman a Gerusalemme Ovest, una città moderna, pulita, con parchi, hotels e palazzi, una città diversa rispetto a Gerusalemme est ed anche rispetto alla città vecchia, decisamente arabeggiante. Qui incontriamo ROTTEM, uno splendido ragazzo israeliano, attivista e membro degli ICHAD (Comitato Israeliano contro la demolizione delle case) e del Centro di Informazione Alternativa. Un’associazione che conta tra i membri molti italiani, che lavora per diffondere un’informazione indipendente, alternativa appunto ed alla quale lavorano sia israeliani sia palestinesi.&lt;br /&gt;Rottem ha 28 anni ed ha iniziato il suo impegno politico a 19 anni, quando dopo un anno e mezzo di servizio militare ha rifiutato di continuare de è stato incarcerato. Dopo la prigione ha viaggiato molto ed al suo rientro ha iniziato la sua attività per opporsi alla costruzione del muro in modo particolare e per favorire gli scambi tra israeliani e palestinesi.&lt;br /&gt;Con Rottem visitiamo Gerusalemme e la vediamo da una prospettiva storica e politica. Ci porta alla linea di confine dal 48 al 67, ci porta nel quartiere di MORASHA, dal quale nel 48 sono stati sgombrati i Palestinesi e dove sono stati fatti arrivare dal medio oriente 1 milione di ebrei. La zona era, però già sotto il controllo degli ebrei europei, che vedevano gli ebrei medio orientali come una grande fonte di mano d’opera e li tennero nelle periferie, con servizi scarsi ed in situazione di povertà. Anche oggi la ricchezza è concentrata a Tel Aviv e le zone di confine e periferiche continuano ad essere molto povere. Proprio da questo quartiere è nato negli anni ’70 il movimento israeliano delle PANTERE NERE, per rivendicare migliori condizioni di vita per gli ebrei medio orientali e la fine delle discriminazioni nei loro confronti. Questo movimento ha creato una buona circolazione di idee e si sentiva anche molto vicino ai palestinesi, purtroppo però la guerra del ’70 ha fatto in modo che le minacce esterne ad Israele annientassero ogni dissidenza interna, aumentando lo stato di insicurezza e la necessità di essere uniti sotto il pericolo, così anche il movimento delle pantere nere si dissolse.&lt;br /&gt;Andiamo a fare visita a MARIAM la giovane donna palestinese sfrattata dalla sua casa che ora vive con i suoi familiari in una tenda e che avevamo avuto modo di conoscere qualche giorno fa.&lt;br /&gt;Mariam ci racconta che sono venuti a cacciarli dalla loro casa alle 5 di mattina, mentre tutti dormivano, i bambini (il più piccolo era appena nato) sono stati fatti uscire in pigiama dai soldati con il passamontagna ed armati, anche loro sono dovuti uscire in pigiama e non gli è stato più permesso di rientrare nemmeno per recuperare le poche cose necessarie ai bambini. Facile immaginare il trauma dei più piccoli. Da quel giorno, 3 mesi fa, sono accampati qui, di fronte alla casa occupata dagli israeliani. Gli occupanti vedono il nostro gruppo e chiamano la polizia che arriva immediatamente, con il figlio diciottenne di Mariam, che era stato prelevato 2 ore prima e di cui la madre non sapeva più nulla. Il ragazzo era stato accusato dagli israeliani di averli attaccati la notte scorsa, ma fortunatamente è stato facile dimostrare che di notte lui lavora su un’ambulanza. Ad una nostra domanda su come vede il suo futuro Mariam ci confessa che lei non vede per lei ed i suoi cari alcun futuro “tra pochi giorni faranno sgombrare altre 3 case e quando saranno sgombrate quelle ne faranno sgombrare delle altre e l’Autorità Palestinese non ha più i fondi per mantenerci in albergo. Noi rivogliamo le nostre case, gli israeliani non hanno alcun diritto di portarcele via”.&lt;br /&gt;Lasciamo Mariam sempre più sgomenti.&lt;br /&gt;Ci dirigiamo nell’insediamento di Mahli Adoumin, il più grande vicino a Gerusalemme, dove incontriamo Ghideon, un colono che ha accettato di trascorrere un po’ di tempo con noi.&lt;br /&gt;Viene da New York e si è trasferito qui a 4 anni. E’ porta voce del comune per quanto riguarda i rapporti in inglese. Ci dice che questa “città” (leggi “colonia” ) è la più bella e la più grande di tutte quelle che si trovano nei “territori contesi” (leggi “territori occupati”). Ci mostra orgoglioso i giardini, le belle case con la bandiera israeliana, il comune, i parchi e le scuole. “vedete, quella e la parte di naturale espansione della nostra città. Lì prevediamo di costruire altre 5000 unità immobiliari, per garantir prosperità alla nostra città. Purtroppo ad oggi abbiamo tutti i permessi, ma non siamo ancora riusciti ad iniziare la costruzione per pressioni da parte dell’America e della Comunità Internazionale. Il pericolo è che questo ampliamento non si riesca a fare e che lì arrivino altri terroristi palestinesi che dalle loro case a tre piani sparino contro di noi” gli chiediamo se ci sono stati attentati nell’”insediamento” (per noi di questo si tratta) e lui ci dice “grazie a Dio no”.&lt;br /&gt;…ma la prudenza non è mai troppa (!??)&lt;br /&gt;Proviamo a fargli capire quale è la nostra interpretazione della questione Israelo-palestinese, che è sicuramente diversa dalla sua: per noi le terre che lui chiama “contese” sono in realtà “occupate” e questa è una colonia. Lui ci dice che per lui le cose sono diverse, i territori definiti “contesi” li avrebbe meglio potuti chiamare “LIBERATI…dal terrorismo”;  noi lo ringraziamo per essersi trattenuto!&lt;br /&gt;Dopo questo incontro, un po’ inverosimile e molto impressionante, Rottem ci porta da una famiglia di beduini accampata nei pressi della città di Amat.&lt;br /&gt;Questa tribù beduina, originaria del deserto del Negef, nel 48 si é spostata a Hebron e poi a Gerusalemme ( ci abitala quasi 50 anni). Il paesaggio è povero e decisamente desolante. I beduini vivono in baracche, molti fanno ancora pastorizia, altri lavorano nelle città come muratori o nelle aziende agricole, ma il lavoro è sempre meno.&lt;br /&gt;Ci danno un esempio della loro grande ospitalità offrendoci un lauto pranzo e da bere, parlano con noi, ci raccontano, tutti ci salutano con affetto. Le donne non sono con noi, per tradizione devono stare separate, allora noi donne le andiamo a salutare e scopriamo giovani donne già madri di 3 o 4 figli, sorridenti ed ospitali, una di loro parla anche un po’ di inglese e così ci si capisce, ci si sorride e ci si ringrazia a vicenda.&lt;br /&gt;Qui non hanno acqua, né elettricità e le scuole sono molto lontane. Vivono in una situazione precaria, perché spesso sono costretti a spostarsi su altre terre, questa non è la loro terra.&lt;br /&gt;Una visita bellissima un momento di condivisione indimenticabile. Gente povera e umile che ci ha regalato dei momenti che porteremo sempre con noi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Barbara&lt;br /&gt;Rosaria&lt;br /&gt;Mimma&lt;br /&gt;Luigia&lt;br /&gt;Adriana&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-5830194738530571891?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/5830194738530571891/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/indimenticabile-esperienza.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5830194738530571891'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5830194738530571891'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/indimenticabile-esperienza.html' title='Indimenticabile esperienza'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Sua_tX3wBhI/AAAAAAAAALI/kpsETnfZ15o/s72-c/incontro_birzeit.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-5007946780819209012</id><published>2009-10-26T05:57:00.000-07:00</published><updated>2009-10-26T06:01:24.877-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='conclusione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='report'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>Diario di viaggio: Report Palestina</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdIvNy0KI/AAAAAAAAAK4/gtMGi2Sf63U/s1600-h/delegazione-a-Gaza00018.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdIvNy0KI/AAAAAAAAAK4/gtMGi2Sf63U/s320/delegazione-a-Gaza00018.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5396892501912244386" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Siamo arrivati in quattrocento&lt;/span&gt; dall'Italia, persone singole, &lt;br /&gt;rappresentanti di associazioni e amministratori locali per questa &lt;br /&gt;settimana della pace in Israele e Palestina, organizzata dalla Tavola &lt;br /&gt;della Pace. Questa missione e' la più grande e numerosa dopo parecchi &lt;br /&gt;anni, almeno per quanto riguarda la Terra Santa. Per me e' la prima &lt;br /&gt;volta dopo la mia espulsione avvenuta nel 2002 quando un gruppo di &lt;br /&gt;pacifisti voleva raggiungere Gerusalemme per partecipare ad una &lt;br /&gt;manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese. Da quella &lt;br /&gt;volta non avevo più avuto occasione di partecipare ad alcuna missione &lt;br /&gt;di pace in Palestina, almeno passando da Israele. Mi sono aggregato &lt;br /&gt;volentieri alla carovana, in rappresentanza della Rete degli Artisti &lt;br /&gt;contro le guerre e per promuovere nell'occasione la marcia mondiale per &lt;br /&gt;la pace che e' da poco iniziata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato 10 ottobre: &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Arrivo a Tel Aviv &lt;/span&gt;e pernottamento a Betlemme. Subito dopo il nostro arrivo abbiamo avuto un incontro in una sala del Comune di Betlemme. Erano presenti anche il Sindaco di Betlemme, il governatore della regione e il &lt;br /&gt;portavoce del Consolato italiano. Abbiamo fatto il punto sulla settimana di pace e ci siamo scambiati le prime impressioni. Era presente Flavio Lotti della Tavola della Pace, Sergio Bassoli del Coordinamento delle ONG per la pace in Medio Oriente e Luisa Morgantini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica 11 ottobre: &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il giorno dell'incontro nei territori palestinesi&lt;/span&gt;. I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi con altrettante destinazioni. Il nostro gruppo si e' recato ad Hebron. Qui abbiamo avuto un primo incontro con il sindaco della città. In quella &lt;br /&gt;occasione ho proposto al sindaco una collaborazione tra il Comune di &lt;br /&gt;Hebron e la Rete Artisti. In seguito abbiamo fatto un tour del centro &lt;br /&gt;storico con destinazione finale la moschea di Abramo. Poi pranzo &lt;br /&gt;offerto dal Comune e a seguire visita al campo profughi di Al Fawatt &lt;br /&gt;nei pressi di Hebron. In quella circostanza abbiamo avuto un incontro &lt;br /&gt;con il coordinatore del campo che ci ha illustrato i problemi passati e &lt;br /&gt;presenti e la speranza per un futuro migliore. Questo campo ha 17.000 &lt;br /&gt;abitanti ed e' uno dei 19 campi profughi presenti in Palestina dal &lt;br /&gt;1948. Mi si conceda un sorriso amaro scrivendo queste righe pensando &lt;br /&gt;che a tutt'ora a più di 60 anni di distanza queste persone ormai alla &lt;br /&gt;terza generazione continuano a vivere in queste condizioni, qui in &lt;br /&gt;Palestina e altrove, come ben sappiamo. Fatto comune a tutti i campi, &lt;br /&gt;un terzo della popolazione lavora in territorio israeliano e più della &lt;br /&gt;metà degli abitanti e' al di sotto dei 18 anni. In serata rientro a Betlemme.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lunedì 12 ottobre: &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno dell'incontro nei territori &lt;br /&gt;israeliani&lt;/span&gt; (ho scelto io questa definizione, giacché si parla anche di &lt;br /&gt;territori palestinesi). Abbiamo visitato dapprima il centro culturale &lt;br /&gt;di Mossawa a Haifa. Ivi abbiamo avuto un incontro con una &lt;br /&gt;rappresentante delle Donne in nero che ci ha brevemente illustrato le &lt;br /&gt;iniziative di pace di questo gruppo di donne che collabora con i &lt;br /&gt;pacifisti palestinesi. A seguire un incontro istituzionale con due &lt;br /&gt;consiglieri dell'amministrazione comunale di Haifa a cui abbiamo &lt;br /&gt;rivolto diverse domande che però in parte sono rimaste sul tavolo, &lt;br /&gt;tipo l' uguaglianza tra palestinesi e israeliani. Sui particolari &lt;br /&gt;tornerò magari in seguito. Haifa è la terza città israeliana, maggiore porto e anche centro universitario (il 20% degli studenti sono arabi). Dopo l'incontro abbiamo fatto un breve giro nella città fantasma nel centro di Haifa, ossia un quartiere che era stato abitato dai palestinesi, che poi successivamente è stato evacuato e adesso sta per essere ristrutturato per poi essere messo in vendita al miglior offerente. Dopo Haifa ci siamo diretti in un villaggio palestinese sulla costa a sud di Haifa. Questo villaggio si trova nella regione &lt;br /&gt;storica della Cesarea e conta più di settemila abitanti. Dopo un breve &lt;br /&gt;incontro con i responsabili del villaggio, abbiamo avuto un momento &lt;br /&gt;conviviale sulla bellissima spiaggia di questo villaggio. Dopo di ché &lt;br /&gt;abbiamo avuto ancora il tempo di visitare il sito romano di Cesarea, il &lt;br /&gt;cui nome e' dovuto a Giulio Cesare che si era recato in quei luoghi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedì 13 ottobre: &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno dell'Europa&lt;/span&gt;. Convegno internazionale a Gerusalemme, a cui hanno partecipato vari relatori provenienti da diversi paesi europei, tra cui Janet Aviad, autrice e docente all'università di Gerusalemme, Sari Nusseibeh, professore all'Al-Quds University, Christian Berger, della Commissione Europea, Micheal Sabbath, patriarca latino di Gerusalemme, Jose Maria Ruiberriz, dell'Assemblea di Cooperazione per la Pace in Medio Oriente ACPP, Sergio Bassoli, direttore della piattaforma delle ONG italiane per il Medio Oriente. Le conclusioni sono state fatte da Luisa Morgantini e da Naomi Chazan, ex parlamentare della Knesset e docente di scienze politiche. La conferenza e' stata moderata dal giornalista del Messaggero Eric Salerno e da Paola Caridi, giornalista di Lettera 22.&lt;br /&gt;Il pomeriggio e' stato dedicato alla visita della città vecchia con seguente ricevimento e buffet per tutti i partecipanti al Hotel Ambassador. A seguire giro della città by night.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mercoledì 14 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il giorno della pace&lt;/span&gt;. Visita al campo profughi a Gerusalemme sud gestito dall' UNRWA, Agenzia per i rifugiati dell'ONU. Qui abbiamo avuto un incontro con il Direttore del campo e con i suoi collaboratori. Le stesse considerazioni fatte per il campo di Hebron valgono anche per questo. A seguire abbiamo visitato il Museo dell'Olocausto Yad Vashem. Dopo una cerimonia durante la quale è stata consegnata una corona di fiori a ricordo delle vittime del nazismo e la consegna di uno striscione da parte dell'associazione Terra del Fuoco che organizza da sette anni il treno della memoria per Auschwitz, visita al museo. Commenti superflui. In serata abbiamo avuto un incontro con l'Associazione dei parenti delle vittime palestinesi ed israeliane all'Auditorium del Centro Notre Dame e a seguire "Ricostruiamo la speranza", manifestazione  per la pace, a cui ha partecipato anche la cantante israeliana Noah. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 15 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno di Gerusalemme&lt;/span&gt;. La giornata è dedicata alla visita degli insediamenti israeliani a ridosso dei territori palestinesi nel circondario di Gerusalemme. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi ciascuno con destinazioni diverse. Nel corso di questi sopraluoghi sono stati effettuati anche degli incontri con i rappresentanti degli insediamenti. In serata una manifestazione a Betlemme in Piazza della Natività dal nome suggestivo : “La notte delle candele”, una fiaccolata di solidarietà  con il popolo palestinese. A seguire un concerto del pianista Luciano Basso nel Centro per la Pace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venerdì 16 ottobre&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno della riflessione&lt;/span&gt;. Alle 9 assemblea finale di tutti i partecipanti. Prima sessione dedicata agli amministratori locali, a seguire la sessione aperta a tutti i partecipanti. Nel corso dell’assemblea è stato fatto il punto dell’esperienza maturata durante la settimana e prospettato le iniziative future. Intanto la prossima marcia perugina-Assisi del 16 maggio 2010. Una manifestazione per la Palestina si terrà il giorno 10 novembre a Bruxelles. E’ stata anche proposto un concorso fotografico che riassuma i momenti più significativi della settimana e un Cd con le opinioni dei partecipanti. &lt;br /&gt;Ci sono stati alcuni interventi finali da parte di gruppi e persone che hanno partecipato all’iniziativa, come per esempio un gruppo di studenti di Verona autodefinitesi “Ambasciatori della pace”. In tale occasione il sottoscritto ha presentato la marcia mondiale per la pace che aveva già avuto due momenti d’incontro i giorni 11 e 12 ottobre a Gerusalemme e Tel Aviv tra una delegazione della Marcia e le autorità locali e ha inoltre proposto una raccolta poetica dedicata alla settimana della pace. Alla fine sono stati sottolineati i tre punti focali per un documento finale ossia: l’appello per Gaza, l’appello di Obama e il richiamo alle responsabilità di ciascuno.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Dopo l’assemblea&lt;/span&gt; un gruppo di partecipanti si è diretto a Ramallah per partecipare ad una manifestazione per il diritto all’educazione, nonché arrivati alle porte della città, il passaggio era bloccato dai militari israeliani e così il gruppo ha dovuto fare dietro front. Nel pomeriggio giro turistico sul Mar Morto, dove si è effettuato lo stand up collettivo nell’ambito della campagna mondiale contro la povertà. A seguire visita a Gerico e rientro a Betlemme.      &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato 17 ottobre&lt;br /&gt;Giorno del rientro in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edvino Ugolini&lt;br /&gt;Rete Artisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-5007946780819209012?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/5007946780819209012/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-di-viaggio-report-palestina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5007946780819209012'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5007946780819209012'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-di-viaggio-report-palestina.html' title='Diario di viaggio: Report Palestina'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdIvNy0KI/AAAAAAAAAK4/gtMGi2Sf63U/s72-c/delegazione-a-Gaza00018.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-2654208076808591466</id><published>2009-10-26T05:32:00.000-07:00</published><updated>2009-10-26T05:59:58.968-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='considerazioni'/><title type='text'>Diario di viaggio: Considerazioni sul viaggio in Palestina</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdSq8JyYI/AAAAAAAAALA/Y4xI5dzmNXk/s1600-h/delegazione-a-Gaza00002.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdSq8JyYI/AAAAAAAAALA/Y4xI5dzmNXk/s320/delegazione-a-Gaza00002.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5396892672563202434" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questa settimana&lt;/span&gt; della Pace in Palestina è stata una esperienza di conoscenza davvero incredibile e che ha arricchito i partecipanti da diversi punti di vista. Tutto quello che ognuno di noi, come amministratori, singoli cittadini, esponenti di associazioni, sindacati e movimenti, poteva aver acquisito quale bagaglio personale di nozioni e consapevolezza credo che sia risultato stravolto dal contatto diretto con una realtà che nessuna trasmissione televisiva o servizio giornalistico possono rappresentare in maniera completa. Non solo per l’approccio culturale o per l’opzione di fondo che ciascuno ha nel raccontare ciò che vede ma anche e soprattutto per la parzialità che il proprio angolo di visuale comporta. Appare evidente, quindi, che anche ciò che proverò a dire dal mio punto di vista, per quanti sforzi possa fare di astrazione e “neutralità”, risulterà parziale in senso oggettivo (non ho avuto modo di conoscere complessivamente la vicenda di quei luoghi) e soggettivo (difficilmente riuscirò a spogliarmi del mio retroterra culturale e della carica emotiva suscitata da alcuni racconti vissuti, da chi li narrava, in prima persona e sulla propria pelle).&lt;br /&gt;Proverò quindi ad offrire alcune riflessioni che abbiano ben chiare queste premesse e che si pongano l’ambizioso obiettivo di uscire dalla ovvietà e dalla banalità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Credo&lt;/span&gt; infatti che dal punto di vista delle dichiarazioni di intenti nessuno, o quasi, possa dirsi contrario alla pace (a prescindere dalla sua collocazione politica) e che richiamarsi ad una trasversalità con riferimento a questo tema rischia di essere una ingenuità o un “infantilismo” che è addirittura peggiore del concetto sotteso alla accusa (diametralmente opposta) di essere “pacifisti”, che spesso viene utilizzata come una clava per definire coloro i quali parteggiano per questa causa, ma in maniera – come dire – velleitaria o irrealistica ed irrazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;A me sembra evidente&lt;/span&gt; che il fatto stesso di richiamarsi ad una trasversalità (pur se con la precisazione innanzi espressa) sottenda invece il potenziale del movimento mondiale per la pace che, a seguito della manifestazione del 15 febbraio 2003 (che ha visto oltre 100 milioni persone scendere in 600 piazze nel mondo) è stato definito dal New York Times come la seconda potenza mondiale. Ma questa “trasversalità” è una conquista dal basso che presuppone l’acquisizione di coscienza e di consapevolezza su questo delicato tema in maniera avulsa e scevra dai condizionamenti partitici o di schieramento politico e che si traduce in militante e convinta partigianeria. Non si tratta, in definitiva, di trasversalità (termine utilizzato da molti anche nelle nostre discussioni) ma di tendenziale o potenziale egemonia culturale.&lt;br /&gt;Ciò da cui dobbiamo, o dovremmo, partire è il concetto secondo cui la violenza genera violenza e alimenta la perversa spirale terrorismo-guerra-terrorismo, nonché partire, in una logica di corrispondenza tra mezzi e fini, dalla consapevolezza che la pace non può essere costruita con la guerra la quale sancisce soltanto le “ragioni” del più forte. Occorre invertire un paradigma che purtroppo, allo stato, risulta maggioritario nel senso comune e rischia di condizionare alla radice ogni possibile discussione. Sul punto straordinariamente illuminanti si rilevano le affermazioni di Papa Giovanni Paolo II: «Esiste un diritto a difendersi dal terrorismo. E un diritto che deve, come ogni altro, rispondere a regole morali e giuridiche nella scelta sia degli obiettivi che dei mezzi. L'identificazione dei colpevoli va debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni, alle quali appartengono i terroristi».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ciò è quanto non accade&lt;/span&gt; in questo momento nei territori israeliani e palestinesi. Al contrario, può essere detto che attualmente nei territori palestinesi vi è una emergenza umanitaria e che i diritti umani non trovano concreta attuazione.&lt;br /&gt;Con riguardo a quanto appena detto, posso certamente confermare che le visite ad Hebron, ad Haifa e ai campi profughi di Shu’fat e Al-fawar, alla città palestinese in territorio israeliano di Jeseelzarka e al villaggio di Beit-Doku, unitamente alla raccapricciante realtà di chilometri e chilometri di muro, hanno destato in me questa innegabile sensazione. Queste attuali condizioni sono certamente anche la reazione ad una altrettanto innegabile violenza costituita dal terrorismo.&lt;br /&gt;Ma provando ad andare oltre questa sensazione immediata (scaturente dallo sfogo costituito dai racconti di uomini delle istituzioni e persone comuni), credo che la situazione attuale mi abbia colpito per la sua frammentazione. In altre parole, esistono diversi problemi che riguardano differenti realtà e differenti situazioni e condizioni soggettive. Questi disomogenei contesti  della complessiva realtà palestinese possono essere affrontati soltanto se ricondotti ad unità e se affrontati nel loro assieme. Un altro problema che mi è sembrato evidente è quello della mancanza di rappresentatività. Ogni relazione e interlocuzione può essere utile a favorire un processo reale se la parte con cui ci si confronta sia davvero rappresentativa della realtà da cui proviene. In caso contrario, ogni processo o formula rischiano di cadere dall’alto ed essere percepiti come una ulteriore imposizione. Più volte, dalle discussioni che abbiamo svolto, soprattutto con interlocutori palestinesi, è emerso che ognuno parla a nome di un gruppo (OLP per il campo profughi di Shu’fat, Fatah per il sindaco di Hebron) ma senza essere passati per un processo realmente democratico. Inoltre, la divisione in grossi gruppi familiari contribuisce ad una frammentazione ulteriore e costituisce ostacolo alla democraticità interna alla Palestina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ed ancora&lt;/span&gt;, un ulteriore elemento che mi è sembrato emergere con nettezza da ogni discussione è quello del vittimismo. Di entrambe le parti. Dal versante israeliano questo elemento scaturisce dall’essere stati, come ebrei, vittime per antonomasia della follia dell’uomo in quello che è stato il punto più basso e l’abominio della intera umanità: la shoà. E, inoltre, dal sentirsi, per le note vicissitudini belliche e terroristiche, sotto costante assedio. Questo vittimismo genera una inconscia  rimozione delle prevaricazioni imposte ai palestinesi o una sorta di giustificazione delle medesime. Dal versante palestinese, mi sembra invece che il continuo ed incessante racconto delle pur obiettive ingiustizie subite si traduca in una sorta di vittimismo che è tutto in funzione di una particolare rivendicazione o di una maggiore attenzione a quel particolare spaccato di società vissuto da ognuno di loro. In altre parole, la frammentazione di cui si diceva innanzi, in uno a questa sorta di vittimismo, mi è sembrata funzionale ad attirare l’attenzione sulla centralità del problema e ognuno vive, quale profugo o residente in una particolare zona e così via. Questa forma di rivendicazionismo non deve essere sottovalutata, per un verso perché le questioni poste per la loro maggior parte non sono affatto strumentali e per un altro verso perché nel processo di pace si sono spesi dal 1993 ad oggi 12 trilioni di dollari. Si tratta di una somma enorme che sicuramente ha arricchito singoli gruppi (forse privi di quella reale rappresentatività di cui si è detto) a scapito di una socializzazione delle risorse impiegate e con una sostanziale deresponsabilizzazione di Israele.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Tutte queste sensazioni&lt;/span&gt; ed impressioni le ho ricevute e vissute in un contesto in cui la comunicazione e l’informazione israeliana ed internazionale sembrano offrire un racconto della realtà assai diverso dalla sostanza delle cose. Ci è stato riferito che i cittadini israeliani difficilmente possono avere contatti con i palestinesi e con gli stessi coloni e ad essi è anche impedito l’accesso nei territori. Una martellante campagna mediatica rappresenta costantemente l’assedio ed il potenziale pericolo vissuto da Israele omettendo di dare una completa informazione sulla attuale condizione dei palestinesi. Tutto ciò comporta un clima di continua tensione che non facilita il dialogo e compromette le relazioni anche in quelle rare ipotesi di convivenza che mi è capitato di conoscere, come ad esempio quella di Haifa. Per non dire che per i palestinesi con il passaporto israeliano tutto ciò si traduce in un formale riconoscimento di pari diritti e dignità ma in una sostanziale situazione di disparità che ha tratti molti simili all’apartheid.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Accanto&lt;/span&gt; a tutto ciò, abbiamo avuto l’occasione di vivere situazioni ed esperienze in grado di dare speranza per il futuro e per l’umanità. Mi riferisco alle Women in black o al Parents Circle. Anche in un contesto difficile come quello descritto, è possibile che nascano esperienze in grado di scardinare il senso comune e costituire una base su cui ripartire. In particolare, l’incontro avuto con una donna israeliana a cui avevano ucciso il figlio ed un ragazzo palestinese a cui avevano ucciso il fratello (entrambi della associazione Parents Circle) è stato straordinario. Innanzitutto perché ha fatto emergere la situazione di terrore che entrambi i popoli sono costretti a vivere (le violenze fisiche per chi è sospettato di terrorismo o la paura che costringe a mandare i figli a scuola su autobus diversi per paura degli attentati: così riducendosi il potenziale danno). E poi soprattutto perché è stato davvero illuminante sulla non violenza, altro elemento fondamentale per qualsiasi progetto di pace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La non violenza&lt;/span&gt; non solo come modalità della condotta ma come strumento reale di critica di qualsiasi potere o prepotenza. La non violenza come regola universale, come rivoluzione culturale, come nuovo paradigma in grado sovvertire alla radice i tradizionali approcci e le culture che governano il mondo e le relazioni tra gli individui. Mi ha fortemente impressionato ciò che ha detto Alì, il giovane palestinese. Dopo aver subito diverse violenze dalla polizia che lo aveva interrogato per ore a seguito dell’uccisione del fratello, Alì, che poteva essere tentato a dare sfogo alla sua rabbia, alla sua frustrazione e al suo dolore, ha pensato che non voleva consentire un’altra “occupazione” (termine utilizzato per richiamare le occupazioni israeliane nei territori): quella della sua mente. Se avesse reagito con violenza alla violenza avrebbe consentito ai suoi aguzzini di controllare anche la sua reazione e in definitiva la sua mente. Per questo aveva ringraziato il commissario perché con la sua condotta feroce lo aveva fortificato nella giustezza della sua scelta: la non violenza.&lt;br /&gt;Questa visione dell’universo scardina ogni ricerca delle ragioni e dei torti, ogni possibile paragone tra violenza e violenza e ci rivela una pace come concetto universale non comprimibile nei desiderata di ognuno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Credo che solo questa possa essere la strada&lt;/span&gt;. La spirale terrorismo-guerra-terrorismo si autoalimenta e le posizioni tendono tutte a farsi più estreme. La vittoria di Hamas a Gaza ne è una conseguenza. Su questa strada ci si incammina verso un vicolo cieco senza ritorno. Parlando con un ebreo ultraortodosso come con un palestinese ex carcerato a seguito della prima Intifada, ho appreso che ognuno ha le sue ragioni e che ognuno vuole la “sua” di pace. Il primo, infatti, si è dichiarato assolutamente favorevole alla pace e si è stupito per una simile domanda, dal momento che, a suo dire, la pace sarebbe minata soltanto dagli attacchi terroristici.  Il secondo, a chi gli obiettava che se si fosse insistito troppo sulle ragioni dei palestinesi non si sarebbe proceduto agevolmente verso la pace, ha risposto con una metafora. Dopo aver sottratto la borsa a chi gli rivolgeva l’obiezione, ha detto: “va bene, adesso questa è mia!”. Poi: “Vuoi la pace? Va bene, pace. Ma questa borsa è mia! Pace.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Come si vede&lt;/span&gt; da queste brevi e semplici riflessioni, la situazione è ben più complicata di quello che si possa immaginare. Lo sforzo che possiamo e dobbiamo produrre è quello di divulgare quanto accade in quel lembo di terra e costruire una diversa consapevolezza nel senso comune occidentale. Partendo dai noi e dalle nostre, anche piccole, realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Pesacane&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-2654208076808591466?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/2654208076808591466/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-di-viaggio-considerazioni-sul.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2654208076808591466'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2654208076808591466'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-di-viaggio-considerazioni-sul.html' title='Diario di viaggio: Considerazioni sul viaggio in Palestina'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuWdSq8JyYI/AAAAAAAAALA/Y4xI5dzmNXk/s72-c/delegazione-a-Gaza00002.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-6249028130432108970</id><published>2009-10-26T02:25:00.000-07:00</published><updated>2009-10-26T05:14:58.133-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Treviso'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='insediamenti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='coloni'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='occupazione'/><title type='text'>Diario di viaggio: Gli insediamenti dei coloni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuVrnN0mJGI/AAAAAAAAAKw/WNf9jp90ynA/s1600-h/palestina-213.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuVrnN0mJGI/AAAAAAAAAKw/WNf9jp90ynA/s320/palestina-213.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5396838049942742114" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il nostro simpaticissimo giovane accompagnatore ebreo&lt;/span&gt; è stato militare. Ha disertato, ha subito il carcere, ha deciso di dedicarsi al problema degli sfratti e delle demolizioni di case palestinesi nella Gerusalemme est.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Ci fa incontrare&lt;/span&gt; Mariam Rawi che con la sua famiglia (38 persone)  è stata  sfrattata da circa tre mesi. Sfrattati e buttati fuori dalla casa dove abitavano dal 1957. Non hanno documenti che dimostrino la proprietà.&lt;br /&gt;Mariam con altre donne e bambini sta sotto un telo (non si può chiamare tenda) sul marciapiede  di fronte alla sua ex casa, nella quale l’israeliano che la occupa, sta lavorando, immagino, per ripararla e sistemarla a suo gusto. Ci ha visto, siamo una cinquantina di persone sulla strada, e lo vediamo pure noi  alla finestra con il telefono all’orecchio. Sta chiamando la polizia che arriva tempestivamente. Si fermano, ci osservano senza scendere dal veicolo, c’è perfetta calma,  fanno dietrofront e se ne vanno lentamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Salutati gli sfrattati&lt;/span&gt;, dopo che abbiamo, con sollievo,  assistito  anche al ritorno del figlio di una signora della tenda  che era stato prelevato di primo mattino dalla polizia per un interrogatorio,&lt;br /&gt;ci dirigiamo verso un insediamento, dove potremo incontrare un colono israeliano.&lt;br /&gt;Già da lontano, in una zona desertica e arida, possiamo ammirare una bellissima città costruita sulla sommità di alcune alture. Nella mia immaginazione un insediamento doveva consistere in qualcosa di abbastanza ridotto, invece Ma’aleh Dumin, così si chiama questa occupazione israeliana, conta circa 40000 abitanti.&lt;br /&gt;Arriviamo al Municipio, un edificio ampio e moderno dove possiamo usufruire di bagni, acqua filtrata e fresca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ci viene a prelevare Ghidon&lt;/span&gt;, ebreo americano, un uomo ben piantato e sicuro di sé, che ci guida  in un giro per la città con la corriera. Le strade sono esemplarmente pulitissime, numerosi giardini  ben tenuti , piante e alberi annaffiati.&lt;br /&gt;Gli edifici e i condomini ordinati e bianchissimi. Regna la tranquillità e la pace.&lt;br /&gt;Completata la visita, Ghidon ci accoglie in una saletta e apre il dialogo raccontandoci che questa meraviglia è sorta nel deserto, sui terreni “disputati”, con lo sforzo dei coloni e con la collaborazione di Gerusalemme che ha fornito l’acqua, i materiali di costruzione e facilitazioni sulle tasse.&lt;br /&gt;L’esercito israeliano ha anche provveduto alla difesa dai franchi tiratori palestinesi. A tutto questo Lisa obietta  che questi sono territori occupati e non disputati, al che Ghidon con una certa arroganza controbatte che in altre occasioni li definisce addirittura come territori liberati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’angoscia si accumula&lt;/span&gt;  dentro di me di fronte a tutte queste situazioni violente e assurde ma improvvisamente mi sgonfio perché mi assale una constatazione velenosa: le nostre tante situazioni italiane portate all’esasperazione.&lt;br /&gt;Abbiamo incontrato un “normale” colono israeliano e fra qualche giorno ritroveremo un “normale” sindaco di Treviso   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Miglioranza Claudio&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-6249028130432108970?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/6249028130432108970/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/gli-insediamenti-dei-coloni.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6249028130432108970'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6249028130432108970'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/gli-insediamenti-dei-coloni.html' title='Diario di viaggio: Gli insediamenti dei coloni'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/SuVrnN0mJGI/AAAAAAAAAKw/WNf9jp90ynA/s72-c/palestina-213.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3732676968517867664</id><published>2009-10-20T08:58:00.000-07:00</published><updated>2009-10-26T10:01:58.240-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pacifisti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Israele'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Palestina'/><title type='text'>Pacifisti</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/St3epbkViLI/AAAAAAAAAKI/WCRT7MeZGY4/s1600-h/scherzo.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/St3epbkViLI/AAAAAAAAAKI/WCRT7MeZGY4/s320/scherzo.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394712732015888562" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;“Ma tu ti ricordi esattamente che cosa prevedevano gli accordi di Oslo?”. La voce di una donna, accento toscano, risuona in fondo al pullman. Si viaggia fra Gerico e Betlemme. E' tardi, è già buio, la giornata è stata lunga, fa ancora caldo, molti dormono, ma la domanda non cade nel vuoto. L'amica, che le siede accanto, non ricorda troppo bene, non sa dare una risposta precisa, ma le due donne vanno avanti per un po' a discutere su quell'accordo che nel 1993 tentò di risolvere il confitto fra israeliani e palestinesi. &lt;br /&gt;Il popolo della pace è fatto così. Ragiona, discute, vuole imparare e conoscere. E' quello che dal 10 al 17 ottobre hanno fatto gli oltre quattrocento partecipanti all'iniziativa che ha portato in Israele e in Palestina la tradizionale Marcia per la pace Perugia-Assisi. Quest'anno la Marcia si è spostata a Gerusalemme per un progetto che è stato denominato Times for Responsabilities (il tempo delle responsabilità). Il nome riprende una frase pronunciata dal presidente Barack Obama:  “Per giungere alla pace in Medio Oriente è ora che loro, e noi tutti con loro, ci assumiamo le nostre responsabilità”. “Se Obama fallisce si apre una voragine profonda per tutti, anche per  noi europei. Perciò non  c'è più tempo da perdere, bisogna agire prima che sia troppo tardi”, dice Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace.&lt;br /&gt;Organizzata dal Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, dalla Piattaforma delle Ong italiane per il Medio Oriente e dalla Tavola della Pace, l'iniziativa ha portato in Israele e nei Territori palestinesi amministratori locali, sindacalisti, studenti, insegnanti, persone impegnate in varie Ong  e semplici cittadini. C'erano i ragazzi del Liceo Maffei di Verona e  il quasi ottantenne  Diego Novelli , l'ex sindaco di Torino, ancora curioso delle vicende del mondo. C'era don Tonio Dell'Olio di Libera e i ragazzi di Terra del Fuoco, l'associazione  torinese che ogni hanno educa alla cittadinanza portando migliaia di studenti  ad Auschwitz. &lt;br /&gt;Sono venuti da 128 città italiane. In una settimana hanno consumato le suole delle scarpe sulle strade della Terra Santa, hanno  steso fiumi di inchiostro sui fogli e quaderni riempiti di appunti, hanno scattato centinaia di fotografie.  Hanno sentito la voce dei palestinesi e quella degli israeliani. Hanno visitato i campi dei rifugiati e gli insediamenti dei coloni ebrei. Tutti insieme, poi, sono entrati nel  museo di Yad Vashem a Gerusalemme, dove viene ricordato l'orrore dell'Olocausto.&lt;br /&gt;Ora sono tornati a casa pieni di ricordi e di emozioni. “Un viaggio qui attraversa la vita delle persone, perché la realtà che vedi è troppo forte. Questo è un viaggio che ti cambia la vita”, assicura Luisa Morgantini, l'ex parlamentare europea che viene regolarmente da queste parti dalla metà degli Anni Ottanta.&lt;br /&gt;Divisi in gruppi i 400 partecipanti hanno vissuto diverse esperienze. Ogni giorno c'era quella di passare i check-point che, attraverso il muro  fatto costruire dal governo israeliano,  regolano gli accessi fra Israele e i Territori palestinesi. Il passaggio del muro è già un primo modo di confrontarsi con i problemi irrisolti di questa terra divisa e insanguinata. Ed è uno shock per i più giovani, magari nati quando il muro di Berlino era già crollato. Una di loro è Paola Calliari, una liceale diciottenne di Trento che ha deciso di unirsi alla Marcia per capire e conoscere. Paola si è alzata anche in piena notte per vedere la ressa dei palestinesi che si accalcano ai check-point per andare a lavorare in Israele (le immagini si possono vedere in un bel reportage di Raffaele Crocco ed Enrico Guidi su www.youtube.com/perlapace).&lt;br /&gt;A Bil'in e a Na'alin, due villaggi della Cisgiordania, abbiamo incontrato le comunità che ogni venerdì organizzano manifestazioni non violente contro il muro. Di solito finisce male perché i militari israeliani rispondono alle proteste sparando lacrimogeni molto potenti (ci sono stati anche dei morti). I palestinesi protestano perché il muro spesso taglia i campi coltivati e gli uliveti. Accanto a loro ci sono pacifisti da varie parti del mondo e anche israeliani, come i volontari di Yesh Din, un'associazione che si batte perché Israele rispetti i diritti umani della popolazione palestinese nei Territori.  Anche venerdì scorso c'è stata la marcia di protesta non violenta e puntuali sono arrivati i lacrimogeni. Ma la gente dei villaggi non si arrende perché, come ci ha detto il primo ministro palestinese Salam Fayyad, “le nostre radici in questa terra vanno in profondità come quelle di questi ulivi”.&lt;br /&gt;A Sderot, la cittadina israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, abbiamo ascoltato le voci degli israeliani con i nervi spezzati per le migliaia di razzi che negli ultimi anni i militanti di Hamas hanno lanciato verso Israele. A Sderot i rifugi sicuri sono dovunque, alle fermate degli autobus così come nei campi gioco per bambini. Julia Chaitin, una psicologa, racconta dei traumi nella popolazione locale e spiega come si regola per sfuggire a eventuali razzi quando si mette in macchina per raggiungere l'università. Ma nonostante la paura si cerca di aprire canali di dialogo con la gente di Gaza. Eric Yellin, dell'associazione Other Voice (Altra voce) spiega: “Non ha senso fare paragoni fra le nostre sofferenze e quelle di chi vive a Gaza, cerchiamo piuttosto di condividere le nostre esperienze e troviamo un'alternativa  ai razzi e ai carri armati. Li abbiamo usati per anni da una parte e dall'altra, ma abbiamo visto che non servono a nulla”.&lt;br /&gt;E' stato emozionante l'incontro con due rappresentanti di Parents Circle, l'associazione che raccoglie i familiari delle vittime del conflitto, sia israeliani che palestinesi. Robi Damelin ha raccontato di suo figlio David, un militare israeliano di 27 anni ucciso da un cecchino. Ali Abu Awwad, palestinese,  invece ha rievocato la morte del fratello Yusuf, ucciso dai militari israeliani. Ora, insieme, cercano la riconciliazione, anche se si tratta di un percorso lungo e difficile.&lt;br /&gt;Una  piccola delegazione è riuscita a visitare per qualche ora Gaza. Nell'incontro con Hamad Yusuf , esponente del governo di Hamas,  Flavio Lotti ha spiegato che deve cessare ogni forma di violenza e occorre dialogare a tutti i livelli, anche con gli israeliani. Nella delegazione entrata a Gaza c'era anche Ilo Steffenoni, 16 anni, del Liceo Maffei di Verona. “Ho visto rassegnazione, rabbia e dolore”, dice, da domani non posso tornare a casa e riprendere la mia vita come se nulla fosse”.&lt;br /&gt;Ora Ilo e gli altri 400, tornati a casa, racconteranno. Mobiliteranno persone ed energie. Si rivedranno  il 16 maggio 2010 alla marcia da Perugia ad Assisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Zichittella&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato su Famiglia Cristiana&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3732676968517867664?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3732676968517867664/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/pacificsti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3732676968517867664'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3732676968517867664'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/pacificsti.html' title='Pacifisti'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/St3epbkViLI/AAAAAAAAAKI/WCRT7MeZGY4/s72-c/scherzo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3444053038300242650</id><published>2009-10-19T02:06:00.000-07:00</published><updated>2009-10-19T02:08:59.346-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pacifisti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>Si conclude la settimana per la pace in Israele e Palestina. Prosegue il tempo delle nostre responsabilità</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StwspRXoWPI/AAAAAAAAAJ4/LgG9lyFbZtg/s1600-h/delegazione-a-Gaza00002.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StwspRXoWPI/AAAAAAAAAJ4/LgG9lyFbZtg/s320/delegazione-a-Gaza00002.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394235541231786226" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Una settimana&lt;/span&gt; per riflettere e testimoniare la nostra assunzione di responsabilità in un conflitto le cui responsabilità, alla radice, sono soprattutto europee. Non per pacifismo o buonismo, ma per un sano realismo, consapevoli del pericolo che questo conflitto rappresenta per l’Europa e il mondo, consapevoli che la pace porterà frutti copiosi anche per noi, sostiene Flavio Lotti, Coordinatore della Tavola della Pace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Oltre 400 persone&lt;/span&gt; di 128 città italiane, dalla Liguria: di Alassio, Bolano, Celle Ligure, Genova e La Spezia, per sostenere le iniziative, numerose, a tutela dei Diritti Umani, in particolare le associazioni che vedono Israeliani e Palestinesi impegnati insieme, pacificamente, per i Diritti e per la costruzione della Pace.&lt;br /&gt;C’è un’emergenza umanitaria in questa terra, che dovrebbe essere santa, che va affrontata subito: fermando tutte le forme di violazione dei Diritti Umani e aprendo Gaza. Un ragazzo di 17 anni Veronese è rimasto molto turbato dall’incontro con un coetaneo a Gaza, un giovane carico di rabbia…”perché lui è nato nella guerra, è cresciuto nella guerra e morirà nella guerra, perche da Gaza non si esce!”. In tutti i territori della Cisgiordania i diritti del Palestinesi vengono calpestati.&lt;br /&gt;L’ONU calcola 600 tipi di ostacoli che la popolazione Palestinese deve affrontare per spostarsi e per le normali necessità della vita: Il muro con i suoi checkpoit che per i palestinesi rappresentano sempre una incognita; Le strade che tagliano il loro territorio con corridoi inaccessibili, molte strade della Cisgiordania sono accessibili sono a israeliani e turisti, alcune solo ai coloni; I sottopassaggi per evitare le strade proibite vengono tappati da pietre. Poi ci sono i chilometri di filo spinato, interrotto ogni tanto da cancelli che vengono gestiti dalle autorità Israeliane. A Bil’in, villaggio palestinese nella Cisgiordania, dove ogni venerdì si tiene una manifestazione pacifica contro il muro, abbiamo visto una casa contadina completamente circondata da filo spinato: quando il cancello è chiuso gli abitanti non possono entrare né uscire dal piccolo terreno che contiene la casa, quando il cancello è aperto possono muoversi, ma per raggiungere i loro campi devono fare un giro di chilometri.&lt;br /&gt;Ho imparato nel corso di questo viaggio che Il muro e il filo spinato non stano a dividere i territori Palestinesi dal territorio dello Stato di Israele, non corrono sulla linea di confine, bensì seguono percorsi a volte rocamboleschi per includere insediamenti di coloni israeliani in territorio che dovrebbe essere palestinese. Proprio questi insediamenti stanno diventando una delle principali fonti di conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Un villaggio palestinese&lt;/span&gt; sorge a mezza costa di una collina, il territorio intorno, fino alla sommità della collina e oltre, è da sempre del villaggio per le coltivazioni e il pascolo. Un giorno inizia l’insediamento di coloni sulla sommità della collina che priva i Palestinesi delle terre, e, quindi, delle attività produttive, inoltre attraverso un intricato sistema di strade riservate e controlli per la sicurezza limita enormemente le possibilità di movimento e di attività degli abitanti del villaggio.&lt;br /&gt;Legalmente ci sono diversi modi per realizzare un insediamento: spesso gli abitanti del villaggio palestinese hanno forme di proprietà basate sulla tradizionale conoscenza e non su documentazione legale e quindi lo stato può “formalmente” disporre di quei terreni; altre volte i terreni vengono requisiti per necessità relative alla sicurezza, si installa una base militare che col tempo lascia il posto all’insediamento civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Abbiamo visto una base militare&lt;/span&gt; dove operano 200 persone e dove si sta lavorando speditamente per la costruzione di infrastrutture (acqua, energia elettrica, fognature,…) per 25.000 persone, sarà un nuovo insediamento se qualcuno non lo ferma!&lt;br /&gt;I nuovi coloni si “difendono” impedendo qualunque contatto con i Palestinesi e tenendoli sotto controllo in tutti i modi possibili (percorsi obbligati, faretti puntati dall’alto sul villaggio,…), si contano anche numerosi casi di maltrattamenti alle persone. I bambini Palestinesi crescono assediati e nella paura, ma neppure per i bambini israeliani è una vita facile.&lt;br /&gt;Un altro tragedia per i palestinesi è rappresentata dalla demolizione delle case “abusive”. Sappiamo tutti quanto sia importante la legalità nella costruzione delle case, ma qui vengono considerate abusive anche case che da generazioni sono di una famiglia, sulla base di diritti consolidati ma non scritti, e nel contempo le richieste di costruzione di nuove case per i Palestinesi incontrano ostacoli di tutti i tipi, spesso insormontabili. Addirittura vengono demolite le case costruite, con il beneplacito dell’UNRWA dentro i campi profughi, la cui popolazione si è quintuplicata o decuplicata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Esistono associazioni pacifiche&lt;/span&gt; contro la demolizione delle case, formate da Israeliani, Palestinesi e volontari internazionali: arrivano in massa a cercare di impedire la demolizione, denunciano i fatti qui e all’estero, ricostruiscono le case demolite. Abbiamo pranzato – benissimo! – in una casa che è stata demolita 4 volte, ora è stata costruita per la quinta volta e si attende la prossima demolizione, anche se si stanno facendo tutti i passi possibili perché rimanga in piedi (ogni abitante il villaggio ha sottoscritto un documento che quella casa è da sempre della famiglia secondo un accordo fra tutti gli abitanti del villaggio stesso). La casa oggi è la sede dell’associazione contro la demolizione delle case, la famiglia ha dovuto trasferirsi in un appartamento in affitto dopo che la signora è rimasta 1 mese muta per lo schoc e una figlia ha avuto gravi disturbi.&lt;br /&gt;Ieri pomeriggio siamo scesi a concludere il viaggio a Jericho, il punto più basso della terra (415 metri sotto il livello del mare) “da cui non si può che risalire”, e a Gerico abbiamo fatto lo “stend up” per gli obiettivi del millennio: in più di 400 abbiamo saltato, sotto gli occhi stupiti della gente e quelli meccanici dei giornalisti che ci accompagnano,  per testimoniare l’impegno a fare un salto in avanti per ridurre la fame e la povertà nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ci dicono&lt;/span&gt; che più del 60% degli israeliani è per la Pace, ma non sa a chi chiederla, per questo è IMPORTANTE che l’Europa si assuma le sue responsabilità, è importante rispondere immediatamente all’appello di Obama, è necessario aprire Gaza.&lt;br /&gt;Ed è URGENTE perché tutti, qui e fuori di qui, sono convinti che questa sia l’ultima occasione di mettere fine a questo conflitto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elide Taviani&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3444053038300242650?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3444053038300242650/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/si-conclude-la-settimana-per-la-pace-in.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3444053038300242650'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3444053038300242650'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/si-conclude-la-settimana-per-la-pace-in.html' title='Si conclude la settimana per la pace in Israele e Palestina. Prosegue il tempo delle nostre responsabilità'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StwspRXoWPI/AAAAAAAAAJ4/LgG9lyFbZtg/s72-c/delegazione-a-Gaza00002.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-8383034107870106627</id><published>2009-10-19T02:01:00.000-07:00</published><updated>2009-10-19T02:05:44.027-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='candele'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='muro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gaza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>La Notte delle candele</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stwr31dm2HI/AAAAAAAAAJw/CrL5hiayPt4/s1600-h/danza.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stwr31dm2HI/AAAAAAAAAJw/CrL5hiayPt4/s320/danza.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394234691927070834" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questa sera la piazza&lt;/span&gt; di Bethlehem è stata illuminata da tante fiammelle di candela, simbolo di Pace. Siamo al sesto giorno della settimana per la pace in Israele e Palestina “Time for Responsabilities”.&lt;br /&gt;Siamo qui per assumerci le nostre responsabilità di Europei in un conflitto complesso, incredibile e di cui non si vede soluzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Abbiamo incontrato&lt;/span&gt; persone di tutti i tipi: Palestinesi dei villaggi, Israeliani pacifisti, profughi nel terribile campo di Gerusalemme, operatori dell’UNRWA (l’agenzia ONU che gestisce i campi profughi), i nostri Diplomatici, Sindaci, Amministratori, donne uomini bambine e bambini palestinesi e israeliani.&lt;br /&gt;Domenica 11 a Ramallah abbiamo avuto un incontro con il Primo Ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad, lo stesso giorno avevamo partecipato insieme a lui a una manifestazione per il diritto del Palestinesi a raccogliere le proprie olive; alla manifestazione erano presenti anche il Ministro dell’Agricoltura dell’Autorità Nazionale Palestinese, rappresentanti delle Nazioni Unite, rappresentanti diplomatici della Svezia e del Giappone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questa complicata marcia&lt;/span&gt; vede nella piccola Bethlehem e in giro per i territori palestinesi e israeliani oltre 400 rappresentanti di Enti Locali, ONG, Associazioni italiane; una iniziativa di “diplomazia dei cittadini”. Stiamo sostenendo le manifestazioni per il diritto a raccogliere il frutto delle proprie coltivazioni, le organizzazioni che si oppongono alla demolizione delle case di  palestinesi, e le manifestazioni contro il muro.&lt;br /&gt;Questo muro che è la nuova vergogna del mondo, che divide i figli dai genitori, le case dagli orti, un villaggio dall’altro e che opprime tutti, anche noi, con la sua presenza, le sue torrette armate, i quintali di filo spinato, i suoi checkpoint angoscianti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Convivere col muro&lt;/span&gt;: partiamo da Betlemme alle 7,30 verso Gerusalemme, in pochi minuti siamo al muro e al suo checkpoint “Tomba di Rachele”, i veicoli sono tutti in fila a passo d’uomo, sul muro una scritta che lo paragona a quello del ghetto di Varsavia; arriviamo alla sbarra, fanno entrare il pullman e ci fermano prima della rotonda dentro al checkpoint. Passaporto in mano, contornati da tre soldati armati di mitra, veniamo instradati verso un tunnel/cunicolo dove scendiamo zigzagando fino a un antro controllato a vista dai soldati armati sopra di noi, come nelle prigioni. In fila, molto lentamente passiamo il controllo del passaporto, c’è anche la macchinetta per le impronte digitali ma è spenta; riprendiamo a zigzagare in salita, altro tunnel e, finalmente, l’uscita. Il pullman ci attende a fianco alla rotonda fiorita: c’è anche l’aiuola dentro il checkpoint! &lt;br /&gt;Saliamo sul pullman, passiamo l’ultima sbarra e finalmente siamo fuori con 45 minuti di ritardo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Alla Porta di Jaffa &lt;/span&gt;sale con noi un amico Palestinese, con lui visitiamo un villaggio fra Gerusalemme e Ramallah. Dopo la prima visita lui scende, sale sulla macchina di amici e parte per il suo giro: non può proseguire la strada con noi verso il prossimo checkpoint, dovrà fare un giro più lungo sulle strade riservate ai Palestinesi. Arriviamo al checkpoint, ci fermano, non vogliono controllare i passaporti ma non ci fanno passare. Nello stupore generale i soldati spiegano che stiamo percorrendo una strada riservata ai coloni dei nuovi insediamenti israeliani, dove i turisti non possono passare. Occorrono circa 20 minuti di trattativa per convincerli e ripartire. Al prossimo incrocio attendiamo il nostro amico palestinese che ha dovuto fare un giro molto più lungo del nostro. E’ passata così mezza giornata, abbiamo fatto la metà delle cose programmate.&lt;br /&gt;Per i Palestinesi passare i checkpoint è molto più complesso, lungo e doloroso, trascorrono lì dentro ore e non c’è mai certezza di poter uscire dall’altra parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questa mattina una delegazione&lt;/span&gt; (fra loro anche Angelo Cifatte del Comune di Genova in rappresentanza dell’AICCRE), è andata a Gaza, dove nulla è stato ricostruito, nonostante le promesse, ci dice Filippo Grandi dell’UNRWA, dove la gente cerca di sopravvivere ammassata in mezzo a macerie, spazzatura e distruzione. La densità della popolazione è altissima, la maggior parte sono bambini.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ci raccontano che Gaza&lt;/span&gt; è peggio della situazione del Campo Profughi di Gerusalemme che abbiamo visitato tutti ieri mattina. Al campo si accede attraverso un corridoio chiuso da rete metallica e un checkpoint, per Gaza i controlli sono quattro.&lt;br /&gt;Al campo si vive in mezzo ai rifiuti e alle macerie delle case demolite perché “abusive”, i rifiuti vengono bruciati lungo le strade e i bambini crescono nella diossina. Il campo è stato realizzato per 3.500 persone, oggi ce ne sono 18.000, ma senza tutti i permessi in regola non si può costruire, le case abusive vengono demolite dai soldati israeliani. Anche gli operatori ONU vengono controllati dai soldati israeliani e non possono portare dentro il campo neppure un sacco di cemento. Camminando per quelle strade la sensazione è di schifo. Posso solo provare a immaginare Gaza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elide Taviani&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-8383034107870106627?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/8383034107870106627/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-notte-delle-candele.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8383034107870106627'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8383034107870106627'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-notte-delle-candele.html' title='La Notte delle candele'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stwr31dm2HI/AAAAAAAAAJw/CrL5hiayPt4/s72-c/danza.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-6606872669115513677</id><published>2009-10-17T02:51:00.000-07:00</published><updated>2009-10-17T02:56:07.313-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='povertà'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerico'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='stand up'/><title type='text'>Da Gerusalemme Stand Up contro la povertà</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StmUXDRFCSI/AAAAAAAAAJg/qiwxuPx_ycI/s1600-h/standup44.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StmUXDRFCSI/AAAAAAAAAJg/qiwxuPx_ycI/s320/standup44.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393505152487721250" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sulle Rive del Mar Morto&lt;/span&gt;, a Gerico, nel luogo più profondo del mondo (a -240 m sotto il libello del mare) ieri, 16 ottobre 2009, i Quattrocento italiani venuti in Medio Oriente per la Marcia per la pace a Gerusalemme hanno fatto Stand Up. In quattrocento si sono alzati in piedi per dire stop alla povertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Gli ultimi dati sulla povertà&lt;/span&gt;, ha ricordato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, nel mondo sono allarmanti: 963 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà; ogni cinque secondi un bambino muore di fame; ad oggi sono oltre 700 milioni i lavoratori informali che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e circa 1.200.000 miliardi con meno di due dollari al giorno; senza contratto di lavoro nè tutele sociali (nel 2020, due terzi della popolazione attiva mondiale potrebbe trovarsi a lavorare in queste condizioni).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Per queste ragioni ieri&lt;/span&gt; quattrocento italiani si sono alzati in piedi per la mobilitazione mondiale contro la povertà e i cambiamenti climatici "Stand Up! Take Action!" promossa dalla Campagna del Millennio delle Nazioni Unite insieme a Caritas Italiana, WWF Italia, Uisp con il supporto della Coalizione Italiana contro la povertà, Acli, Agesci, Amici dei Popoli, Coordinamento Enti Locali per la pace e i diritti umani, Rufa, Isfci, Lega Calcio, Msn, Orchestra Sinfonica di Roma con il patrocinio del Coni, Segretariato Sociale Rai, Mediafriends Onlus e numerosi enti locali italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Floriana Lenti&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.standupitalia.it"&gt;www.standupitalia.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.campagnadelmillenio.it"&gt;www.campagnadelmillenio.it&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-6606872669115513677?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/6606872669115513677/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/da-gerusalemme-stand-up-contro-la.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6606872669115513677'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6606872669115513677'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/da-gerusalemme-stand-up-contro-la.html' title='Da Gerusalemme Stand Up contro la povertà'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StmUXDRFCSI/AAAAAAAAAJg/qiwxuPx_ycI/s72-c/standup44.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-2421650518663524783</id><published>2009-10-17T01:01:00.000-07:00</published><updated>2009-10-17T01:04:11.600-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='colomba'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ultimo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='speranza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><title type='text'>Ultima Pagina</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl6dngLQtI/AAAAAAAAAJY/pxAcbwiauzY/s1600-h/jump.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl6dngLQtI/AAAAAAAAAJY/pxAcbwiauzY/s320/jump.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393476677991613138" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Domani parto&lt;/span&gt;, oggi è l’ultimo giorno di questa mia esperienza in Israele-Palestina. È strano, sembra di essere qui da mesi invece che da “solo” una settimana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi abbiamo fatto un resoconto della settimana, e visitato Gerico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Continuano per tutta la giornata&lt;/span&gt; a tornarmi in mente dei piccoli flash di Gaza. In particolare una ragazza, Nasha. Vive in una baracca fatta di macerie e lamiere, ed è bellissima. Rappresenta per me la bellezza di Gaza, immersa in una distruzione e una desolazione infinita. Ma rimane comunque bellissima. Quasi irreale, come gli enormi fiori rossi che ogni tanto spuntano da una distesa di pietre. La vita che spunta dalla morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Tornare alla mia routine&lt;/span&gt; a Verona non sarà facile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;A Betlemme ho visto un murales &lt;/span&gt;, uno del tanti che sono stati fatti sul muro forse per renderlo meno oppressivo e “freddo”. Riassume il senso per cui sono qua, il senso per cui più di 400 Italiani sono andati in Palestina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una colomba, cioè la pace, minacciata da un fucile che ha il mirino puntato sul suo petto. Rappresenta la pace che è ormai praticamente sconfitta. Ma a questa colomba è stato disegnato un giubbotto antiproiettili. C’è ancora speranza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ilo Steffenoni&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-2421650518663524783?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/2421650518663524783/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/ultima-pagina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2421650518663524783'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2421650518663524783'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/ultima-pagina.html' title='Ultima Pagina'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl6dngLQtI/AAAAAAAAAJY/pxAcbwiauzY/s72-c/jump.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-2691680687830601436</id><published>2009-10-17T00:58:00.000-07:00</published><updated>2009-10-17T01:01:22.601-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='check point'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lavoratori'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='poliziotti'/><title type='text'>Lavorare stanca: la fila mattutina al check-point di Betlemme</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl5y6tmXfI/AAAAAAAAAJQ/zrLyUEbui_0/s1600-h/perquisizione_check.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 230px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl5y6tmXfI/AAAAAAAAAJQ/zrLyUEbui_0/s320/perquisizione_check.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393475944413814258" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La fatica di ogni giorno&lt;/span&gt; comincia ben presto per gli operai e gli impiegati palestinesi che lavorano all’interno dello stato di Israele. Alle quattro del mattino, quando arriviamo in un piccolo gruppo al check-point di Betlemme, sono già numerosissimi, in code più o meno organizzate. Già incessante è il viavai di taxi che dai paesi della Cisgiordania, e soprattutto dalla città di Hebron,  fanno confluire qui - il punto di passaggio in Israele  più vicino a Gerusalemme -  i lavoratori arabi. C’è brulicar di vita intorno a loro. Il carretto con il pane caldo e profumatissimo che si aggira senza sosta, per raggiungere le file già formate e portare un po’ di sollievo, e distrazione alla noia dell’attesa, a quanti sono arrivati qui per primi. Le bancarelle  accolgono gli uomini che sfilano dai taxi con proposte di bibite calde, polpette di carne per la giornata, e copiosità di sigarette, facili compagne di ogni sottrazione di tempo. I cancelli aprono alle cinque del mattino. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Gli uomini attendono.&lt;/span&gt; Alcuni nel silenzio del forzato risveglio. Altri parlottano fra di loro, in piccoli gruppetti. Una manciata di giovani si è disposta per la preghiera del mattino, pronta a ricevere la prima voce del muezzin. Man mano che si avanza lungo il muro che a Betlemme separa i due territori e spezza per molti la fattibilità stessa dei due stati a lungo evocata dalla comunità internazionale, la fila si restringe in un passaggio angusto di reticolati e barriere. Su cartoni calpestati e sporchi, allineati uno accanto all’altro, dormono come possono quelli che chissà a che ora sono finiti qui, in gabbia. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Questa scena quotidiana&lt;/span&gt; è il risultato dell’alto livello di disoccupazione nei territori occupati, a fronte di salari lievemente più alti pagati in Israele rispetto alla Cisgiordania. D’altra parte, i palestinesi sono una forza lavoro a basso costo assai conveniente per lo stato di Israele: prima del processo di pace di Oslo, oltre un terzo della forza lavoro dei territori occupati trovava impiego in Israele, per lo più nel fiorente settore edilizio. Con la politica della chiusura e della separazione inaugurata da Rabin e poi istituzionalizzata con l’accordo di Oslo, il numero dei lavoratori palestinesi dentro lo stato di Israele è precipitato dai 180.000 occupati nel 1987 (inizio della prima Intifada) agli attuali 35.000, soggetti a restrizioni sempre più incalzanti. Ottenere un permesso di lavoro in Israele è una corsa ad ostacoli burocratica che non in molti riescono a superare. Gli uomini palestinesi che ne fanno richiesta devono essere sposati con figli ed avere più di 35 anni (un limite inferiore a 25 anni è eccezionalmente previsto per alcune industrie), avere una carta magnetica ed una richiesta da un datore di lavoro. Anche chi soddisfa queste condizioni però non ha garanzie di trovare impiego.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Chi alla fine il permesso ce l’ha&lt;/span&gt;, entra nel giro estenuante dell’arrivarci, al lavoro, ogni mattina. Una marcia lenta e inerziale della rassegnazione. Tornelli che si aprono con il contagocce, rischi di rimanerci schiacciato. Esibizioni di carte, ed impronte di mani, le stesse ruvide e usurate di tutte le mattine. Occhi che devono fissare dispositivi per il controllo della retina. Il tutto appare un gioco specioso. Una concessione calata dall’alto di una forza occupante che la militarizzazione non la impone più con i carri armati, come accadeva venti anni fa, ma con un uso ferocemente asettico della burocrazia, umiliante, passivizzante.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;I palestinesi lo hanno capito&lt;/span&gt; che non esistono vie d’uscita. La poca grinta che c’è va usata per non essere topi, per mantenere la dignità che serve a pregare la mattina, per non dare segni di cedimento, chè sarebbe fatale, per restare allerta. Si accalcano man mano che si avvicina l’ora dentro le gabbie, sempre più stipati. Le poche donne che arrivano anch’esse presto per far la fila, camminano raso rete nello spazio che gli uomini lasciano loro cavallerescamente, per farle andare avanti. Provo a mettermi nei loro panni, e non mi piacerebbe affatto sottostare ogni mattina a questo struscio di  corpi solo per andare al lavoro. Penso che in Italia una trafila del genere implicherebbe dinamiche palpatorie insopportabili. Qui tutto è più rispettoso, pur nel calore, nella sporcizia, nella polvere, nella stanchezza di stare in piedi che si accumula ancor prima di cominciare la giornata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima delle cinque, tanto per far sfiatare la folla, il varco si apre improvvisamente per qualche secondo, e allora la calca corre veloce in avanti, nel poco spazio che c’è. Spesso succede l’inevitabile, qualcuno cade e si fa male. Molti uomini si arrampicano sulle reti, usano gli interstizi fra i fili di ferro per far passare i loro corpi, sospesi sopra le teste di decine di altri che non obiettano. C’è molta pazienza nei lavoratori che avanzano passo dopo passo, nessuna reazione verso chi fa il furbo. Vien da pensare che in Italia ci sarebbe giungla di rabbia, sgomitare isterico, vocio di insulti. Pugni. Qui no. Qui allerta di corsa in avanti, così che qualche decina di loro ce la fa a superare la prima barriera. Qui c’è la resilienza degli oppressi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Siamo anche noi in fila con loro&lt;/span&gt;. Fatichiamo a comunicare perché tutti parlano l’arabo, e solo qualcuno mastica poche frasi in inglese. Ci guardano perché abbiamo le telecamere, non ci sono abituati, i giornalisti non vengono a raccontare queste storie di ordinaria occupazione. Ci sono invece alcuni rappresentanti di un’organizzazione internazionale evangelica che fa monitoraggio sulle procedure di controllo. Spesso le alzatacce le fanno le volontarie di Machsom Watch, una realtà di donne israeliane che a centinaia tengono sott’occhio il comportamento dei loro soldati nei confronti dei palestinesi. Una delle molte schegge di società israeliana che difende ciò che resta della dignità morale di un popolo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Anche noi passiamo&lt;/span&gt;, il secondo tornello, con la soldatessa giovanissima che deve sbrigarsela da sola, tutta questa massa di uomini. Sono le cinque e mezzo, ma il flusso delle persone è ancora molto incespicante. Fa passare le donne, gli anziani, blocca una persona con un collare di gesso chiaramente in sofferenza, e lascia fermi schiacciati al tornello gli uomini che incalzano. Rassegnati. In balia del suo colpo d’occhio, del suo umore. Chiediamo di farli passare, don Mario chiede spiegazioni e la invita ad “essere buona”, ma la soldatessa è più preoccupata delle nostre telecamere, delle macchine fotografiche e dei pochi flash che si è lasciata scappare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Passiamo oltre&lt;/span&gt;. Sono le sei passate. Arriviamo al controllo magnetico ed oculare, più snello perché ci siamo lasciati la massa alle spalle. I soldati parlano al telefono, mentre fanno i controlli, svogliati ed annoiati. Questo controllo ossessivo è un lavoro di una ripetitività deprimente. Non hanno fretta, parlano al telefono, dei fatti loro. La fretta l’hanno gli operai,  che alla fine escono in territorio di Israele e corrono come pazzi verso gli autobus,  i taxi – ma quanto spendono ogni mese di taxi i lavoratori palestinesi? -  i mezzi di fortuna pronti a condurli al loro posto di lavoro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questi ce l’hanno fatta.&lt;/span&gt; Son saliti. Via per una giornata intera di lavoro, magari sulle impalcature, in operazioni difficili. Noi torniamo indietro, da dove siamo partiti. La fila è lunga ancora da questa parte del muro. Gente nuova in attesa. Lavorare stanca. Vivere sotto occupazione, ancora di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicoletta Dentico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-2691680687830601436?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/2691680687830601436/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lavorare-stanca-la-fila-mattutina-al.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2691680687830601436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2691680687830601436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lavorare-stanca-la-fila-mattutina-al.html' title='Lavorare stanca: la fila mattutina al check-point di Betlemme'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl5y6tmXfI/AAAAAAAAAJQ/zrLyUEbui_0/s72-c/perquisizione_check.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3341076115356170793</id><published>2009-10-17T00:41:00.000-07:00</published><updated>2009-10-17T00:45:26.030-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sderot'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='società civile'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl2EF6FNhI/AAAAAAAAAJI/9pZ2PkGn2-Y/s1600-h/delegazione-a-Gaza00005.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl2EF6FNhI/AAAAAAAAAJI/9pZ2PkGn2-Y/s320/delegazione-a-Gaza00005.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393471841430222354" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sederot/Gerusalemme. 3a parte&lt;br /&gt;Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Le giornate di questa marcia&lt;/span&gt; dei 400 si rincorrono, si incastrano una nell’altra, si legittimano reciprocamente. L’ascolto continua e rende tutto molto più chiaro e molto più complesso. Gli strati di odio, vendetta, dolore, disillusione si alternano con quelli della speranza, della fiducia, dell' amore, della tenacia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;A parlarci&lt;/span&gt; in queste giornate sono essere umani e ci tengono a sottolinearlo tutti, palestinesi e israeliani. Ci chiedono di non partire dal passato, di non pensare a soluzioni fondate su necessità di riscatto e di collaborare con la mente libera da pregiudizi e il cuore pronto alla comprensione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Da una parte e dall’altra&lt;/span&gt; di questa terra, divisa da anni di recriminazioni, lotte e poteri lontani dalla gente e dal loro dolore, ci sono persone meravigliose, che si impegnano – anche pagando un caro prezzo personale – nella ricerca di una risoluzione definitiva e radicata del conflitto.&lt;br /&gt;"Perché - come dice Ali, un palestinese cui hanno ucciso il fratello ad un check-point, questa guerra non la chiuderemo con un trattato. La gente deve far pace con se stessa e con quelli che considera i suoi nemici: e non stiamo parlando di un percorso, ma di una svolta. Non ci sono condizioni per la pace, la pace é la condizione".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La loro lotta &lt;/span&gt;non è fatta di confronti e pesi dei dolori, delle morti, delle violenze. Sono impegnati tutti – Other Voice, i Combatants for Peace, Machsom Watch, Icahd, Parents Circle e tanti altri - tutti a decostruire le ragioni di un conflitto che troppo spesso guarda indietro per trovare ragioni del suo proseguimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E di ragioni ne troverebbero anche loro, a iosa. Bassam è un ex-combattente palestinese. A 17 anni è finito nelle carceri israeliane e ne è uscito solo 7 anni dopo. Con in testa e nel cuore una decisione: abbandonare la lotta armata, rinunciare alla vendetta e cercare un’alternativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Avevo imparato&lt;/span&gt; solo a colpire il nemico, ma ho scoperto che si tratta di esseri umani e ho deciso di convincerli che lo sono anch'io".  Bassam parla con frasi asciutte – come asciutti devono essere i suoi occhi dopo aver perso la figlia di 10 anni nel gennaio 2007 uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola. Solo un anno prima Bassam era uscito di nuovo dal carcere dove era finito per essere stato nella zona est di Gerusalemme senza permesso. Si trovava – illegalmente secondo la polizia che lo ha arrestato – in casa della famiglia della moglie che a causa del muro é rimasta in zona israeliana. "Non abbiamo messo via la armi ma la brutalità. In tanti  anni di violenza abbiamo raccolto solo più vittime. Basta. Non vogliamo morire per niente. È difficile spiegare la mia scelta alla famiglia, agli amici. Ma non ci prendiamo in giro; non si va in giro ad ammazzare gente in nome degli amici”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Bassam, Itamar &lt;/span&gt;e tanti altri ex-soldati o prigionieri di guerra vogliono essere il cambiamento. "Quando andiamo in giro a parlare con la gente non raccogliamo critiche o contrasti convincenti: siamo la prova che é possibile, non siamo uno slogan. L'odio é frutto di propaganda o di irrazionalità. Bisogna dimostrare che ci si può sedere insieme e parlare" dicono i combatants for peace.  Tabula rasa e ripartiamo dagli esseri umani, dai diritti di due popoli di esistere, di vivere in pace, di essere vicini e integrati.&lt;br /&gt;Itamar è un ex-soldato israeliano. Ha scelto di deporre le armi e non risponde alla chiamata di un mese all’anno per partire con i riservisti dell’esercito. "La società ci ha armato dandoci un enorme potere. Ora lo vogliamo usare per ottenere una pace giusta". Giusta. Nel nome dei diritti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paola Ferrara&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3341076115356170793?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3341076115356170793/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/emozioni-e-pregiudizi-il-filtro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3341076115356170793'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3341076115356170793'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/emozioni-e-pregiudizi-il-filtro.html' title='Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl2EF6FNhI/AAAAAAAAAJI/9pZ2PkGn2-Y/s72-c/delegazione-a-Gaza00005.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3420389213227211788</id><published>2009-10-17T00:33:00.000-07:00</published><updated>2009-10-17T00:38:07.980-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Suor Donatella'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='conflitto'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='religione oppressi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oppressori'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>Curiosità</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl0LoXHH3I/AAAAAAAAAJA/LFTFIqGB7rA/s1600-h/muro_murales.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl0LoXHH3I/AAAAAAAAAJA/LFTFIqGB7rA/s320/muro_murales.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393469771914616690" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Oggi ero curiosa&lt;/span&gt;....&lt;br /&gt;accendo la radio per sentire se il caro adorato Di Bella stasera ci sarà,&lt;br /&gt;mannaggia a loro che l'han fatto fuori!&lt;br /&gt;Poi però, mentre chiudevo i libri per la Tesi, ecco la voce di Laura Troìa&lt;br /&gt;che parla da Betlemme.Lì, lei è lì!&lt;br /&gt;E le sue sono parole mie, quelle con cui cerco di convincere che&lt;br /&gt;no nessuno può capire se non si va laggiù.&lt;br /&gt;Io conosco Betlemme, io conosco Israele e la Palestina.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Tempo fa ho fatto la scelta&lt;/span&gt;, da storica, di fare una Tesi sulla manipolazione mediatica riguardo il conflitto israelopalestinese, e ho cominciato a cercare, a trovare, a studiare.&lt;br /&gt;Ma niente mi dava la certezza di sapere veramente.&lt;br /&gt;Io avevo bisogno di realtà, di odori, sensazioni.&lt;br /&gt;E così ho cercato e trovato un modo più vicino alla popolazione....&lt;br /&gt;sono partita da scout (lo sarò ancora per pochi gg) con un gruppo di ragazzi e adulti scout e non da tutta Italia. Verso Israele. Ognuno con il proprio percorso. Io storico - politico, molti religioso. E lì nulla di turistico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Abbiamo dormito per terra&lt;/span&gt; a Gerico martellati dai richiami della Moschea in pieno Ramadan,in un vecchio orfanatrofio a Gerusalemme, nel Kibbutz Lavi,visitato luoghi, incontrato Padre Pizzaballa, così come il Rabbino Vito Hanab.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Abbiamo incontrato suor Donatella&lt;/span&gt;, una donna meravigliosa che da cinque anni è a capo del Caritas Baby Hospital unico  luogo cui portare i bambini malati di Betlemme e dintorni. Abbiamo incontrato i ragazzi dell'Univ di Betlemme. Mi hanno tirato pietre sui polpacci perché sul mio fazzolettone c'era una croce, mi hanno sputato sui piedi camminando lungo il quartiere musulmano,e due notti, due preziosi giorni, li ho passati ospite di una splendida famiglia palestinese di religione cristiana,minoranza nella minoranza, una realtà soffocante cui pochissimi pensano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sono passata lungo molti check point&lt;/span&gt;, con ragazzini di poco più di dicotto anni che ti obbligano a toglierti gli occhiali&lt;br /&gt;perché sul passaporto non li hai. Quaranta minuti all'areoporto, perché aprendo la valigia hanno visto un libro di Grossman quindi vià giù&lt;br /&gt;con domande a trabocchetto.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Tornata&lt;/span&gt; , pochi gg fa, ti rendi conto che quello è il luogo delle scelte, lì dove niente è scelto, dove tutto è in ballo, conteso e precario. Hai fatto la scelta intima di seguire una religione, certo, ma quella è tua, e non ne parli, perché non te l'aspettavi e non è necessario farlo. Torni con tanti dubbi in mente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Poi vedi Suor Donatella&lt;/span&gt; che ogni venerdì, prima dell'inizio del Sabato, pregare di fronte al Chack point di&lt;br /&gt;Betlemme verso Gerusalemme, perché il muro crolli, perché ha visto troppi bambini morire in attesa del lasciapassare verso Gerusalemme. Vedì i bambini che ti lanciano le pietre, e magari non sanno nemmeno cosa vuol dire croce, cristiano. Vedì i coloni, che hai imparato a riconoscere tra mille, che pretendono, vogliono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Vedi la famiglia meravigliosa&lt;/span&gt; con cui hai vissuto, che non ti parla del presente, che alle domande che fai rispondono con altre risposte. Vedi una democrazia che in Palestina non c'è , democrazia " occidentale" che odori ovunque in territorio Israeliano.&lt;br /&gt;E così sono tornata..... non ci sno più gli oppressi e gli oppressori.&lt;br /&gt;Ognuno vuole, nessuno parla.&lt;br /&gt;La sensazione di essere in guerra c'è, molto spesso. E la voglia di tornare si concretizza sempre di più.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Quindi grazie a voi e a Laura Troìa&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Io spero che le sue parole abbiano suscitato in molti delle domande, la volontà di capire e di andare&lt;br /&gt;in un Paese meraviglioso, bellissimo, affascinante.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Vi lascio un link you tube..... che in piccolissimo parla del mio viaggio.....&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;www.youtube.com/watch?v=Rsv_GDW4zlA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;A presto, Laura&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3420389213227211788?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3420389213227211788/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/curiosita.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3420389213227211788'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3420389213227211788'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/curiosita.html' title='Curiosità'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stl0LoXHH3I/AAAAAAAAAJA/LFTFIqGB7rA/s72-c/muro_murales.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-7086647901145542768</id><published>2009-10-16T00:49:00.001-07:00</published><updated>2009-10-16T00:52:01.889-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gaza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='bambini'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='guerra'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Piombo Fuso'/><title type='text'>Mosaico dei giorni: I bambini di Gaza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StgmGAgA26I/AAAAAAAAAI4/ZM_SINUHrzc/s1600-h/delegazione-a-Gaza00007.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StgmGAgA26I/AAAAAAAAAI4/ZM_SINUHrzc/s320/delegazione-a-Gaza00007.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393102438431513506" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Non era per nulla scontato&lt;/span&gt; che ottenessimo il permesso per entrare a&lt;br /&gt;Gaza e, alla fine, a una piccola delegazione di Time for&lt;br /&gt;responsabilities è stato concesso di visitare Gaza per alcune ore.&lt;br /&gt;Abbiamo visitato scuole, visto le pareti squarciate dalle bombe e&lt;br /&gt;incontrato bambini, tanti bambini. Restiamo impressionati dalla&lt;br /&gt;distruzione totale che è stata operata scientificamente di interi&lt;br /&gt;quartieri. Nelle nostre orecchie solo il rumore delle ruspe che&lt;br /&gt;scavano e dei camion che trasportano detriti. Abbiamo ricordato&lt;br /&gt;l’eccidio di Samuni, un’area in cui quaranta persone sono state&lt;br /&gt;condotte dai soldati israeliani in una casa e bombardati subito dopo.&lt;br /&gt;Non si è salvato nessuno. Secondo gli israeliani era di qui che&lt;br /&gt;partivano alcuni dei missili puntati contro Sderot. Mi permane&lt;br /&gt;comunque il dubbio che potessero avere qualche responsabilità anche i&lt;br /&gt;bambini di pochi anni e di pochi mesi che sono stati uccisi con gli&lt;br /&gt;altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sulle macerie&lt;/span&gt; di quella casa ci siamo dati la mano con i superstiti e&lt;br /&gt;abbiamo pregato insieme: “Dio della vita e della pace che ti lasci&lt;br /&gt;invocare con nomi e lingue diverse dalle fedi che abitano la&lt;br /&gt;Palestina, ascolta il grido di dolore che sorge da questa terra&lt;br /&gt;irrigata dal sangue innocente e insinua nel cuore degli uomini il&lt;br /&gt;desiderio della pace autentica. Allontana ogni volontà di vendetta e&lt;br /&gt;di violenza perché ai bambini di questo lembo di terra venga&lt;br /&gt;consegnato un mondo riconciliato. Amìn”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tonio Dell’Olio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su &lt;a href="http://www.peacelink.it/mosaico/a/30358.html"&gt;PeaceLink&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-7086647901145542768?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/7086647901145542768/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/mosaico-dei-giorni-i-bambini-di-gaza.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7086647901145542768'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7086647901145542768'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/mosaico-dei-giorni-i-bambini-di-gaza.html' title='Mosaico dei giorni: I bambini di Gaza'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StgmGAgA26I/AAAAAAAAAI4/ZM_SINUHrzc/s72-c/delegazione-a-Gaza00007.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-56455356387055772</id><published>2009-10-16T00:41:00.000-07:00</published><updated>2009-10-16T00:48:00.751-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='rabbia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gaza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='guerra'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='uscita'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Piombo Fuso'/><title type='text'>Strisce da Gaza</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stgk6q1R5vI/AAAAAAAAAIw/-RsXy6OCNG4/s1600-h/delegazione-a-Gaza00012.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stgk6q1R5vI/AAAAAAAAAIw/-RsXy6OCNG4/s320/delegazione-a-Gaza00012.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393101144124942066" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Quasi due ore di checkpoint &lt;/span&gt;per entrare a Gaza. Sono partito con un po' di timore, ma soprattutto con una grande voglia di vedere con i miei occhi cosa vuol dire vivere là, perché fino ad oggi io avevo solamente sentito storie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;È stata un’esperienza forte&lt;/span&gt;. Tutto quello che ho visto è difficile da digerire, perché là è il “nulla”. Solo macerie. Macerie e rassegnazione, e chi non è rassegnato è carico di rabbia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho visto una distruzione che è totale e ho visto le fondamenta di un palazzo che prima di essere fatto esplodere era stato riempito di 40 civili palestinesi. Ho visto che cosa significa la guerra&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Quello che ho visto mi ha cambiato&lt;/span&gt;. Sento il bisogno di tornarci, perché è una regione in cui nel buio più totale ogni tanto spunta uno spiraglio di luce. Una luce forte, che potrà espandersi in futuro, ma bisogna aiutarla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Non posso dimenticare&lt;/span&gt; tre ragazzi della mia età con cui ho parlato nel luogo che una volta era un quartiere, e che adesso è una distesa di macerie. Due sono rassegnati, ma uno no. Le sue parole sono cariche di rabbia e di dolore, e finché mi racconta di come la sua casa sia stata distrutta da un missile, io mi rendo conto di una cosa: che se io fossi stato un Israeliano, mi avrebbe ucciso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Lui è nato nella guerra&lt;/span&gt;, è cresciuto nella guerra, comprende solo la guerra e morirà nella guerra. Perché chi nasce a Gaza non ci potrà mai uscire, morirà a Gaza. Perché si trova in una enorme prigione a cielo aperto. Si trova in prigione nella sua terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ilo Steffenoni&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-56455356387055772?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/56455356387055772/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/strisce-da-gaza.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/56455356387055772'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/56455356387055772'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/strisce-da-gaza.html' title='Strisce da Gaza'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stgk6q1R5vI/AAAAAAAAAIw/-RsXy6OCNG4/s72-c/delegazione-a-Gaza00012.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3078183874910804500</id><published>2009-10-15T10:36:00.000-07:00</published><updated>2009-10-15T10:54:51.379-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='marcia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='quattrocento'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Israele'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Palestina'/><title type='text'>In viaggio per la pace</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stdh5m1DMEI/AAAAAAAAAIo/efWy3CMwZDY/s1600-h/Deleg_Camp_prof.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stdh5m1DMEI/AAAAAAAAAIo/efWy3CMwZDY/s200/Deleg_Camp_prof.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392886721102950466" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Siamo arrivati in quattrocento&lt;/span&gt; dall'Italia, persone singole, rappresentanti di associazioni e amministratori locali per questa settimana della pace in Israele e Palestina, organizzata dalla Tavola&lt;br /&gt;della Pace. Questa missione e' la piu' grande e numerosa dopo parecchi anni, almeno per quanto riguarda la Terra Santa. Per me e' la prima volta dopo la mia espulsione avvenuta nel 2002 quando un gruppo dipacifisti voleva raggiungere Gerusalemme per partecipare ad una manifestazione di solidarieta' con il popolo palestinese. Da quella volta non avevo piu' avuto occasione di partecipare ad alcuna missionedi pace in Palestina, almeno passando da Israele. Mi sono aggregato&lt;br /&gt;volentieri alla carovana, in rappresentanza della Rete degli Artisti contro le guerre e per promuovere nell'occasione la marcia mondiale per la pace che e' da poco iniziata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato 10 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Arrivo a Tel Aviv &lt;/span&gt;e pernottamento a Betlemme. Subito dopo il nostro arrivo abbiamo avuto un incontro in una sala del Comune di Betlemme. Erano presenti anche il Sindaco di Betlemme, il governatore della regione e il portavoce del Consolato italiano. Abbiamo fatto il punto sulla&lt;br /&gt;settimana di pace e ci siamo scambiati le prime impressioni. Era presente Flavio Lotti della Tavola della Pace, Sergio Bassoli del Coordinamento delle ONG per la pace in Medio Oriente e Luisa Morgantini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica 11 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il giorno dell'incontro nei territori palestinesi.&lt;/span&gt; Il gruppone e' stato suddiviso in gruppi con altrettante destinazioni. Il nostro gruppo si e' recato ad Hebron. Qui abbiamo avuto un primo incontro con il sindaco della citta'. In quella occasione ho proposto al sindaco una collaborazione tra il Comune di Hebron e la Rete Artisti. In seguito abbiamo fatto un tour del centro storico con destinazione finale la moschea di Abramo. Poi pranzo offerto dal Comune e a seguire visita al campo profughi di Al Fawatt nei pressi di Hebron. In quella circostanza abbiamo avuto un incontro con il coordinatore del campo che ci ha illustrato i problemi passati e presenti e la speranza per un futuro migliore. Questo campo ha 17.000 abitanti ed e' uno dei 19 campi profughi presenti in Palestina dal 1948. Mi si conceda un sorriso amaro scrivendo queste righe pensando che a tutt'ora a piu' di 60 anni di distanza queste persone ormai alla terza generazione continuano a vivere in queste condizioni, qui in&lt;br /&gt;Palestina e altrove, come ben sappiamo. Fatto comune a tutti i campi, un terzo dela popolazione lavora in territorio israeliano e piu' della meta' degli abitanti e' al di sotto dei 18 anni. In serata rientro a Betlemme.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lunedi' 12 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno dell'incontro nei territori israeliani&lt;/span&gt; (ho scelto io questa definizione, giacche' si parla anche di&lt;br /&gt;territori palestinesi). Abbiamo visitato dapprima il centro culturale di Mossawa a Haifa. Ivi abbiamo avuto un incontro con una rappresentante delle Donne in nero che ci ha brevemente illuistrato le&lt;br /&gt;iniziative di pace di questo gruppo di donne che collabora con i pacifisti palestinesi. A seguire un incontro istituzionale con due consiglieri dell'amministrazione comunale di Haifa a cui abbiamo&lt;br /&gt;rivolto diverse domande che pero' in parte sono rimaste sul tavolo, tipo l' uguaglianza tra palestinesi e israeliani. Sui particolari tornero' magari in seguito. Haifa e' la terza citta' israeliana, maggiore porto e anche centro universitario(il 20% degli studenti sono arabi). Dopo l'incontro abbiamo fatto un breve giro nella citta' fantasma nel centro di Haifa, ossia un quartiere che era stato abitato&lt;br /&gt;dai palestinesi, che poi successivamente e' stato evacuato e adesso sta per essere ristrutturato per poi essere messo in vendita al miglior offerente. Dopo Haifa ci siamo diretti in un villaggio palestinese&lt;br /&gt;sulla costa a sud di Haifa. Questo villaggio si trova nella regione storica della Cesarea e conta piu' di settemila abitanti. Dopo un breve incontro con i responsabili del villaggio, abbiamo avuto un momento conviviale sulla bellissima spiaggia di questo villaggio. Dopodiche' abbiamo avuto ancora il tempo di visitare il sito romano di Cesarea, il cui nome e' dovuto a Giulio Cesare che si era recato in quei luoghi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedi 13 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giorno dell'Europa.&lt;/span&gt; Convegno internazionale a Gerusalemme, a cui hanno partecipato vari relatori provevienti da diversi paesi europei, tra cui Janet Aviad, autrice e docente all'univesita' di Gerusalemme, Sari Nusseibeh, professore all'Al-Quds Univesity, Christian Berger, della Commissione Europea, Micheal Sabbath, patriarca latino di Gerusalemme, Jose Maria Ruiberriz,&lt;br /&gt;dell'Assemblea di Coopearzione per la Pace in Medio Oriente ACPP, Sergio Bassoli, direttore della piattaforma delle ONG italiane per il Medio Oriente. Le conclusioni sono state fatte da Luisa Morgantini e da Naomi Chazan, ex parlamentare della Knesset e docente di scienze politiche. La conferenza e' stata moderata dal giornalista del Messaggero Eric salerno e da Paola Caridi, giornalista di Lettera 22. Il pomeriggio e' stato dedicato alla visita della citta vecchia con&lt;br /&gt;seguente ricevimento e buffet per tutti i partecipanti all'Hotel Ambassador. A seguire giro della citta' by night.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mercoledi' 14 ottobre:&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il giorno della pace&lt;/span&gt;. Visita al campo profughi a Gerusalemme sud gestito dall' UNRWA, Agenzia per i rifugiati dell'ONU. Qui abbiamo avuto un incontro con il Direttore del campo e con i suoi&lt;br /&gt;collaboratori. Le stesse considerazioni fatte per il campo di Hebron valgono anche per questo. A seguire abbiamo visitato il Museo dell'Olocausto Yad Vashem. Dopo una cerimonia durante la quale e' stata consegnata una corona di fiori a ricordo delle vittime del nazismo e la consegna di uno striscione da parte dell'associazione Terra del Fuoco che organizza da sette anni il treno della memoria per Auschwitz, visita al museo. Commenti superflui. In serata abbiamo avuto un incontro con l'Associazione dei parenti delle vittime palestinesi ed israeliane all'Auditorium del Centro Notre Dame e a seguire "Ricostruiamo la speranza", manifestazione  per la pace, a cui ha partecipato anche la cantante israeliana Noah.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edvino Ugolini&lt;br /&gt;per la&lt;br /&gt;Rete Artisti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3078183874910804500?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3078183874910804500/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/in-viaggio-per-la-pace.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3078183874910804500'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3078183874910804500'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/in-viaggio-per-la-pace.html' title='In viaggio per la pace'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/Stdh5m1DMEI/AAAAAAAAAIo/efWy3CMwZDY/s72-c/Deleg_Camp_prof.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-7341141864152546889</id><published>2009-10-15T10:27:00.000-07:00</published><updated>2009-10-15T10:36:19.240-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='check point'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='dioassina'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='campi profughi'/><title type='text'>Miseria e dioassina</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StddiPpJ0yI/AAAAAAAAAIY/RkzcOH3Ddug/s1600-h/spazzatura.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StddiPpJ0yI/AAAAAAAAAIY/RkzcOH3Ddug/s200/spazzatura.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392881921695535906" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La giornata è iniziata&lt;/span&gt; con la visita ad un altro campo profughi, Shu’Fat, vicino a Gerusalemme. La situazione lì è insostenibile, Israele ha chiuso l’acqua e impedisce ai camion carichi di spazzatura di uscire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La conseguenza di tutto&lt;/span&gt; ciò è la miseria. Miseria e diossina. Ci sono quasi in tutte le vie del campo mucchi di pattumiera che brucia, e l’aria è nauseabonda. Irrespirabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ad un certo punto un bambino&lt;/span&gt; è venuto da me, avrà avuto 8 anni. Voleva solo “battermi il 5” e conoscermi, mi ha sconvolto. La sua mano era gonfia e piena di cicatrici, aveva tagli recenti lungo tutta la mano e il braccio. Forse è caduto sul filo spinato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui la tensione è alta, il coinvolgimento emotivo sale, e una mia compagna di viaggio ha pianto tutto il giorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Poi verso sera torniamo al dialogo di Pace&lt;/span&gt;. Robi Damelin e Ali Abu Awwab parlano insieme. Lei è Israeliana, e suo figlio è stato ucciso dalla “resistenza”, lui è Palestinese, e suo fratello è stato ucciso da un militare Israeliano ad un CheckPoint. Entrambi vogliono la fine di questo conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse è perché sono uniti da un così grande dolore comune, ma la forza che hanno insieme ci ha dato speranza. La speranza che il dialogo tra i due popoli possa portare la Pace. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ilo Steffenoni&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-7341141864152546889?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/7341141864152546889/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/miseria-e-dioassina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7341141864152546889'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7341141864152546889'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/miseria-e-dioassina.html' title='Miseria e dioassina'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StddiPpJ0yI/AAAAAAAAAIY/RkzcOH3Ddug/s72-c/spazzatura.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-1920916023145120890</id><published>2009-10-15T00:56:00.000-07:00</published><updated>2009-10-15T00:59:25.830-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='famiglie'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vittime'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Israele'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='riconciliazione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Palestina'/><title type='text'>Israele e Palestina: la via dolorosa per la riconciliazione</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StbWVlhOSnI/AAAAAAAAAII/vlNmxEVJ7Lw/s1600-h/DSCN7983.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StbWVlhOSnI/AAAAAAAAAII/vlNmxEVJ7Lw/s200/DSCN7983.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392733270159805042" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Robi e Ali, lei israeliana, palestinese lui, riversano le loro testimonianze sulla nostra delegazione con una sbalorditiva cascata di nuove prospettive. A dire il vero, riversano anche la sensazione che qualcosa nei nostri posizionamenti di concerned citizens, di cittadini appassionati alla loro causa, non vada. Quanto meno, non vada più. Le nostre domande riflettono “platitudes”, piattaforme interpretative, nella quali nessuno dei due si ritrova. Si intuisce ad ascoltarli l’urgenza di un nuovo punto di vista, e loro di certo un punto di vista particolare e incontestabile da mettere sul tavolo ce l’hanno. Sono la madre ed il fratello di persone che hanno perso la vita a causa della violenza acuminata che lacera da sessanta anni israeliani e palestinesi. Familiari  delle due comunità, accomunati da simili storie di morte e dalle stesse umane lacerazioni, hanno dato vita al Parents’ Circle Forum per metabolizzare il dolore in energia unificante, l’angoscia personale in forza  di riconciliazione collettiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Robi ha piglio di donna colta&lt;/span&gt; tagliata con l’accetta. E’ ebrea sudafricana, arrivata qui nei primi anni ’70 per “salvare” Israele e spargere su questa terra i semi della battaglia democratica contro l’apartheid di cui era stata protagonista. Suo figlio David, 27 anni, è stato ucciso da un cecchino palestinese mentre - come riservista - prestava servizio ad un check point. Non gli era stato facile accettare la chiamata dell’esercito israeliano, lui pacifista ed interessato allo studio di filosofia più che alle armi. C’era la questione della coerenza con le sue motivazioni contro la guerra, e l’impatto della sua assenza dall’università. D’altro canto, sentiva la responsabilità di condividere un approccio diverso di stare sul crinale della tensione: una scuola di mediazione da insegnare ai soldati sotto il suo comando. “Perché è facile vedere tutto in bianco e nero, mentre c’è un vasto grigio che avvolge la complessità delle cose”, dice Robi. La decisione, meditata, ha portato David a morire proprio sulla disumanizzante frontiera della burocrazia securitaria che i palestinesi sono costretti ad attraversare per mille motivi ogni giorno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Robi lo dice chiaro e tondo&lt;/span&gt;: la pace “non è un percorso cortese di fiori e abbracci” piuttosto un viaggio personale incidentato. Si trattiene per un momento, poi si lascia andare e decide di condividere un inciampo recente, di questo viaggio. La lettera che ha scritto tre anni fa al cecchino che gli ha ucciso il figlio ha ricevuto una risposta solo da qualche giorno: parole ancora segnate da feroce violenza. La nuova fitta di disperazione e lo stato di confusione penetrano la scorza della madre, ma impongono la forza di continuare il percorso: esso altro non è che l’avvio di un dialogo, il primo zoppicante passo di avvicinamento alla narrativa della controparte ostile,  non  più nemica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Serve un “miracolo pragmatico di riconciliazione”&lt;/span&gt; , una cornice di riferimento per la pacificazione tra palestinesi e israeliani, un tracciato di umanizzazione dice Robi: simile a quello, inimmaginabile,  dei neri e bianchi sudafricani. Palestinesi e israeliani nulla conoscono dei rispettivi bisogni. I Parents’ Circle conoscono bene l’incolmabile cesura percorrendo i territori accidentati del dolore individuale dei due popoli. Lo sanno attraverso le numerose incursioni nelle scuole.  Gli adolescenti di Israele non hanno mai conosciuto un palestinese, gli arabi dal canto hanno paura degli israeliani ma nulla comprendono della paura ebraica, perché ignorano cosa sia stata veramente la Shoah. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ali ascolta immobile&lt;/span&gt;, in piedi sul palco accanto a lei. Osserva Robi con lo sguardo del compagno di viaggio sopravvissuto ad un’avventura comune. Sospira, quando tocca a lui parlare. Il peso dell’emozione che non può spegnersi, ma anche la responsabilità del messaggio. Come far comprendere a questo inedito gruppo di italiani le implicazioni del loro punto di vista? Quella di Ali è proprio un’altra storia. La sua carriera di combattente è assai precoce, l’attivismo politico lo ha imparato da una madre militante e per questo periodicamente confinata nelle carceri israeliane, cinque anni alla volta. Ci finisce presto anche lui in galera, dove si ritrova a guidare uno sciopero della fame di 5000 detenuti per 17 giorni, spuntandola sui carcerieri. L’episodio gli insegna la forza dirompente della resistenza nonviolenta. Una scuola estranea alla militanza palestinese, che la confonde con la resa al nemico. La nonviolenza è invece oculata strategia per disarmare la controparte, inceppare il meccanismo della guerra. Nel 1994, grazie alla pace di Oslo, viene rilasciato con la madre, ed esce con una visione rinnovata di sé e della battaglia da condurre: quella della necessità di “passare dalla rivoluzione alla cittadinanza”. Ali viene ferito da un colono nel 2000, e poco dopo suo fratello è colpito a morte da un colono israeliano “per nessun altra ragione se non perché lui era un palestinese”. La nonviolenza è pericolosa per l’assassino. Costringe a guardare in faccia le sue vittime. Ali pertanto decide di non vendicarsi, esce dal gioco del chi è più vittima. Ogni uccisione è un crimine, e nessuna escalation può portare alla pace, al “gusto di una vita normale”,  servono azioni che possano “creare soluzioni”. Più volte invoca la nascita di un movimento globale per palestinesi ed israeliani, un movimento che sappia costringere entrambi alla pace. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Libertà per la Palestina, sicurezza per Israele&lt;/span&gt;: questa la soluzione. Basta con le soluzioni calate dall’alto di conferenze di pace in hotel a cinque stelle. Occorre un divorzio da Israele, per vivere in pace e dignità. “Voglio proteggere i confini di Israele perché voglio avere un confine con Israele,  un confine in grado di garantire i diritti ai palestinesi, compreso quello di andare al mare”. Ali è disposto a tutto pur di ottenere questo obiettivo, la fine dell’occupazione israeliana, per uno stato palestinese. “Non voglio vedere ragazzi israeliani che occupano i nostri territori, come non voglio vedere ragazzi palestinesi indottrinati alla ideologia della violenza”. Quante persone devono ancora pagare con la vita, quante famiglie devono soffrire prima di meritare una vita libera ed in pace? E poiché nessuno dei due popoli è destinato a scomparire, la pace non può essere chiesta in elemosina. Costruzione della pace non è solo speranza, è anche responsabilità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La diplomazia internazionale&lt;/span&gt; dovrebbe incontrarli questi campioni della politica, capaci di creatività e di empatia. Presto, se non vogliamo perdere quest’ultima chance per una soluzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicoletta Dentico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-1920916023145120890?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/1920916023145120890/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/israele-e-palestina-la-via-dolorosa-per.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/1920916023145120890'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/1920916023145120890'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/israele-e-palestina-la-via-dolorosa-per.html' title='Israele e Palestina: la via dolorosa per la riconciliazione'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StbWVlhOSnI/AAAAAAAAAII/vlNmxEVJ7Lw/s72-c/DSCN7983.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-4950382789830462229</id><published>2009-10-14T12:06:00.000-07:00</published><updated>2009-10-14T12:12:22.456-07:00</updated><title type='text'>DIARIO DALLA PALESTINA</title><content type='html'>&lt;em&gt;Scrivo questo diario dalla Palestina e da Israele, dove mi troverò per 7 giorni, in occasione della Settimana per la Pace in Medio-Oriente. 7 giorni per vedere ed essere testimone. 7 giorni in cui cercheremo di costruire, o meglio di farci promotori di una pace partendo dal basso, parlando e mostrandoci il più possibile "vicini" alle persone che qui lottano per averla.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StYiVlJRN6I/AAAAAAAAA-Q/PKD_1fAH7iE/s1600-h/calendario.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 261px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StYiVlJRN6I/AAAAAAAAA-Q/PKD_1fAH7iE/s320/calendario.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392535357966333858" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;1° giorno&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo atterrati a Tel Aviv alle 14.40 e da domani iniziamo gli incontri con i ragazzi palestinesi e israeliani.&lt;br /&gt;Oggi siamo stati a Betlemme, dove alloggiamo, per la presentazione del progetto Europeo “Time For Our Responsibilities”, nato dall’appello di Barack Obama ai popoli arabi e europei di prendersi le proprie responsabilità riguardo alla situazione in Medio-Oriente.&lt;br /&gt;Betlemme è una città strana, piena di incongruenze. Si trovano l’uno di fianco all’altro locali stereotipati della cultura Occidentale e mucchi di pattumiera in fiamme. Ricchezza affianco a povertà assoluta.&lt;br /&gt;Poi cosa che ci lascia perplessi è senza dubbio il muro che sta costruendo Israele e che circonda ¾ della città. È un muro inquietante, alto 8 metri. Ed è incredibile come noi, abituati a vivere nella libertà, non riusciamo proprio a concepirlo.Solamente quando ci si trova letteralmente sotto di esso, quando la sua imponenza e la sua freddezza ti sovrastano e ti separano di netto da tutto il resto. Ci si sente quasi soffocare, in prigione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;2° giorno&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi siamo partiti alla volta di Gerusalemme Est, dove abbiamo incontrato i ragazzi palestinesi.&lt;br /&gt;Il primo CheckPoint è stato breve ma intenso. Passare lungo ringhiere strette, con militari che camminano sopra la tua testa, e oltrepassare porte metalliche solamente quando scatta la luce verde, non è facile. Ti senti impotente e improvvisamente quella porta è difficile da spingere, perché la avverti pesantissima. Avverti tutto il peso dell’oppressione che rappresenta.&lt;br /&gt;Malgrado tutto siamo arrivati in città, dove in mercati immensi si alternano  negozi di spezie, vestiti e militari Israeliani armati, che semplicemente stanno lì, fermi, a controllare. Vietato fotografarli. &lt;br /&gt;Raggiunta la sede degli Afropalestinesi abbiamo conosciuto ragazzi della mia età, 16-17 anni, aperti al dialogo. Credono nella pace, e sono disposti ad incontrare per parlarci anche “il loro nemico”, Israele. Sono tutti giovani, ma maturati in fretta.&lt;br /&gt;Infine, quasi alla fine della giornata, siamo stati ad Aida, da 61 anni campo profughi a Betlemme. Qui le persone vivono in una povertà assoluta, circondati da sporcizia e macerie. Ci sono bambini dappertutto, con uno sguardo felice che nasconde però un’infanzia rubata. Rubata da un muro che ci dicono “non solo separa le nostre terre, ma ci separa anche dai nostri sogni”. Ed è proprio su questo muro che ho conosciuto un bambino, che si mostra sempre solo di spalle. Si chiama Handalà ed è un fumetto. Il suo autore ha detto che solo quando ci sarà pace lo raffigurerà di fronte. Peccato che l’autore sia morto assassinato a Londra, e Handalà non si girerà mai. Sembra avere perso la speranza, come tutti i bambini di questo campo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt; &lt;br /&gt;3° giorno&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi sveglia alle 6.00 e partenza per l’alta Galilea. Dobbiamo raggiungere i ragazzi Israeliani a Misgav (Sacnin).&lt;br /&gt;Ci arriviamo con 2 ore di ritardo, a causa della protesta di alcuni autisti dei pullman e dei checkpoint. Qua tutto questo è normale, questa è la loro normalità.&lt;br /&gt;Comunque, arrivati, iniziamo il dialogo con questi ragazzi. Studiano ad Hand And Hand, l’unica scuola che raccoglie insieme studenti Arabi Israeliani e Ebrei. L’unica scuola che cerca di unire queste due culture che compongono lo stato di Israele.&lt;br /&gt;Mandare i propri figli a questa scuola è una scelta basata sul fatto di credere nella Pace e nella convivenza, ed è proprio questa l’idea che esprimono questi ragazzi.&lt;br /&gt;Poi abbiamo mangiato tutti insieme nel vicino Kibbutz, dove la conversazione si è approfondita specialmente con una ragazza. Crede nella Pace, ma non vede l’ora di iniziare la leva obbligatoria. Ha addirittura deciso di fare 5 anni invece dei 2-3 previsti per lei. &lt;br /&gt;Dice anche che forse non andrà all’università per fare la carriera militare. Lo motiva dicendo che sarà divertente, ma forse non sa a cosa va realmente in contro. Forse il suo spirito nazionalista è troppo forte. E intanto parla di Pace, per ora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ilo Steffenoni&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-4950382789830462229?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/4950382789830462229/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-dalla-palestina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4950382789830462229'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4950382789830462229'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/diario-dalla-palestina.html' title='DIARIO DALLA PALESTINA'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StYiVlJRN6I/AAAAAAAAA-Q/PKD_1fAH7iE/s72-c/calendario.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-8985029369362712535</id><published>2009-10-14T10:45:00.000-07:00</published><updated>2009-10-14T10:46:57.636-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Assisi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Yad Vashem'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Hela Baruch'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Basilica'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>QUELLA FOTO DI ASSISI A YAD VASHEM</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StYOi8WaiRI/AAAAAAAAAH4/9S2gkvOSeqY/s1600-h/800px-Yad_Vashem-children%27s_monument.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StYOi8WaiRI/AAAAAAAAAH4/9S2gkvOSeqY/s200/800px-Yad_Vashem-children%27s_monument.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392513597301229842" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sorpresa. Fra le migliaia di foto, in gran parte drammatiche e spesso angoscianti, esposte nelle sale del Museo di Yad Vashem ecco una foto diversa. E' una delle rare foto a colori che si incontrano nel museo. Il soggetto è familiare. E' la foto della Basilica di Assisi. Si trova, un po' nascosta,  in una delle ultime sale. La sorpresa invita alla sosta. Nella teca sottostante è esposto il diario, nulla più di un quadernetto,  di una donna ebrea riuscita a sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti. La donna si chiamava Hela Baruch. Nel dicembre del 1943, quando le persecuzioni contro gli ebrei italiani si fanno spietate, la donna fugge con le figlie. Fugge da Perugia e raggiunge Assisi, dove trova rifugio in un monastero. Lì si nasconde con il nome di Raffaella Bartoli.&lt;br /&gt;Scoprire che per Hela Baruch la via della salvezza è passata sul percorso scelto dalla marcia per la pace  dà ancora più senso alla presenza della marcia in questi giorni a Gerusalemme e nei Territori Palestinesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Zichitella&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-8985029369362712535?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/8985029369362712535/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/quella-foto-di-assisi-yad-vashem.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8985029369362712535'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8985029369362712535'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/quella-foto-di-assisi-yad-vashem.html' title='QUELLA FOTO DI ASSISI A YAD VASHEM'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StYOi8WaiRI/AAAAAAAAAH4/9S2gkvOSeqY/s72-c/800px-Yad_Vashem-children%27s_monument.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3036563346926150280</id><published>2009-10-14T09:33:00.000-07:00</published><updated>2009-10-14T09:38:37.678-07:00</updated><title type='text'>SDEROT/2, IL SOGNO SPEZZATO DEI PIONIERI</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StX-biCnbKI/AAAAAAAAA-I/3ItcmMsF7y0/s1600-h/Gaza_Sderot.png"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 161px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StX-biCnbKI/AAAAAAAAA-I/3ItcmMsF7y0/s320/Gaza_Sderot.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392495877793737890" /&gt;&lt;/a&gt; Alon Schuster è presidente del consiglio regionale dello Sha’ar Hagenev (il cancello del Negev). E’ un uomo sulla sessantina, vive in un kibbutz, indossa i sandali ed ha un sorriso dolce. Ci accoglie nel campus di Sapir. Quello dove insegna Julia, membro di Other Voice. Si dichiara pacifista. Ci racconta la sua storia perché - dice e, dopo averla ascoltata, confermo - è significativa.&lt;br /&gt;Il padre nasce in Germania e durante la II guerra mondiale scappa in Sudamerica dove incontra la madre proveniente dall’allora Urss. I genitori arrivano in Israele solo 2 anni dopo la creazione dello stato israeliano, al seguito del movimento socialista sionista. Alon nasce in un kibbutz, l'unico fondato un anno prima di Israele stesso. Si ritiene fortunato ad essere cresciuto con quella che é una minoranza anche se ha vissuto una doppia delusione: il fallimento del progetto del comunismo e della condivisione dei mezzi di produzione e l'impossibilità -ad oggi - di una convivenza pacifica con gli arabi. Erano il progetto dei suoi genitori e di altri pionieri giunti in Israele sulle ali dell'idealismo concreto e possibile. Sono diventati sogni spezzati di cui oggi Alon porta il peso e sente la responsabilità.&lt;br /&gt;“Tutta la regione sogna una nuova opportunità. Ma gli ultimi anni sono stati un incubo (si riferisce ai missili qassam e all'assedio di Gaza, e a tutta le tensione che questi avvenimenti hanno causato alla regione, ndr). Noi non vogliamo occupare e controllare milioni di ebrei. Abbiamo molti amici oltre il muro, e anche a loro la pazzia dei leader non permette di costruire un futuro.&lt;br /&gt;Noi non abbiamo dove andare e nemmeno i nostri vicini. Qui, nel campus c’erano migliaia di studenti arabi e israeliani: molti sono andati via con l’arrivo dei missili qassam, altri sono prigionieri in casa loro, a Gaza.  La targa che abbiamo deposto dove è caduto un missile recita “verranno altri giorni”. Io credo che dobbiamo prenderci cura della luce di questa candela fragile ma ancora accesa. Se mi chiedono quale secondo me è la soluzione non rispondo. Non sono il governo. Io mi occupo della mia gente, dò loro risorse pratiche e culturali per progredire, svilupparsi e irrigare la piantina della speranza.&lt;br /&gt;Torniamo con Eric di Other Voice sulla collina più vicina a Gaza. C'é un pò di foschia sul mare e Gaza sembra fluttuare nel cielo. Eric ha uno sguardo triste mentre racconta dei suoi amici laggiú dei quali ha notizia via mail o sms di tanto in tanto. Ci dice che durante la guerra di gennaio scorso, su quella collina alloggiavano reporter da tutto il mondo, con tanto di poltrone e ristorazione intenti ad osservare i cieli per cogliere i lampi delle bombe israeliane. Uno spettacolo, dice. E lo dice con una strana ironia che nasconde di certo ferite che hanno nomi e cognomi a lui cari. Seguiamo Eric nel kibbutz dove vive, un kibbutz urbano come vengono chiamati quelli sorti nelle città. Vivono insieme, condividendo spazio e attività quotidiane, varie famiglie israeliane. Mentre camminiamo una signora lo saluta con grande cordialità. Mi chiedo se sia uno dei sostenitori di Other Voice e mi piace pensare di si. Sono pochi gli attivisti di questa associazione che ha naturalmente molti ostacoli interni alla sua crescita. Oggi, 14 ottobre, Eric Yellin riceve a Gerusalemme il Reconciliation Award 2009 - il premio del Parents Circle Families Forum, famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso qualcuno durante il conflitto e che promuovono la riconciliazione - come miglior israeliano dell'anno, per le sue attività di solidarietà e sostegno in favore della soluzione pacifica del conflitto. Con lui sarà premiato anche un palestinese, Amin Al Dibyi, con analoghe motivazioni.. Non esiste per fortuna solo la lista di Fortune's.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 parte/continua&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paola Ferrara (Banca Eticca)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3036563346926150280?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3036563346926150280/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/sderot2-il-sogno-spezzato-dei-pionieri.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3036563346926150280'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3036563346926150280'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/sderot2-il-sogno-spezzato-dei-pionieri.html' title='SDEROT/2, IL SOGNO SPEZZATO DEI PIONIERI'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StX-biCnbKI/AAAAAAAAA-I/3ItcmMsF7y0/s72-c/Gaza_Sderot.png' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-8811070432631373994</id><published>2009-10-13T10:24:00.000-07:00</published><updated>2009-10-15T10:27:07.298-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Europa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Gerusalemme ovest'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>L'Europa per la pace</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Oggi è stato il giorno dell'Europa&lt;/span&gt;, e abbiamo assistito ad una conferenza a Gerusalemme Ovest, con ospiti da Italia, Francia e Spagna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'idea che ne è emersa è la necessità dell'Europa di fare concretamente qualcosa per la Pace in Medio-Oriente. Pechè finora ci sono state solo parole. Nulla di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;È proprio questo ciò che mi ha colpito&lt;/span&gt;, perchè ho percepito come ci sia una grandissima voglia di fare oltre che di dire. Come vada crescendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell'Europa, che potrebbe anche essere risolutivo per il conflitto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;E riguardo a questo continua ad ossessionarmi&lt;/span&gt; un momento che ho vissuto qui: la conversazion che ho avuto nel campo profughi con un vecchio. Mi ero allontanato un attimo dal gruppo e ho iniziato a parlarci. Era seduto su di una sedia, e sdentato. Parlava molto poco inglese, ma è riucito a farsi capire. Mi ha preso la mano con una forza che non mi sarei mai aspettato, me la stringeva e ripeteva “you are incredible”, “you are incredible”. Poi mi ha spiegato. Secondo lui ero incredibile perchè sono italiano, è convinto che noi venendo lì avremmo aiutato a ritrovare la Pace. Lui crede in noi Europei, sa che abbiamo le possibilità di aiutarlo. Spero proprio di non deluderlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ilo Steffenoni&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-8811070432631373994?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/8811070432631373994/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/leuropa-per-la-pace.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8811070432631373994'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/8811070432631373994'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/leuropa-per-la-pace.html' title='L&apos;Europa per la pace'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3745858558193459127</id><published>2009-10-13T05:05:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T05:09:47.931-07:00</updated><title type='text'>LE CHIAVI DEL '48</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRt_VRaNmI/AAAAAAAAA-A/1XSAcna4V8s/s1600-h/CHI.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 264px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRt_VRaNmI/AAAAAAAAA-A/1XSAcna4V8s/s320/CHI.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392055588678678114" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più di 400 i partecipanti a Time of responsabilities, l’iniziativa della Tavola della pace in Palestina-Isarele. Nella prima giornata ci siamo suddivisi in gruppi per andare a incontrare, ascoltare, vedere. La vergogna del muro che stringe d’assedio e rende invivibile anche la vita di Betlemme, il campo profughi di Aida (lo stesso visitato dal Papa qualche mese fa), tante famiglie che ci ospitano per il pranzo. &lt;br /&gt;Le famiglie del campo profughi, come una reliquia, conservano devotamente la chiave della casa che hanno dovuto abbandonare nel '48 per far spazio agli israeliani. Molte di quelle case non esistono più ma loro stringono quella chiave come segno di un passato lontano e di un diritto violato. Di un futuro al quale nessuno deve sottrarsi: il tempo delle responsabilità, appunto. AbdelFattah, direttore del centro culturale del campo, ci dice in faccia senza mezzi termini: “Il silenzio della comunità internazionale è una vera e propria complicità che spinge a volte alla violenza. La vera sfida è restare umani in queste condizioni disumane”. Ma non possono permettersi il lusso della disperazione. “Temiamo il giorno – continua AbdelFattah - in cui i nostri figli ci chiederanno: “Cosa avete fatto per noi?”. &lt;br /&gt;Quella stessa domanda è rivolta a ciascuno di noi e per questo siamo nel “tempo delle responsabilità”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tonio dell'Olio (Libera)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3745858558193459127?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3745858558193459127/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/le-chiavi-del-48.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3745858558193459127'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3745858558193459127'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/le-chiavi-del-48.html' title='LE CHIAVI DEL &apos;48'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRt_VRaNmI/AAAAAAAAA-A/1XSAcna4V8s/s72-c/CHI.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-2739790751952611217</id><published>2009-10-13T04:21:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T05:03:32.581-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='giaffa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='jaffa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='memoria'/><title type='text'>LA MEMORIA DI GIAFFA</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRsdCTvlsI/AAAAAAAAA94/JPDe471gs4g/s1600-h/JAFFA.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 210px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRsdCTvlsI/AAAAAAAAA94/JPDe471gs4g/s320/JAFFA.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392053899961013954" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;I turisti non se ne accorgono&lt;/strong&gt;. Passano rapidamente lungo Pasteur street, per salire fino alla cima della vecchia Giaffa, nell’angolo meridionale della costa di Tel Aviv.&lt;br /&gt;Se proseguissero su Yaffet street potrebbero notare una porticina e una scala stretta, appena dopo una tavola calda che sforna felafel e hummus. Oltre la porta, una scala stretta e ripida porta alla sede della Lega dei arabi di Giaffa, la Rabitah. È il municipio ufficioso che cerca di risolvere i problemi dei ventimila arabi, cittadini israeliani, che vivono a Giaffa e sono tutto ciò che resta di una delle più colte, attive, cosmopolite e vibrati comunità urbane del Medio Oriente. Prima del 1948, della Nakba e della guerra seguita alla dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele, Giaffa era la porta della Palestina del mandato britannico. Nel suo porto arrivavano anche le navi degli ebrei. Ancor prima del mandato, era, assieme ad Alessandria d’Egitto e Tiro, uno dei porti per antonomasia del Medio Oriente. Al municipio della città araba di Giaffa chiesero il permesso le sessanta famiglie ebree che nel 1908 fondarono, in un canalone tra le dune di sabbia, Tel Aviv. Oggi quel canalone è viale Dizengoff, una delle strade centrali di Tel Aviv, e la Giaffa araba non è che l’ombra di se stessa. &lt;br /&gt;La memoria di Giaffa ha un nome, Gabi Sabed. Nel 1948 la sua fu una delle famiglie che non lasciarono la città allo scoppio di quella che per Israele è la guerra d’indipendenza, e per i palestinesi è la Nakba. Dei 120 mila abitanti, ne rimasero 3900 che furono ammassati dai vincitori in una zona della città sulla sinistra di quella che oggi è Yaffet street e che allora era una recinzione senza nome. Confiscate dallo stato israeliano le proprietà di quelli che erano andati via, agli arabi di Giaffa non rimase che ripartire da zero, come una minoranza. Dove furono ammassati i profughi, c’è ora il quartiere di Ajami. E Gabi, 58 anni di cui 40 investiti a organizzare la sua comunità, ne parla con la mente rivolta al passato per progettare un futuro possibile.&lt;br /&gt;Nella sede della Rabitah ad ascoltarlo ci sono una quarantina di persone, un decimo della delegazione italiana che ha risposto all’appello della Tavola della pace e del Coordinamento enti locali per la pace per passare una settimana tra Israele e Palestina. Per ascoltare e capire. È la delegazione di Tempo per le responsabilità, la forma che quest’anno ha assunto la marcia per la pace da Perugia ad Assisi. Altre nove delegazioni simili sono in giro per incontri con ogni tipo di organizzazioni sociali e istituzionali israeliane e palestinesi, dagli enti locali ai movimenti pacifisti, dai sindacati alle Ong.&lt;br /&gt;Gabi racconta che dopo il 1948, non c’era un solo arabo iscritto alle scuole superiori di Giaffa. Ci vollero gli anni sessanta per vedere degli studenti arabi nelle scuole superiori e la metà degli anni settanta per avere i primi laureati. Lui è stato uno di loro. Dalla volontà di non perdere la propria identità di arabi, nello stato di Israele, Gabi assieme ad altri suoi coetanei ha fondato nel 1979 la Rabitah. Alle ultime elezioni amministrative di Tel Aviv, la Rabitah è riuscita a vincere anche un seggio, su 31, nel consiglio comunale e oggi è una realtà istituzionale capace di gestire anche una scuola, la Scuola democratica araba. È l’istruzione il tasto su cui Gabi batte di più: «Il 50 per cento dei bambini e dei ragazzi arabi di Giaffa va nelle scuole pubbliche arabe – dice – il 35 per cento nelle scuole private di ispirazione religiosa, il 15 nelle scuole pubbliche ebraiche. Il problema è che nelle scuole religiose si accentuano le divisioni interne alla comunità araba, tra musulmani e cristiani e tra cristiani cattolici, ortodossi, protestanti o maroniti, mentre il livello delle scuole pubbliche arabe è molto basso, perché sono sottofinanziate dallo stato. In quelle ebraiche, poi, i ragazzi subiscono una narrazione della storia che è completamente diversa da quella che vivono a casa, perdono la lingua e la loro identità». Per questo la Rabitah, da cinque anni, ha la sua scuola, in cui i due aggettivi, araba e democratica, indicano un’intenzione pedagogica ben precisa.&lt;br /&gt;La Rabitah si occupa anche di cercare di frenare l’esodo degli arabi da Giaffa, che continua sotto altre spinte: «La Nakba non è finita nel 1948. Allora, l’espulsione degli abitanti veniva fatta con la forza, oggi con il denaro». Giaffa infatti vive un periodo di riqualificazione edilizia, di gentrification: i costi salgono, le tasse anche e gli arabi, per il 50 per cento al di sotto della soglia di povertà, non possono più permettersi di vivere lì. La Rabitah è riuscita a salvare dalla demolizione molte case arabe, che avrebbero dovuto far posto ai nuovi edifici previsti dal comune di Tel Aviv per «lanciare» Giaffa anche come attrazione turistica, ed è riuscita anche a far costruire 250 nuove case per gli arabi, districandosi nella burocrazia israeliana, ritagliata in modo da discriminare gli arabi, che pure sono formalmente cittadini: «Per un arabo è molto più difficile avere un mutuo da una banca – spiega Gabi – e poi ci sono una serie di facilitazioni nel lavoro per chi ha fatto il servizio militare. Ma noi non possiamo e non vogliamo fare il servizio militare». &lt;br /&gt;Sono solo due dei tanti ostacoli legali che rendono difficile la vita degli arabi cittadini israeliani, una minoranza che arriva al 20 per cento della popolazione di Israele.  &lt;br /&gt;La Rabitah cerca di rispondere con l’organizzazione dal basso per tenere viva la comunità: corsi di formazione per i giovani [il 50 per cento degli arabi di Giaffa ha meno di 18 anni], restauro delle moschee [le chiese ricevono fondi dall’estero] e lavoro di lobbying politico, per cercare di rimuovere gli ostacoli formali alla piena cittadinanza. &lt;br /&gt;Sembrano, a sentirli elencare così, i problemi di una qualsiasi periferia depressa delle metropoli occidentali. Se non fosse che dalle finestre ad arco della sede della Rabitah filtra una luce diversa, una sfumatura che c’è solo da questa parte del Mediterraneo.&lt;br /&gt;Fadi Shmeta è, in un certo senso, il prodotto del lavoro di Gabi. Giovane, cordiale, fa parte del direttivo dell’associazione Sadaka Reut, Arab jewish youth partnership, che ha la sua sede principale a Giaffa. Con una serie di vecchie foto della Giaffa prima della Nakba, Fadi racconta il quartiere di Ajami e spiega come, al di là delle responsabilità politiche dei governi nella guerra del 1948, la trasformazione di Giaffa in un’appendice di Tel Aviv sia avvenuta dopo la guerra: «La combinazione della legge sull’emigrazione, che prevede che solo gli ebrei possano emigrare in Israele, e quella della proprietà di chi è andato via dal paese hanno fatto sì che Giaffa cambiasse totalmente faccia». Degli agrumeti di un tempo, che davano lavoro a migliaia di persone, non resta nulla se non qualche albero ornamentale. Nulla resta del vecchio teatro, che aveva ospitato anche compagnie europee ed era uno degli occhi dell’elite culturale di Giaffa sul resto del mondo. Non resta nulla della vita culturale della città araba, se non una tipografia aperta dalla Rabitah. Di nuovo, invece, c’è la volontà di affermare un’identità complessa, che non si limita a contemplare le foto in bianco e nero per sognare «un tempo che non tornerà», ma guarda alla sfida di costruire, in Israele e anche con gli israeliani che accettano di farlo, un’identità nuova, da cittadini di uno stato che si percepisce come democratico ma di fatto e di diritto discrimina un’ampia fetta della sua popolazione. «Il nostro lavoro è innanzi tutto con le scuole – spiega mentre conduce la delegazione tra le case di Ajami – cerchiamo di portare una pedagogia critica che provi a decostruire la narrazione dominante sul 1948 e sulla realtà odierna di Israele per rafforzare invece la narrazione araba. Riequilibrando le due narrazioni, si può iniziare a ridare fiducia e capacità ai giovani arabi che saranno il futuro di Giaffa». È un futuro ancora lontano, faticoso perfino da pensare. Ma con solide radici in una memoria che riaffiora in ogni angolo di strada come in ogni frase di Gabi Abed. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Enzo Mangini (Carta)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-2739790751952611217?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/2739790751952611217/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-memoria-di-giaffa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2739790751952611217'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2739790751952611217'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-memoria-di-giaffa.html' title='LA MEMORIA DI GIAFFA'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRsdCTvlsI/AAAAAAAAA94/JPDe471gs4g/s72-c/JAFFA.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-829027249600508698</id><published>2009-10-13T04:00:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T04:03:37.864-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='istruzione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='università'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Birzeit'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scuola'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Medio Oriente'/><title type='text'>Il diritto all’istruzione in Medio Oriente attraverso le voci degli universitari palestinesi e israeliani</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRegnL6myI/AAAAAAAAAHo/Fwhdlsaac7A/s1600-h/uni.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRegnL6myI/AAAAAAAAAHo/Fwhdlsaac7A/s320/uni.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392038568237112098" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Due tappe della Missione di pace&lt;/span&gt; in Medio Oriente hanno dato il quadro di quanto accade all’interno delle Università. Domenica 11 ottobre, un gruppo dei quattrocento italiani partecipanti al progetto Time For Resposibilities si sono diretti a Birzeit, presso il College, ed hanno ascoltato le voci degli studenti. Un edificio dalla struttura semplice, banchi scolastici, mura linde, tanti padiglioni, molte aule. Raccoglie otto Facoltà: ingegneria meccanica ed architettura, scienze, commercio, discipline umanistiche, legge che è la più recente, informatica, infermieristica. Sono attivi circa ventidue master. Attualmente è frequentata da 8.800 studenti, il 57% sono donne. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questa Università di Birzeit&lt;/span&gt; svolge un ruolo sociale, raduna infatti undici istituzioni e organizzazioni. Ad illustrarla è stato Yassi Darwish, il coordinatore della comunicazione ed ha raccontato così la sua storia: “Non voglio parlare di quanto è accaduto a causa dell’occupazione, parlerò della mia esperienza: questa Università è stata chiusa per 15 volte dai militari israeliani. La chiusura più lunga è avvenuta tra il 1988 e il 1992, anni in cui ero matricola ed ho dovuto sospendere gli studi per 4 anni. Non c’è libertà di informazione, ma soprattutto non c’è libertà di movimento. La situazione è stata grave tra il 2000 e il 2003. Ai  checkpoint gli studenti erano puniti collettivamente perché è stato considerato illegale unirsi in associazioni studentesche. L’obiettivo era fare un attacco al diritto all’istruzione. Negli anni ’80 c’erano studenti stranieri, adesso sono pochissimi. Oltre il 30% alloggia nel college perché uscendo dalla città rischia di non potervi rientrare. Per questo anno scolastico su 4000 studenti ne sono stati accettati solo 1500”. Le testimonianze dei ragazzi dell’Università hanno fatto emergere quanto sia difficile studiare e avere l’opportunità di radunarsi in associazioni studentesche perché vengono considerate azioni politiche e non sociali: “Spesso ci sono state incursioni all’interno del college da parte dei soldati israeliani, ci hanno perquisiti e “violentati” non solo a libello fisico, ma psicologico. Israele ha diritto di mandare qui i propri militari e se il documento ci viene timbrato non possiamo più muoverci. Ci dicono che si tratta di sicurezza, e quando non possono accedere all’interno dell’Università ci sparano dalla recinzione (con proiettili di metallo rivestiti di gomma) sparando gas lacrimogeni”. Dal 2004 è stato negato agli studenti di Gaza di frequentare il College di Birzeit, quelli che già erano all’Università non sono più potuti tornare nella loro terra; alcuni sono qui, altri si sono laureati, altri ancora erano stati nascosti dai cittadini di Birzeit e sono stati cercati e arrestati, poi riportati definitivamente a Gaza. Dopo l’occupazione è cambiata la condizione demografica. Gli studenti di Gerusalemme sono diminuiti. Gli studenti internazionali, così come gli insegnati sono diminuiti, non riescono ad avere il visto, vanno e vengono ogni sei mesi e spesso non tornano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Attualmente&lt;/span&gt;, racconta Anon Quzmar, ci sono 88 studenti tenuti in custodia illegalmente. 24 sono stati condannati. 8 ancora stanno scontando una pena. La sentenza che reputa illegali le associazioni studentesche è frutto di una legge coloniale inglese. A causa di essa il palestinese che ha passato più tempo in stato di arresto è un ragazzo ancora detenuto da undici anni. L’ultima moda dei soldati israeliani e quella di non restituire, dopo l’arresto, la carta d’indentità verde palestinese ed essere rilasciati a Hebron dove poi si devono attraversare troppi checkpoint, mettendo a rischio la vita dei ragazzi”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Quello che si respira&lt;/span&gt; a Birzeit, nel College, tra i giovani è una forte determinazione, voglia di non rinunciare al diritto allo studio, e speranza di rinascita: lo dimostrano i sacrifici che quotidianamente gli studenti sono disposti a fare per poter andare a frequentare le lezioni. &lt;br /&gt;Ieri lunedì 12 ottobre, una delegazione di oltre 50 persone ha potuto visitare la più grande Università di Sderot. E’ un edificio periferico, curato, all’avanguardia, con banchi ampi, sedie piegabili e comode. Con Eric Yellin, Presidente di The Other Voice, e Julia Chaitin, del Social Work Department che hanno fatto da guide è emerso quanto sia frequentato questo college. Sono nate associazioni per la pace e ci sono regole differenti rispetto agli altri luoghi di studio. Sono due le possibilità per superare gli esami finali. Julia Chaitin ha spiegato: “Da parte palestinese c’è stato un boicottaggio culturale nei confronti dei nostri piani di ricerca. Stiamo organizzando una conferenza con palestinesi e israeliani per capire come possiamo insieme creare un percorso di ricerca e studio. L’obiettivo non è solo fare ricerca, ma anche lavorare accanto a Ong e accanto alle famiglie delle vittime. Il muro è invisibile per noi israeliani, i palestinesi lo vedono e lo vivono come un limite. Gli ebrei sono stati abituati a vivere nei ghetti, dunque, percepite il muro come una forma di sicurezza può essere normale, e la sicurezza non è tanto quella fisica quanto quella psicologica. Il muro per gli ebrei israeliani è invisibile come lo sono i palestinesi; questo accade quando due popoli non si riconoscono, dunque diventano invisibili e si vedono solo gli stereotipi”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Un dato rilevante&lt;/span&gt; emerso dalle testimonianze all’interno dell’Università di Sderot è che la teoria predominante mette al centro la politica, è dappertutto, non si può scindere dal personale “Quando la gente incontra l’altra gente dovrebbe essere felice, dovrebbe andare d’accordo a pelle; ma le questioni politiche sono predominanti- ha continuato la referente del Social Work Department -. Sono comunque dell’idea che si deve parlare per fare la pace e si può realizzare solo insieme e con il dialogo”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Floriana Lenti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-829027249600508698?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/829027249600508698/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/il-diritto-allistruzione-in-medio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/829027249600508698'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/829027249600508698'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/il-diritto-allistruzione-in-medio.html' title='Il diritto all’istruzione in Medio Oriente attraverso le voci degli universitari palestinesi e israeliani'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRegnL6myI/AAAAAAAAAHo/Fwhdlsaac7A/s72-c/uni.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-6784386303412767836</id><published>2009-10-13T03:06:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T03:14:29.672-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='haifa'/><title type='text'>LA PALESE MALVAGITA'</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRS5vp1PSI/AAAAAAAAA9w/McNzsOx4LVU/s1600-h/haifa.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 314px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRS5vp1PSI/AAAAAAAAA9w/McNzsOx4LVU/s320/haifa.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392025805867269410" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Haifa - Malvagità è il sentimento che pervade di fronte alle assurde, disumane condizioni in cui sono costretti a vivere i cittadini palestinesi della Cisgiordania. Malvagità praticata da oltre 60 anni da tutti i governi che si sono susseguiti (laburisti o conservatori) alla guida dello stato di Israele. Non si tratta di un giudizio affrettato o dettato dall'emotività dopo due giorni di permanenza in questa martoriata zona del Medio Oriente, ma di una constatazione sulla base di quanto abbiamo visto e sentito non solo da parte di palestinesi ma anche di israeliani di origine ebraica che, sia pure in una condizione di infima minoranza, si battono per i diritti umani nella loro terra. &lt;br /&gt;Anna Zafran l'abbiamo incontrata nel Mossawa Center, il centro assistenziale legale del popolo palestinese qui ad Haifa. Da tanti anni, la Zafran si occupa del processo di pace che per lei ebrea è con la solidarietà il tema principale del suo impegno civile e morale. Fa parte del gruppo delle Donne in nero, e ogni venerdì mattina con una cinquantina di altre donne «con il caldo o con il freddo – ci dice Anna – ci troviamo nella piazza principale della città per testimoniare contro ogni forma di violenza e per la difesa dei diritti della minoranza araba. Ci è difficile avere prospettive, abbiamo un governo che non vuole la pace». &lt;br /&gt;Questa donna coraggiosa non ha peli sulla lingua. Ci ricorda che nel 1967, con la guerra dei Sei giorni, e dopo gli accordi di Oslo del 1993 i governi hanno sempre agito di fatto contro un reale processo di pace. Il problema Palestina è sorto nel 1948. «Tutto vero – continua Anna – la tragedia ebraica, la nostra tragedia, non poteva e non doveva essere scaricata come responsabilità sulle spalle dei Palestinesi. Loro non hanno colpe di quanto successo prima e oggi attraverso i grandi mezzi di comunicazione come la televisione si continua ogni giorno a diffondere una cultura razzista. È facile odiare» conclude Anna con un tono di voce molto forte e angosciato. Diventa fondamentale per le donne in nero e per il movimento pacifista ebraico-israeliano parlare con la gente, condannando il razzismo e svolgendo anche piccole gesti di solidarietà come quello di accompagnare tutti i martedì due bambini dalla Cisgiordania all'ospedale di Haifa. Da venti anni lavorano ad esempio ad aiutare i palestinesi a raccogliere le olive oppure a pulire la spiaggia che loro frequentano. «Tutto questo avviene mentre nello stesso tempo il nostro governo fa cose terribili, come mandare i bulldozer a spianare le case degli arabi. Persone come noi vogliono risultati concreti. La soluzione del problema non è nelle nostre mani, la storia però è speranza: dopo otto disastrosi anni di amministrazione Bush, oggi Obama ha promesso di cambiare. Non sappiamo però quanti dei suoi propositi riuscirà a realizzare poiché le relazioni Usa-Israele sono molto profonde. Per raggiungere la pace dobbiamo impegnarci tutti su due fronti: da un lato sostenere persone, associazioni, villaggi, movimenti che lottano per l'integrazione. Dall'altra fare pressioni sui governi, e  in particolare sull'Europa perché smettano di trattare Israele come un bambino viziato e lo richiamino alle sue responsabilità: il nostro non deve essere uno stato ebraico. Purtroppo la sinistra da noi è pressochè inesistente, 4 sono i parlamentari su 120». &lt;br /&gt;Dal Mossawa center ci spostiamo in municipio per incontrare due consiglieri: Edna Toledano Zaretsky, indipendente di sinistra in una lista del partito Comunista che raggruppava arabi e israeliani nonché presidente della commissione Welfare, e con Schel Galpark, architetto e consigliere per i Verdi. Haifa è la terza città di Israele, ha 260.000 abitanti ed è un ricco centro industriale oltreché il più importante porto dello Stato. «Esistono due quartieri arabi – spiega Galpark – e tentiamo una ristrutturazione e non una demolizione. La parte davanti al porto è stata evacuata con la forza nei momenti difficili della guerra con il Libano nel 1982. Oggi è totalmente abbandonata e l'assurdo è che tutto attorno si sono costruiti nuovi palazzi governativi». È infatti impressionante girare per le strade di questa zona e vedere edifici anche di grande pregio architettonico ridotti a ruderi, quasi si volesse farli assurgere a simboli della disfatta palestinese e della malvagità. &lt;br /&gt;Edna Zaretsky sottolinea il valore della lotta unitaria tra arabi ed ebrei sui temi sociali, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione sanitaria: il 10% della popolazione di Haifa è araba ma le scuole pubbliche mantengono la divisione tra arabi ed ebrei e quelle private sono particolarmente legate alle varie chiese. Il sindaco è un ex laburista passato a Kadima, il partito centrista guidato da Tzipi Livni: su 31 consiglieri, 9 sono all'opposizione, la maggioranza raggruppa vari schieramenti che vanno dal centro sino alla sinistra, fortemente minoritaria come forza politica. &lt;br /&gt;Chiudiamo la nostra visita ritornando al Mossawa center e Jafar Farah, il suo direttore, ad una nostra precisa sollecitazione circa l'insufficiente critica dei palestinesi nei confronti di quei regimi arabi che contestano l'esistenza dello stato di Israele, molto serenamente ci ha dichiarato: «I nemici del popolo palestinese nella storia sono stati tre: il protettorato britannico, il sionismo, e i paesi arabi dove ancora non esiste la democrazia». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marco Bobbio e Diego Novelli (Nuova Società)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-6784386303412767836?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/6784386303412767836/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-palese-malvagita.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6784386303412767836'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6784386303412767836'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-palese-malvagita.html' title='LA PALESE MALVAGITA&apos;'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRS5vp1PSI/AAAAAAAAA9w/McNzsOx4LVU/s72-c/haifa.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-9116727619861595407</id><published>2009-10-13T02:56:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T03:02:42.356-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='hebron'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='speranza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amal'/><title type='text'>AMAL,SPERANZA</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRQLqUiyoI/AAAAAAAAA9o/TrwI3eA7Qds/s1600-h/hebron.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 250px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRQLqUiyoI/AAAAAAAAA9o/TrwI3eA7Qds/s320/hebron.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392022815138564738" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Amal, speranza.&lt;/strong&gt; Ma è difficile declinare la speranza a Hebron, città come le altre erosa dall’incedere degli insediamenti israeliani, e violata dalla loro maniacale contiguità fin nelle sue membra più intime, il centro storico che abita uno dei suk  più antichi e fantasmagorici di tutto il Medio Oriente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Amal, speranza.&lt;/strong&gt; La città, piuttosto, vive ostaggio della follia. La follia di una frammentazione che si centellina palmo a palmo, porta a porta, al punto che lo stesso negozio all’ingresso del mercato cittadino detiene una vetrina nella zona Hebron 1 (H1), e l’altra nella zona Hebron 2 (H2). La prima sotto controllo palestinese, sotto governo israeliano la seconda. Se non fosse una perversità della storia, sembrerebbe un vezzo ludico infantile. Fai un passo, H1, fanne un altro, H2. &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;112 sono i blocchi stradali &lt;/strong&gt;dentro la città, a restringere i movimenti dei suoi 250.000 abitanti (256 le barriere stradali nella provincia, in cui vivono 700.000 persone). Reti di protezione, muri e paratie di ogni fatta. Filo spinato ad ogni angolo. Sguardi armati che sbirciano dai tetti. Due mondi a parte, che si toccano solo per farsi male. Ovunque, telecamere puntate sulla vita quotidiana della gente che da sempre vive qui, la comunità araba la cui normalità viene poco a poco scemando. Nella città vecchia, secondo un’indagine condotta dall’organizzazione israeliana  B’Tselem alla fine del 2006, 1.014 unità abitative palestinesi sono state abbandonate dai loro proprietari (il 41.9% delle abitazioni nell’area), e 1829 attività commerciali hanno chiuso i battenti. durante la seconda intifada (il 76,6%), 440 delle quali a seguito di ordini militari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E così &lt;/strong&gt;la antica Hebron, da quasi seimila anni brulicante di commerci ed attività culturali, Hebron la città santa dei patriarchi e fonte emotiva e spirituale del culto musulmano ed ebraico, è andata assumendo i connotati surreali della città fantasma. Un deserto urbanistico presidiato con possenza di tecnologia sotto gli occhi, fieri e rassegnati ad un tempo, dei suoi cittadini legittimi. I vecchi palestinesi che bevono indifferenti il tè fra le mercanzie, accogliendoci con sorrisi complici mentre attraversiamo i vicoli. I giovani come Abit Sider, che resiste con la famiglia nella sua casa abbarbicata a pochi metri dalle abitazioni dei coloni, e per questo subisce vessazioni senza esclusione di colpi. Ci mostra una cicatrice da proiettile sul petto. Il figlioletto di tre anni ha anche lui il suo trofeo di guerra, lo struscio di una pietra a pochi centimetri dall’occhio destro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tutto è cominciato &lt;/strong&gt;nel 1968, quando 400 ebrei – molti dei quali avevano fatto la guerra in Vietnam – approdarono ad Hebron dalla comunità ebraica di Brooklin. Veterani, ricollocati dalla loro società di riferimento, cui nel tempo si sono aggiunti piccoli nuclei di ebrei russi. Integralisti incapaci di concepire gli arabi se non come usurpatori di una terra anticamente promessa. Gli arabi hanno altri 22 stati nei quali andare, dunque rendere la loro vita impossibile assume l’ossessiva rilevanza di una missione divina. Lo fanno tutti i giorni, attaccando i pedoni e riversando sui vicoli del mercato pietre e spazzatura, bottiglie di urina e persino – come ci racconta Khaled Oseily, sindaco di Hebron – sostanze chimiche che irritano la pelle. Un traboccare tale di schifezze che l’amministrazione della città ha dovuto provvedere con l’installazione di reti metalliche dalle fitte maglie sospese sopra le teste della gente, un raccapricciante velo sopra la storia di queste vie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le poche centinaia&lt;/strong&gt; di coloni dentro la città vecchia sono protetti da migliaia di giovani soldati di leva che mantengono una rigida politica di separazione. La militarizzazione della città, in barba agli accordi di Oslo, è andata intensificandosi a partire dal 1994, quando un colono ebreo americano, Baruch Goldstein, fece irruzione all’interno della moschea di Abramo uccidendo 29 palestinesi in preghiera. Da allora l’accesso alla moschea è a discrezione dei soldati israeliani, che fanno il bello ed il cattivo tempo: il luogo sacro come un fortino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Amal, speranza.&lt;/strong&gt; Accanto al sacrario di Isacco, un giovane padre intrattiene discretamente la più piccola delle tre figlie, la moglie accanto a lui assorta in preghiera. Finalmente una dirompente scheggia di vita normale ritagliata all’impotenza della geopolitica, in questa scena che restituisce senso alla spiritualità del luogo, ed alla voglia di pace dei palestinesi. La vita normale è una frontiera della pace, a Hebron. Ed è anche la priorità che il sindaco, uomo d’affari prestato alla politica, si è dato per l’amministrazione della città. Strutture ricreative, centri sportivi e culturali per i giovani, perché possano vivere come i loro coetanei nei paesi liberi, in collegamento con il mondo tramite internet e facebook. I giovani rappresentano le future leadership del popolo palestinese, la speranza su cui poggiare i presupposti del cambiamento dopo 42 anni di occupazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Amal, speranza.&lt;/strong&gt; Le ragazze escono dalla scuola araba a piccoli gruppi, ammiccanti, con il capo coperto. Ridono, le lezioni finite per oggi. Dai loro zaini di adolescenti penzolano ciondoli e portachiavi, gli stessi dello zaino di mia figlia. &lt;br /&gt;La terra desolata dei coloni ebrei, e la violenza del loro fanatismo, non ha ancora spento del tutto la voglia di futuro dei palestinesi. Ma le parole non servono più. Occorre una nuova strategia della politica. Occorrono soprattutto fatti. Una nuova, concreta, coerenza. Prima che si spenga del tutto la speranza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicoletta Dentico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-9116727619861595407?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/9116727619861595407/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/amalsperanza.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/9116727619861595407'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/9116727619861595407'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/amalsperanza.html' title='AMAL,SPERANZA'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StRQLqUiyoI/AAAAAAAAA9o/TrwI3eA7Qds/s72-c/hebron.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-3247828874252881725</id><published>2009-10-13T02:22:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T02:30:12.226-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='West Bank'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='muro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='solco'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Peace Now'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Ben Gurion'/><title type='text'>Per avere uno sguardo limpido</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRIhzj2iZI/AAAAAAAAAHg/YXJ0yJfmiQk/s1600-h/palestina-218.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRIhzj2iZI/AAAAAAAAAHg/YXJ0yJfmiQk/s320/palestina-218.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392014399482792338" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Gruppo 6&lt;/span&gt;: visita alla parte "West Bank" di Gerusalemme, di Bnei Adam, Halamish, Ni'in e di Modi'in Illit, insediamenti Israeliani. Nel pullman insieme a Tonio Dell'Oglio di Libera, Michele Curto, infatigabile ed entusiasta  responsabile del nostro gruppo, e Noa, rappresentante appassionata di Peace Now.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Per avere uno sguardo limpido&lt;/span&gt; e capire le ragioni israeliane, ritorno al sogno di Ben Gurion, all'utopia  sionista che non era, come ci racconta Avraham Burg nel suo libro "Sconfiggere Hitler" una semplice iniziativa di salvataggio del popolo ebraico minacciato dai suoi persecutori, bensì piuttosto come la sfida per costruire un paese e una società più giusti, fondati sull'amore del prossimo. In altre parole, un paese e una società dove fosse bandito tutto ciò che ci è stato inflitto in quanto minoranza perseguitata. Oggi, questa grande istanza umanitarista non ha più ascolto in Israele: i conflitti sociali e territoriali hanno assestato un duro colpo ai valori e lasciare tramontare l'orizzonte del pensiero e delle aspirazioni nazionali".&lt;br /&gt;Leggo queste parole ad alta voce ai miei compagni di viaggio e cerco di ricordarmele quando ci fermiamo davanti ai cancelli degli insediamenti, quando vediamo i poliziotti israeliani accostarsi con la  range al nostro pullmann, avvicinarsi dapprima in allerta e poi solo  incuriositi a noi, lasciarsi avvicinare da alcuni dei nostri che sono lì, sinceramente, per ascoltare le loro ragioni e, infine,  rispondere  alle domande di chi cerca di capire il perché di tante armi, di tanta violenza, di una difesa durissima dei loro territori troppo spesso occupati con veri atti di soppruso. Loro  invocano le ragioni della sicurezza, evocano le loro paure, e le loro buone ragioni per essere lì, nella terra dei padri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;E così si fa  pesante&lt;/span&gt;, si trasforma in incubo il muro  di cemento che ci accompagna lungo il cammino, il muro invalcabile, difeso con i fucili dagli Israeliani, pronti a colpire  con pallottole di gas  i pacifisti palestinesi  di Ni'in, decisi ,come le madri di Plaza de Mayo, a riunirsi ogni venerdì davanti  al muro che ha diviso le loro casa dalle loro terre, per prolamare in silenzio le loro ragioni. Ci accostiamo tra i fantasmi di morti evocati da Hassan Mousa, professore di Inglese della scuola del villaggio, al muro reale, insanguinato dai molti morti che hanno cercato di attraversarlo, hanno cercato di abbatterlo, il muro che divide spesso in due parti i villaggio palestinesi, il muro nato per proteggere gli israeliani, sta diventando il monumento che urla muto in faccia al mondo la loro crudeltà.&lt;br /&gt;Filo spinato e mura che abbiamo visto nella foto dei campi di concentramento che rinasce qui, costruito proprio dalle vittime della Shoah.&lt;br /&gt;Alla fine della nostra giornata da "incubo" in cui abbiamo visto crescere i muri dei palazzoni  degli insediamenti abusivi israeliani,  mi ritornano in mente le parole di Burg ascoltato a Mantova: " Noi Israeliani siamo diventati come Hitler voleva. Questa è la sua vittoria postuma e il nostro obiettivo oggi più che mai è di "sconfiggerlo" cambiando radicalmente strada. &lt;br /&gt;So che altri gruppi hanno incontrato pacifisti israeliani, commossi dai tentativi, come lo siamo stati noi, di non lasciare che la violenza vinca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Alla fine della giornata&lt;/span&gt; mi viene in mente il paradosso di Swift: "Le utopie di chi ha voluto costruire il paradiso in terra si sono sempre trasformate in autentiche macchine infernali". Ecco il male sta proprio lì: nel tracciare la prima linea per dividere, il solco,  ha la valenza di un gesto sacro che ha sempre il dupplice aspetto di apparizione benefica e spaventosa. Forse i fratelli Abele e Caino, Romolo e Remo sono una sola persona: uno l'ombra dell'altro e oggi potremmo pensare che i Palestinesi sono l'ombra degli Israeliani, gli immigrati sono l'ombra dei popoli autoctoni, i migranti degli stanziali. Non è facile riconoscerci nella nostra ombra, il primo moto e quello della repulsione, della fuga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Eppure l'ombra ritorna&lt;/span&gt;, noi non possiamo liberarcene, tanto vale allora, come direbbero  gli psicanalisti, integrarla in noi, e noi che siamo qui, in questa missione di pace,  dobbiamo almeno essere consapevoli che Palestinesi e Ebrei sono parte di noi stessi. Il nostro primo passo è di conoscerli, di abbattere i nostri muri cresciuti sui pregiudizi, sempre in agguato, e pronti a crescere e a moltiplicarsi, insediamenti abusivi della nostra anima. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mimma Forlani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Foto di Laura Troja&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-3247828874252881725?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/3247828874252881725/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/per-avere-uno-sguardo-limpido.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3247828874252881725'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/3247828874252881725'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/per-avere-uno-sguardo-limpido.html' title='Per avere uno sguardo limpido'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StRIhzj2iZI/AAAAAAAAAHg/YXJ0yJfmiQk/s72-c/palestina-218.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-708167821158979767</id><published>2009-10-13T02:16:00.000-07:00</published><updated>2009-10-13T04:04:33.032-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vita'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pace'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='donne'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Swahreh'/><title type='text'>Le donne. Forza di vita</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StReu7uecDI/AAAAAAAAAHw/dc87cYyMQmY/s1600-h/Birzeit_citta2.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StReu7uecDI/AAAAAAAAAHw/dc87cYyMQmY/s320/Birzeit_citta2.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392038814268944434" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Si fanno sangue e carne&lt;/span&gt; le parole povertà, semplicità, espulsione, confisca della terra, armi, odio, violenza che risuonano nei saluti di benvenuto delle autorità che  accolgono noi pellegrini della pace, sabato sera nel comune di Bethlehem, paese del pane.Nella sala gremita il cuore s'aggrappa alla speranza mentre le cifre diventano paesaggi desolati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Parole mute&lt;/span&gt; pulsano sul volto incorniciato dal foulard nocciola di Khadva, "green" palestinese dal volto e dagli occhi severi  che hanno attraversato la vita di filo spinato - la nostra guida di domenica nei villaggi palestinesi.&lt;br /&gt;Un volto impastato di sale, morto alla gioia negli occhi pieni di lacrime della mamma di Hamas, morto misteriosamente a Bonn.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sentieri di sabbia&lt;/span&gt; e di sassi si fanno irti di interrogativi nel villaggio palestinese di Swahreh dove ci accolgono in cucina le donne che hanno impastato focaccine di sale, miele e timo, hanno spremuto limoni e tagliuzzato la menta dentro il bicchiere della bevanda benefica per noi ospiti e per i loro bambini che imparano nelle aule di una scuola primaria e materna.&lt;br /&gt;La vita continua negli sguardi dei bambini che ci accolgono timorosi e vitali in gesti e voci dell'infanzia di sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sotto un pino&lt;/span&gt; marittimo, appoggiati sulle pietre, ascoltiamo le parole di pace di Hafez, picchiato e imprigionato dai coloni nazionalisti e ortodossi, insediati sulla terra dei padri, fattasi improvvisamente verde e fertile.&lt;br /&gt;I bambini ritornano dalla scuola ma non possono raggiungere le loro case se non accompagnati dai militari israeliani.&lt;br /&gt;Oltre un'ora dovranno aspettare il loro arrivo sotto il sole a picco, con le loro pance vuote, i vestiti che poco riparano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Eppure i loro volti&lt;/span&gt; sono cosi' attaccati alla vita, i loro gesti trattenuti sul filo dell'odio dallo sguardo del padre che leva dalle loro mani le pietre già infilate nella fionde e le cesoie pronte a tagliare il filo spinato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;In questo giorno&lt;/span&gt; di vento e di sole, noi stranieri, in questa terra martoriata, stiamo accanto a Hafez, ai suoi numerosi figli, alla vecchia madre nel gesto simbolico di piantare alcune agavi vicino al filo spinato affinché i territori usurpati da un popolo dimentico della Shoah non si allarghino troppo.&lt;br /&gt;Sì c'è speranza negli occhi di tutti noi, e la vita si fa largo mentre ascoltiamo i colpi ritmici dei piedi dei giovani palestinesi di Artas che picchiano e danzano su pavimento di una stanza in cui ci accolgono al suono della musica tra fazzoletti, borse e foulards ricamati dalle donne.&lt;br /&gt;Le donne. Forza di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mimma Forlani&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-708167821158979767?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/708167821158979767/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/le-donne-forza-di-vita.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/708167821158979767'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/708167821158979767'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/le-donne-forza-di-vita.html' title='Le donne. Forza di vita'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StReu7uecDI/AAAAAAAAAHw/dc87cYyMQmY/s72-c/Birzeit_citta2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-7374602395374689420</id><published>2009-10-12T16:59:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T17:02:14.403-07:00</updated><title type='text'>lunedì 12 ottobre 2009: ascolto e dialogo in Israele</title><content type='html'>In mattinata abbiamo raggiunto Sderot città israeliana confinante con Gaza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad accoglierci &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Eric Yellin&lt;/span&gt; presidente dell’associazione israeliana pacifista &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;The Other Voice&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sderot è nata negli anni 50 da immigrati ebrei provenienti dal nord Africa. Nell’ultimo decennio si sono uniti immigrati provenienti dalla Russia, in particolare dal Caucaso, e dall’Etiopia.&lt;br /&gt;Sderot viene descritta come una città traumatizzata.  Dall’allarme aereo passano 15/20 secondi prima dell’arrivo di un missile Kassam.&lt;br /&gt;La maggior parte della case hanno una camera blindata. Le fermate del bus sono blindate. Nei cortili degli asili vi sono giocattoli a forma di enormi bruchi dove i bimbi possono rifugiarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Kassam vengono fabbricati quasi tutti a Gaza. Sono costruiti "artigianalmente" da "operai" che hanno di solito imparato attraverso addestramenti in paesi come Giordania, Siria e, sembra, Iran. Ad oggi la portata è arrivata a 40/50 Km. Fanno danni alle cose per un raggio massimo di 50 m.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli anni ne sono arrivati su Sderot 4/ 5000. Per fortuna sono artigianali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci è stata mostrata la collina dalla quale si vede sia Sderot che Gaza. Durante la guerra erano accampati i giornalisti per mostrare lo spettacolo d’artificio per soddisfare la morbosità dei telespettatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’università abbiamo incontrato &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Julia Chaitin&lt;/span&gt;, psicologa, docente di scienze sociali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha descritto i 2 popoli come guerra dipendenti, assuefatti come dal fumo delle sigarette. Da decenni conoscono solo la guerra. “Va bene la pace ma non deve cambiare nulla!”. C’è una paura inconscia al cambiamento. Questa paura va affrontata. Sofferenza produce sofferenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da ebrea ci ha descritto come il suo popolo, abituato ai ghetti, con il muro si senta più sicuro fisicamente e psicologicamente. Il muro per l’israeliano è invisibile come sono invisibili i palestinesi. Se non vedi un popolo vedi solo gli stereotipi. Naturalmente questo non vale per i palestinesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Eric Yellin&lt;/span&gt; la sua associazione cerca di vedere l’esperienza con gli occhi dell’altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non siamo solo noi a soffrire, dobbiamo trovare la forza per connetterci con l’altra parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dobbiamo trovare l’alternativa alle armi che hanno dimostrato di non funzionare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non serve capire chi soffre di più: &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;BISOGNA CONDIVIDERE LE SPERANZE&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ex soldato palestinese, incontrato nel pomeriggio, ha abbandonato le armi per militare nell’associazione israelo-palestinese Combattenti per la Pace: “&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dobbiamo usare la forza dell’umanità per combattere le brutalità!&lt;/span&gt;”. L’anno scorso un poliziotto israeliano gli ha ammazzato il figlio di 2 anni, fuori dall’asilo, con un proiettile di gomma. Ha proseguito: “&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Dobbiamo essere il cambiamento&lt;/span&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-7374602395374689420?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/7374602395374689420/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lunedi-12-ottobre-2009-ascolto-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7374602395374689420'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7374602395374689420'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lunedi-12-ottobre-2009-ascolto-e.html' title='lunedì 12 ottobre 2009: ascolto e dialogo in Israele'/><author><name>Mario Galasso</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08772490471811025160</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-4695046055740590259</id><published>2009-10-12T16:48:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T16:49:34.424-07:00</updated><title type='text'>Il muro, i muri</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Il muro, i muri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La Palestina come il Saharawi: 2 popoli in cerca della propria indipendenza, 2 muri a minacciarne la speranza e la dignità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Muri della vergogna, dell’indifferenza, dell’egoismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I muri delle nostre città, i nostri muri culturali, le nostre barriere quotidiane nelle relazioni, nel lavoro, a casa, …&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Utilizziamo l’ONU ipocritamente quando ci serve, non ci indigniamo, non ne rivendichiamo il ruolo quando viene usurpato come per i Palestinesi o il popolo Saharawi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo schiavi di stereotipi, di posizioni ideologiche o pretestuose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una cataratta è calata sui nostri occhi prigionieri di una comunicazione rassicurante e presuntuosa. Giusto è l’apparire non l’essere. Giuste le barriere che ci proteggono, le telecamere che ci registrano, le impronte che registriamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non possiamo abdicare, non possiamo rinunciare al nostro ruolo di testimonianza, di educazione, di sensibilizzazione, di lotta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Palestinesi ed Israeliani, Saharawi e Marocchini, detenuti e carcerieri, prigionieri dello stesso sistema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una volta visto, toccato con mano, nulla è più come prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo il dovere di unirci, di comunicare, di manifestare per pretendere la dignità di ogni popolo ad avere la propria terra, il proprio governo, la propria identità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-4695046055740590259?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/4695046055740590259/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/il-muro-i-muri.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4695046055740590259'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4695046055740590259'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/il-muro-i-muri.html' title='Il muro, i muri'/><author><name>Mario Galasso</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08772490471811025160</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-5547374769614566446</id><published>2009-10-12T13:15:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T13:17:39.418-07:00</updated><title type='text'>Lunedì. Giornata dedicata all'incontro con gli Israeliani.</title><content type='html'>Lunedì 12  Ottobre 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata dell’incontro con gli israeliani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E già, l’incontro, il dialogo, la relazione con gli altri!!&lt;br /&gt;Se il buon giorno si vede dal mattino, cominciamo male!&lt;br /&gt;Se il buon dialogo si vede dall’accoglienza, cominciamo veramente male.&lt;br /&gt;Usciamo da Betlemme, dove abbiamo l’albergo, e ci dirigiamo prima verso Gerusalemme e poi verso Newe Shalom, nostra destinazione finale per la mattinata.&lt;br /&gt;Al primo check point, per entrare in Israele, restiamo fermi 30 minuti. Poi decidono di farci scendere e passare il check point a piedi. Tutti giù dal pullman . Ci fanno passare per una sorta di percorso obbligato delimitato da barriere di ferro. Se non fosse che siamo in Palestina potremmo pensare diessere in fila alla seggiovia in una giornata di “pienone”. Invece no! Nella seggiovia non ci sono tornelli, non ci sono metal detector, qui si!&lt;br /&gt;Sembriamo polli in batteria.  Noi turisti ce la “caviamo” solo esibendo il passaporto ad un tizio dietro al vetro blindato. I palestinesi invece seguono un percorso diverso del quale perdiamo traccia. L’unica cosa che riusciamo a vedere e che prima di sparire  gli prendono le impronte digitali.&lt;br /&gt;Ma non disperiamo, in fondo, ci dicono, qui è sempre cosi.&lt;br /&gt;Arriviamo a Newe Shalom. Siamo ospiti di un “villaggio di pace” in cui si cerca di far convivere l’esperienza palestinese con quella israeliano.  Un bel villaggio, tutto pulito, una bella sala conferenze, fiori nel giardino e buganville in fiore. Insomma niente di paragonabile alla matasse di filo spinato o alla cartucce di lacrimogeni esplosi che abbiamo incontrato ieri.&lt;br /&gt;Abbiamo l’incontro con 5 associazioni diverse, tutte impegnate nel dialogo tra palestinesi ed israeliani. All for peace radio, Wahat al salam village, The perse Center for peace……&lt;br /&gt;Tutte ONG dai nomi altosonanti. Ognuno ci presenta il proprio lavoro, le proprie attività, le proprie esperienze.&lt;br /&gt;L’idea che ci facciamo, però, è di un qualcosa completamente staccato dalla realtà di ieri. Qualcuno ci prova…scusate mail muro?….. la green line?....gli insediamenti?&lt;br /&gt;Non c’è spazio per la domande, dobbiamo andare avanti con il programma. Una ad una ci “sorbiamo” tutte e cinque le spiegazioni quasi impotenti di reagire. Ci raccontano del ruolo fondamentale dei media, delle tante integrazioni tra palestinesi ed israeliani, del villaggio della pace dove vivono insieme e dove insegnano ai bambini la convivenza culturale.&lt;br /&gt;Ma qualcosa non ci convince. E’ tutto troppo asettico! E’ tutto troppo belo per essere vero!&lt;br /&gt;Finalmente le domande…Scusate ma il muro?…. La green line?…gli insediamenti?&lt;br /&gt;Risposta perentoria: siamo delle ONG, non siamo schierati politicamente, non possiamo rispondere!&lt;br /&gt;Peccato! Avevamo bisogno di capire, e per capire abbiamo bisogno di risposte. Certe!&lt;br /&gt;Ma noi non demordiamo, andiamo avanti, qualcuno prima o poi dovrà pure risponderci!&lt;br /&gt;Il pomeriggio ci spostiamo a Jaffa. Dobbiamo incontrare L’associazione dei Medici per i diritti umani.&lt;br /&gt;Qui si cambia musica. Qui si ricomincia a parlare occupazione, di territori occupati, di Gaza, di coloni.&lt;br /&gt;Qui c’è qualcuno che conferma che il problema esiste!&lt;br /&gt;Bella esperienza. La persona che ci parla, israeliana, sa il fatto suo. Si assume le sue responsabilità. Ci racconta le sofferenze dei palestinesi di Gaza, ci racconta le difficoltà che come associazione hanno nell’assistenza sanitaria, i pochi mezzi che hanno a disposizione ma la volontà assoluta di lavorare insieme palestinesi ed israeliani. Alla richiesta di un suo “giudizio” sulla questione di Gaza risponde con estrema fermezza: al  centro di tutto ci sono la giustizia e i rispetto dei diritti umani. Senza di questo ogni altro intervento sarebbe inutile.&lt;br /&gt;Torniamo in albergo stanchi, forse un po’ delusi dalla giornata ma sempre consapevoli che stiamo facendo la cosa giusta: la ricerca della verità.&lt;br /&gt; Sandro&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-5547374769614566446?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/5547374769614566446/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lunedi-giornata-dedicata-allincontro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5547374769614566446'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/5547374769614566446'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/lunedi-giornata-dedicata-allincontro.html' title='Lunedì. Giornata dedicata all&apos;incontro con gli Israeliani.'/><author><name>Sandro Valentini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201777911140463620</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-7996399722425089986</id><published>2009-10-12T13:13:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T13:15:23.321-07:00</updated><title type='text'>Domenica. Giornata dedicata all'incontro con i palestinesi</title><content type='html'>Domenica 11 Ottobre 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata dell’incontro con i palestinesi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono cose che se “non vedi non credi”, ci sono voci che se non senti non capisci, ci sono sensazioni che se non provi non hai il senso della realtà!&lt;br /&gt;Questo è lo spirito del nostro viaggio, del nostro partire per la Palestina, del nostro partire per Israele.&lt;br /&gt;Giornata intensa quella di oggi, dedicata all’incontro con i palestinesi.&lt;br /&gt;Comincia presto, alle 7 della mattina ed è tutto un susseguirsi di spostamenti ed incontri.&lt;br /&gt;Incontro con le persone, con le associazioni, con i movimenti, per finire, alle 18 con l’incontro con il primo ministro Palestinese Salam Fayyad .&lt;br /&gt;Giornata difficile non dal punto di vista fisico, ma emotivo. Ci siamo calati nella cruda realtà palestinese fatta di sofferenza, oppressione, lotta, ribellione e speranza.&lt;br /&gt;Abbiamo visto il muro che gli israeliani stanno costruendo o che hanno già costruito. Abbiamo visto le recinzioni che delimitano gli insediamenti israeliani e che presto diventeranno anch’essi muro!&lt;br /&gt;Abbiamo visto la disperazione dei palestinesi che si vedono sottrarre la terra da sotto i piedi.&lt;br /&gt;Abbiamo visto la sofferenza delle famiglie “confinate” a cui è stata tolta la terra da coltivare.&lt;br /&gt;Abbiamo visto la disperazione  della gente palestinese costretta all’umiliazione di infiniti check point senza la certezza di passarli.&lt;br /&gt;Ma è proprio la speranza l’unica fonte di vita che li fa andare avanti.&lt;br /&gt;L’incontro con il primo ministro palestinese ci ha richiamato alla nostra responsabilità! Ha richiamato l’Italia e l’Europa a lottare per il rispetto  del diritto internazionale ed ha suscitato in tutti noi un senso di grande rispetto per il popolo Palestinese.&lt;br /&gt;Oggi le voci dei palestinesi.&lt;br /&gt;Domani incontreremo gli israeliani.&lt;br /&gt;Dobbiamo continuare a capire, a vedere, ad ascoltare.&lt;br /&gt;Non possiamo giudicare senza aver ascoltato tutti.&lt;br /&gt;Non possiamo giudicare senza aver visti con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie.&lt;br /&gt;E noi vogliamo vedere, sentire e capire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sandro&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-7996399722425089986?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/7996399722425089986/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/domenica-giornata-dedicata-allincontro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7996399722425089986'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/7996399722425089986'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/domenica-giornata-dedicata-allincontro.html' title='Domenica. Giornata dedicata all&apos;incontro con i palestinesi'/><author><name>Sandro Valentini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/05201777911140463620</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-2822708934723681556</id><published>2009-10-12T10:36:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T10:50:45.778-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diplomazia dal basso'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='israelo-palestinese'/><title type='text'>LA MARCIA DELLA PACE E LA  DIPLOMAZIA DEL POPOLO</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StNqacW7vVI/AAAAAAAAA9Y/ULWezU5HzYM/s1600-h/racano.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StNqacW7vVI/AAAAAAAAA9Y/ULWezU5HzYM/s320/racano.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391770181414141266" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;strong&gt;Dopo i primi due giorni &lt;/strong&gt;di viaggio nei territori palestinesi e in Israele, la marcia della pace, cui hanno dato vita oltre 400 italiani  a sostegno della ripresa del dialogo israelo-palestinese, sta assumendo una connotazione per certi aspetti sorprendente: negli incontri che la missione di ammistratori locali, sindacalisti, esponenti di associazioni, studenti e semplici cittadini, mobilitatisi sotto l`”egida” (e` proprio il caso di dire) del Coordinamento nazionale degli Enti locali per la Pace e i Diritti umani, la Tavola della Pace e la Piattaforma delle ong italiane per il Medio Oriente, sta emergendo una sorta di diplomazia del popolo in grado di esprimersi e di interloquire anche al piu` alto livello. Ci sono molti modi per raccontare un conflitto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quello israelo-palestinese&lt;/strong&gt; in sessant`anni ha visto un numero impressionante di iniziative, anzi, di offensive diplomatiche, di conferenze internazionali di pace che hanno tentato -soprattutto con la fine della `Guerra Fredda``- di definire nuovi equilibri sullo scacchiere mediorientale, di risoluzioni delle Nazioni Unite inascoltate, decine di impegni sottoscritti e in gran parte inevasi. Si possono raccontare le morti dell`occupazione, le sofferenze del corpo e dell`anima di due popoli e dei loro figli che non hanno mai conosciuto la pace. Si puo` raccontare la lotta del popolo palestinese per il diritto a uno Stato; cosi` come il diritto alla sicurezza di Israele minacciata dai regimi integralisti della regione e che a difesa dagli attacchi dei militanti palestinesi si costruisce un muro alto otto metri, come l`ha conosciuto l`Europa dei blocchi contrapposti, che in Cisgiordania ha tagliato villaggi, giardini, separato famiglie, messo in ginocchio l`economia locale. Fino a raccontare della strategia del `tempo rubato` ogni giorno a quanti -bambini che vanno  a scuola o adulti che vanno al lavoro- devono sottoporsi a lunghi e avvilenti controlli ai cosiddetti `check point` israeliani. Ma ora e` arrivato il `Tempo delle Responsabilita`. E per tutti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lo ha detto&lt;/strong&gt; il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e questa esortazione e` stata fatta propria da un visionario e instancabile personaggio, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della `Tavola della Pace`, che ha dato questo nome (Time for Responsabilities) alla Perugia-Assisi, la storica marcia della pace, e l`ha trasferita a Gerusalemme, la citta` piu` contesa del mondo. Ha gia` portato la missione dei `Quattrocento` nei campi profughi palestinesi, negli insediamenti israeliani, a Betlemme, Bielin, Birseit, Swahreh, Al Twani, Artas, Jenin, Nablus, Gerusalemme, Nazareth, Haifa, Neve Shalom, Jaffa, Sderot, Tel Aviv, Misgav, Sachnin, nell`Alta Galilea. Ha fatto incontrare i `Quattrocento` -guai a chiamarli pacifisti- con israeliani e palestinesi di organizzazioni non governative locali, con associazioni informali di volontariato, con religiosi che si occupano di lenire le sofferenze soprattutto di bambini.Durante una visita a Sderot, la cittadina israeliana al confine con la Striscia di Gaza sotto tiro dei razzi `qassam` palestinesi, si resta esterrefatti nell`ascoltare l`Altra Voce, un`associazione israeliana che non vuole il `muro`, ma il dialogo con i palestinesi. E come loro tanti altri: `Breaking the Silence`, `Combat for peace`, `Matson` Watch`, `Bat Shalon`, `Refusnik`, `Peace Now`.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I `Quattrocento ` italiani &lt;/strong&gt;hanno parlato con associasione di donne palestinesi e israeliane e hanno scoperto che si incontrano quasi in segreto per conoscersi,  capire che cosa, loro che condividono le stesse paure per il futuro dei loro figli, possono fare per smuovere la politica. La delegazione e` stata ricevuta a Ramallah dal primo ministro palestinese, Salam Fayyad, che in un lungo intervento ha invocato per l`ennesima volta un ruolo piu` incisivo dell`Unione europea, esortandola a interrogarsi su che cosa non ha funzionato in questi sedici anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo sull`autonomia ai palestinesi,  Una domanda che domani sara` rilanciata  in una conferenza a Gerusalemme sulla ‘responsabilita’’ dell’Europa nei confronti del processo di pace. Vi partecipano I rappresentanti dei 400 ma anche protagonsiti palestinesi, israeliani ed europei. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lucio Racano (Agenzia Italia)&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Accanto allo xilofono gigante che campeggia sulla collina di Sderot prospiciente Gaza in ricordo di alcuni caduti israeliani (foto di Floriana Lenti)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo articolo è stato pubblicato anche su www.agi.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-2822708934723681556?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/2822708934723681556/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-marcia-dei-400-riflessioni-sulla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2822708934723681556'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/2822708934723681556'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-marcia-dei-400-riflessioni-sulla.html' title='LA MARCIA DELLA PACE E LA  DIPLOMAZIA DEL POPOLO'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StNqacW7vVI/AAAAAAAAA9Y/ULWezU5HzYM/s72-c/racano.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-4221814204166822661</id><published>2009-10-12T03:50:00.000-07:00</published><updated>2009-10-12T09:01:01.055-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='istruzione'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='muro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Jenin'/><title type='text'>Storie di terre rubate al futuro – Jenin – 1° giorno</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StNMpMtm7tI/AAAAAAAAAHQ/RwuCKIQjMts/s1600-h/Istruzione_Jenin.JPG"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StNMpMtm7tI/AAAAAAAAAHQ/RwuCKIQjMts/s200/Istruzione_Jenin.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391737449563483858" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Nel programma&lt;/span&gt; è stato chiamato il giorno dell’ascolto dei palestinesi. E così mi sono messa all’ascolto. “Da qui non andremo via. Anche se dovessimo mangiare foglie d’albero. Non sappiamo dove andare, questa è casa nostra” Mahamed è il coordinatore delle scuole del distretto di Jenin. Il villaggio dove lo abbiamo incontrato è At Tayba, o Teiyiba, uno dei tanti che da 3 anni si trova a ridosso del muro e che dal muro è stato diviso. “Avevamo appena ultimato il campo di calcio, unico spazio per i ragazzi di qui. E poi il muro se l’è portato via, lasciandolo dall’altra parte” dice uno dei maestri che il muro lo guarda dalle aule. Hanno dovuto costruire un muro anche loro, intorno alla scuola, per evitare che i soldati israeliani continuassero a consumare la loro prepotenza gratuita sui ragazzi. Entravano senza chiedere permesso per bere e molestavano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;È un muro grezzo&lt;/span&gt;, grigio, non alto quanto quello israeliano che qui ha le sembianze del filo spinato. Già perché il muro può essere di cemento o di filo spinato con telecamere. In entrambi i casi invalicabile. Più su, in cima alla collina di fronte a quella della scuola, spiccano le case bianche dai tetti rossi dei coloni, i settlements. E di fianco, sulla stessa collina un altro pezzo del villaggio di At Tayba che il muro ha messo di là. Il muro è in basso. Costeggiato da una strada ad uso esclusivamente militare. Il campo di calcio è laggiù: si riconoscono solo le due porte bianche che svettano tra le erbacce che lo hanno invaso. I bambini saltano, giocano e ci guardano curiosi, Qualcuno piange. I ragazzi invece ci approcciano con qualche parola in inglese. Uno mi dice “my country is beautiful”. Gli dico che lo penso anch’io, ma quello che non gli dico è che vorrei abbracciarlo perché bello è lui con l’amore per il suo paese così disperato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ad Abla&lt;/span&gt;, la responsabile di ECRC, una ong palestinese che si occupa da più di 20 anni di infanzia, chiediamo come vivono i bambini questa situazione. Abla ha un bel sorriso, ma quando si parla di “politica” negli occhi le lampeggia un’espressione mista che sembra dire: “come faccio a spiegartelo” ma anche: “non l’hai capito ancora?” E invece lo spiega molto bene e con poche parole. “Sono cresciuta con il mio paese occupato. I miei figli stanno crescendo sotto l’occupazione. A loro che mi chiedono com’è il mare io provo a spiegare l’immensità della distesa d’acqua cosicché quando, dopo intense piogge, si forma un lago vicino casa mi chiedono se quello è il mare. Poi mi chiedono anche perché non ci andiamo a vederlo, il mare e io rispondo che è proibito. E quando mi chiedono perché non vediamo mai la mia famiglia che vive a Nazareth io devo di nuovo rispondere che è proibito”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il muro ha diviso &lt;/span&gt;le terre senza rispettare proprietà o servitù di passaggio ma ha anche diviso famiglie. Ci raccontano che durante le loro festività i palestinesi raramente posso ricongiungersi con i familiari: servono permessi difficili da ottenere, soggetti come sono a imprevedibili e lunghi criteri di emissione. E’ una guerra di nervi vista da questo punto di vista, ma i nervi più logori sembrano quelli dei ragazzi ai checkpoint, costretti a vestirsi da cattivi a 18 anni con mitra in spalla e giubbotto antiproiettile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il governatore di Jenin&lt;/span&gt;, Kaddoura Moussa, è un uomo alto e robusto. Entra nella sala già gremita di italiani e si fa silenzio. Ci da il benvenuto, comincia a parlare, il traduttore va per approssimazione, si capisce dall’italiano stentato che usa, sicuramente non riesce a trasmetterci le sfumature del discorso. Dice cose interessanti ma con freddezza, come chi è abituato a fare comizi. Poi, rispondendo a una domanda si lascia scappare che è lui stesso un profugo, è nato a Haifa, è stato per 12 anni nelle prigioni israeliane. Si rilassa, gli occhi si addolciscono, non sembra più così robusto. Qualcuno gli chiede del muro tedesco, caduto 20 anni fa, che sembra anacronistico che se ne costruisca un altro. “Sono due muri molto diversi. Ma quel muro è stato tirato giù da anni di cultura di pace, di costruzione di scuole, di iniziative e progetti innovativi. Anche qui dobbiamo costruire una cultura di pace per tirarlo giù, non lo farà la politica”. Sono parole alle quali è bello credere. E’ il motivo per cui siamo qui. Per costruire senza dimenticare. Per prendersi la responsabilità di esserci e di contare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paola Ferrara&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-4221814204166822661?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/4221814204166822661/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/storie-di-terre-rubate-al-futuro-jenin.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4221814204166822661'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4221814204166822661'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/storie-di-terre-rubate-al-futuro-jenin.html' title='Storie di terre rubate al futuro – Jenin – 1° giorno'/><author><name>Andrea</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12817296472212140466</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_BM5fLI7qBG8/StNMpMtm7tI/AAAAAAAAAHQ/RwuCKIQjMts/s72-c/Istruzione_Jenin.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-6877633957596019481</id><published>2009-10-11T23:32:00.000-07:00</published><updated>2009-10-14T11:54:27.356-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ulivo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pietre'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='fayyad'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='beilin'/><title type='text'>VIAGGIO A BIL'IN, LA PIETRA E L'ULIVO</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StLOvRkwzqI/AAAAAAAAA9Q/0x98Kz9hYFw/s1600-h/ulivo.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StLOvRkwzqI/AAAAAAAAA9Q/0x98Kz9hYFw/s320/ulivo.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391599015482674850" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Betlemme - &lt;em&gt;Il viaggio che ci porta a Bil'in è un viaggio fra la pietra e l'ulivo. La pietra la trovi dovunque, sulle colline, nelle cave, ai lati della strada. In grossi blocchi o frantumata in pezzi più piccoli. Pietra bianca e rosata. La stessa con cui sono fatte le case. Quelle dei villaggi palestinesi e quelle dei coloni negli insediamenti ebraici. &lt;br /&gt;Ma nel regno della pietra c'è anche l'ulivo. A volte sembra l'unica presenza vegetale in questa terra brulla e stancata dal sole cocente. L'ulivo è una pianta della vita e della speranza. Fornisce i frutti e l'olio. E i suo ramoscelli sono il simbolo della pace.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La festa degli ulivi &lt;/strong&gt;anima il villaggio di Aboud, sulla strada fra Nablus e Ramallah. Al nostro arrivo si respira  subito aria di festa per le bandiere e gli striscioni. Poi ci sono tanti bambini per le strade. Allegri e sorridenti.  I muri delle case sono tappezzati con grandi manifesti dove appare la foto di un bellissimo ulivo. Accanto c'è scritta una frase: Proteggete gli ulivi palestinesi, proteggete la pace.&lt;br /&gt;Le infinite spartizioni di questi luoghi, il muro divisorio eretto dagli israeliani, le nuove strade costruite per favorire i movimenti dei coloni e gli insediamenti hanno sottratto a molta gente l'accesso ai terreni. &lt;br /&gt;Molti palestinesi raccontano di non poter neppure andare a raccogliere gli ulivi nei terreni di loro  proprietà ai causa delle vessazioni che subiscono dai coloni. Ecco perché la Festa degli ulivi in un piccolo villaggio diventa un evento simbolico. Così ad Aboud arriva anche il primo ministro dell'Autorità palestinese Salam Fayyad. “Questa festa”,mi dice, “vuole testimoniare la nostra volontà di restare su questa terra e  godere dei suoi frutti. Le nostre radici in questa terra sono profonde come le radici di questi ulivi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Attorno a Fayyad &lt;/strong&gt;ci sono vari diplomatici occidentali. Sono tutti in camicia, sotto un caldo feroce. Attorno si notano le divise degli scout cristiani, che sono qui insieme ai loro compagni musulmani. La popolazione di Aboud, infatti, è divisa quasi a metà fra cristiani e musulmani. Alla festa ci sono  il parroco cattolico insieme con il pope ortodosso. C'è anche un giovanissimo seminarista, è padre Issa, 22 anni.&lt;br /&gt;Fra gli ulivi si balla, si canta e si battono le mani. Poco prima di mezzogiorno si va tutti sotto un pergolato. La gente del posto è indaffarata per sistemare tutti. Anche per noi trovano sedie, tavoli, posate e bicchieri. &lt;br /&gt;“Welcome to Palestine” mi sorride Maher, 23 anni, quando mi siedo accanto a lui. Studia agraria e fa di tutto per farci sentire a casa. Grida perché ci portino subito da bere. Arrivano le bibite, poi un bel piatto di pane condito con cipolle, carote e spezie. Sul pane ci sono pezzi di pollo cotti a puntino.  Un piatto squisito. A un  certo punto Maher mi mette nel piatto anche un pezzo del suo pollo. Protesto, ma insiste. L'ospitalità degli arabi è sempre spiazzante e invano cerco di offrirgli una parte del mio pane. Dopo il caffé ci rimettiamo in cammino.&lt;br /&gt;Lasciamo Aboud e puntiamo verso Na'alin. E' un villaggio che confina con il muro costruito dal governo israeliano. Ettari di  uliveti che appartenevano alla gente del villaggio ora sono oltre il muro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qui ogni venerdì&lt;/strong&gt; viene organizzata una resistenza non violenta contro il muro, ma i soldati israeliani reagiscono sparando lacrimogeni. Negli ultimi anni 5 palestinesi dono stati colpiti a morte dai proiettili sparati dai soldati. Sulla strada sterrata che porta al muro troviamo i candelotti dei lacrimogeni, alcuni in gomma, altri in metallo. Una delle vittime è il nipote di Hassan Mousa, portavoce del comitato locale per la resistenza contro il muro. Hassan mostra la foto del nipote moribondo, con la testa fasciata e la bocca socchiusa. Si chiede e ci chiede che male ha fatto agli israeliani quel ragazzino di 10 anni. Hassan l'anno scorso è stato una settimana in cella. Lo hanno arrestato durante una manifestazione.  Esiste la foto del suo arresto. Un poliziotto lo spinge e lui barcolla tenendo in un mano la bandiera palestinese e nell'altra mano un ramoscello di ulivo.&lt;br /&gt;Lo stesso tipo di resistenza, ogni venerdì, viene organizzato in un altro villaggio poco lontano, Bil'in. Anche qui camminiamo sullo sterrato per raggiungere il luogo della protesta a ridosso della barriera di filo spinato. Ci raduniamo accanto a questo confine forzato e a pochi metri da noi, dalla parte opposta, ci sono due soldati israeliani. Ci raccogliamo attorno alla lapide che ricorda la morte di Al Shheed Basdim Abo Rahmah, 31 anni, colpito a morte il 17 aprile del 2009 durante una manifestazione di protesta non violenta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Poco dopo ci ritroviamo&lt;/strong&gt; nel giardino di Abdallah, animatore del comitato locale di resistenza non violenta. Abdallah parla dell'esempio di Gandhi e di Mandela. Poi arriva anche Dror, un attivista israeliano del movimento Yesh Din. Anche loro partecipano alle proteste contro il muro. “Vogliamo che Israele si guardi allo specchio e riconosca i suoi errori in questi territori, perché qui il nostro Governo viola prima di tutto le sue leggi interne”, dice Dror. Poi racconta l'episodio di un soldato di Tsahal che poco tempo, nel villaggio, si è scontrato verbalmente con una pacifista americana. “Quel soldato”, racconta Dror, “era convinto che il villaggio e questa terra della Cisgiordania fosse territorio israeliano. 'Qui siamo in Israele', gridava. Ed era in buona fede perché gli è stato insegnato questo”. Droer ci spiega così che l'impegno per la pace e per la pacifica convivenza in queste terra è anche una battaglia culturale. Poi ci lascia, deve correre va Tel Aviv per una riunione del suo movimento. Chi lotta per pace non sta mai fermo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Zichittella (Famiglia Cristiana)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-6877633957596019481?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/6877633957596019481/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/viaggio-bilin-la-pietra-e-lulivo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6877633957596019481'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6877633957596019481'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/viaggio-bilin-la-pietra-e-lulivo.html' title='VIAGGIO A BIL&apos;IN, LA PIETRA E L&apos;ULIVO'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StLOvRkwzqI/AAAAAAAAA9Q/0x98Kz9hYFw/s72-c/ulivo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-389524494913852634</id><published>2009-10-11T11:04:00.000-07:00</published><updated>2009-10-11T11:08:16.844-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='frutta'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='muro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Betlemme'/><title type='text'>LA SPERANZA (E IL DOLORE) SOTTO LE PRUGNE</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Le piccole cose sono &lt;/strong&gt;la spia del mondo. Anche del dolore che, a prima vista, non si vede, nascosto com'è nelle pieghe più recondite dei sentimenti e dal desiderio di mascherare, per dignità, ogni passione. Così qui a Betlemme la mia prima riflessione non discende, come sarebbe ovvio, dalla vista del muro che vedo per la prima volta arrivando all'alba dall'aeroporto Ben Gurion. Passiamo lisci sotto la porta di metallo del check point e arriviamo all'albergo, spiati dalle torrette cilindriche che sovrastano il manufatto che, una volta finito, sarà lungo 800 chilometri, come andare da Napoli a Milano, scherza amaro un amico. Ma ora a letto, che è tardi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StIeeQUgrzI/AAAAAAAAA9I/o95Dam907QI/s1600-h/susine4.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 256px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StIeeQUgrzI/AAAAAAAAA9I/o95Dam907QI/s320/susine4.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391405209041809202" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A mezzodì del giorno dopo&lt;/strong&gt;, usciti dall'albergo con camera con vista (sul muro) vien voglia di verdura. E' sabato e quasi tutto è chiuso ma un verduriere lo troviamo, una sorta di minimarket con ogni ben di dio: uva, banane, manghi, kiwi, pere, mele e delle rigogliose prugne rosse. La frutta è quasi tutta acerba, indice di un'attenta capacità di mercato che un po' stupisce. Ma quando guardi il nome sulle cassette di cartone che contengono la frutta...i caratteri son quelli dell'alfabeto ebraico. Non c'è nulla nel negozio, a prima vista, che non venga da oltre il muro, come se qui non si producesse nulla, i limoni fossero sterili e poco gustosi, i meloni non nascessero dal seme in queste lande, gli alberi fossero disseccati. Ma non è così.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Con tutte le difficoltà &lt;/strong&gt;logistiche di queste terre dolorose, se un contadino ci mette  tre o cinque ore per portare la sua roba al mercato, i meloni arrivan cotti, le pere fradice, i fichi troppo maturi. Diventa più facile, anzi obbligatorio, ricorrere al mercato più vicino, più attrezzato, più refrigerato. Si apre la porta blindata del muro e a Betlemme arriva la verdura che dai campi arabi non riesce ad arrivare. Non solo ma la devi pagare – al  mediatore e poi quando la compri al negozio - con la moneta del tuo nemico, lo Sheqalim (pronuncia shekel) perché in un paese che non è uno stato non si batte moneta e dunque devi tenere in tasca il mezzo di scambio di un'altra economia. E' tutto cosi logico...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Penso a una vecchia signora&lt;/strong&gt; laziale che manteneva i figli all'università con un campo di zucchine. La vecchia contadina, piegata in due dall'osteoporosi, mi raccontava che alle 4 del mattino era già nel suo campo a tagliare le piccole cucurbitacee e che alle 5 la sua verdura era già al mercato. Pagata in lire per trasformarsi nel diploma dei ragazzi. Ma bastava andare dalla periferia ai mercati generali. C'era il camion di suo cugino. Senza check point...&lt;br /&gt;Mi resta una speranza a guardare quelle prugne rosse sugose che non poggiano su alcuna cassetta. O le avranno spostate? E' un dubbio che mi lascia un gusto amaro. Anche se la frutta è dolce &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuele Giordana da Betlemme&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-389524494913852634?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/389524494913852634/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-speranza-e-il-dolore-sotto-le-prugne.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/389524494913852634'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/389524494913852634'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/la-speranza-e-il-dolore-sotto-le-prugne.html' title='LA SPERANZA (E IL DOLORE) SOTTO LE PRUGNE'/><author><name>Emanuele Giordana</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03052800817554446942</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='22' height='32' src='http://bp3.blogger.com/_ZI9kEHhX9Gw/R9o-t3Zk6kI/AAAAAAAAABk/mHAjuNfyn-Q/S220/Manuefann%C3%BD2007_edited.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/StIeeQUgrzI/AAAAAAAAA9I/o95Dam907QI/s72-c/susine4.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-6252999462096990413</id><published>2009-10-10T00:36:00.000-07:00</published><updated>2009-10-10T00:37:59.558-07:00</updated><title type='text'>videocrazia berlusconiana</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span"   style="  border-collapse: collapse; font-family:arial, sans-serif;font-size:13px;"&gt;&lt;span style="  color: rgb(34, 34, 34); line-height: 18px; font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;font-size:13px;"&gt;"Andrò in tv a spiegare le miei ragioni, voglio vedere se mi condanneranno". Queste parole pronunciate da Berlusconi mettono a nudo la sua idea di democrazia e legalità di sempre. Quando è sotto pressione, il premier, scivola con le parole lasciando trasparire il suo vero modo di pensare. Qui sta la vera chiave della sua politica, qui sta la vera chiave del suo progetto mediatico culturale che lo ha portato ad avere il controllo del paese. Quando lo si accusa di questo disegno si difende dietro al fatto che tutti i media sono di sinistra - è già un passo avanti visto che fino a qualche tempo fa diceva "tutti comunisti!" - fino al paradosso di arrivare a dire che ce l'hanno con lui pesino le sue reti televisive. Salvo poi rivelare apertamente il suo vero disegno: la tv, e non le aule dei tribunali come tutti, il luogo per difendere le proprie ragioni; la tv prima ancora delle urne per orientare alle urne gli italiani; la tv per mettere ancora una volta l'Italia contro se stessa "voglio vedere se mi condanneranno".&lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;Il nostro "nipotino di Goebbels", che ha ampiamente superato il "nonno" ha rivelato il sistema politico al quale lui fa riferimento la videocrazia. Anche se dal film di Gandini mi aspettavo di più, in quel suo titolo ha sintetizzato davvero un progetto culturale e politico messo decisamente in atto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;Speriamo - purtroppo non troppo in verità - sull'autonomia di pensiero e giudizio degli italiani.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;L'unico rammarico vero è che la nostra sinistra, sempre meno beneamata, non abbia affrontato quando doveva e poteva il conflitto d'interessi e una radicale riforma del sistema di comunicazione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;Gerusalemme.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:'Lucida Grande', 'Lucida Sans Unicode', 'Lucida Sans', LucidaGrande, Geneva, Arial, Verdana, sans-serif;color:#222222;"&gt;&lt;span style="line-height: 18px; "&gt;Francesco&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-6252999462096990413?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/6252999462096990413/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/videocrazia-berlusconiana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6252999462096990413'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/6252999462096990413'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/10/videocrazia-berlusconiana.html' title='videocrazia berlusconiana'/><author><name>Francesco</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07872984921665179053</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/_g9A2nvM1Nns/SW8eGLEtArI/AAAAAAAAAFs/0tri7QOk4lc/S220/myIcon.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8638363875466686781.post-4866934681791653671</id><published>2009-09-23T12:44:00.000-07:00</published><updated>2009-09-23T12:46:20.942-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center; font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Quante volte hai chiesto pace&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;per il Medio Oriente?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ma cosa sappiamo di questa tragedia? Quale deve essere il nostro atteggiamento?&lt;br /&gt;Cosa stiamo facendo per risolverla? Quali sono le nostre responsabilità?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOI ABBIAMO SCELTO DI&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;andare&lt;/span&gt; incontro ai palestinesi e agli israeliani&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ascoltare&lt;/span&gt; le voci dei due popoli e promuovere il dialogo con tutti;&lt;br /&gt;per &lt;span style="font-weight: bold;"&gt;capire &lt;/span&gt;cosa sta realmente accadendo&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;esprimere&lt;/span&gt; vicinanza e solidarietà a tutte le vittime del conflitto e dell’ingiustizia&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;riscoprire&lt;/span&gt; il significato e il valore del dialogo tra i popoli come strumento di pace&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;portare&lt;/span&gt; un messaggio di pace, di nonviolenza e di corresponsabilità.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;rompere&lt;/span&gt; il muro del silenzio e dell’indifferenza che continua a circondare e alimentare questa tragedia&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;rispondere&lt;/span&gt; all’invito del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a raddoppiare gli sforzi per la pace in Medio Oriente;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;capire&lt;/span&gt; cosa deve fare l’Europa e la comunità internazionale&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;capire&lt;/span&gt; cosa possiamo fare noi, cosa possono fare le associazioni, gli enti locali, le nostre comunità, le scuole e i media&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;proseguire&lt;/span&gt; e potenziare i progetti di cooperazione, assistenza umanitaria, solidarietà, dialogo e “diplomazia delle città”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il viaggio è organizzato dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, dalla Piattaforma delle Ong italiane per il Medio Oriente e dalla Tavola della pace in collaborazione con la Rete Europea degli Enti Locali per la Pace in Medio Oriente e la Anna Lindh Foundation&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8638363875466686781-4866934681791653671?l=timeforresponsibilities.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/feeds/4866934681791653671/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/09/quante-volte-hai-chiesto-pace-per-il.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4866934681791653671'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8638363875466686781/posts/default/4866934681791653671'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://timeforresponsibilities.blogspot.com/2009/09/quante-volte-hai-chiesto-pace-per-il.html' title=''/><author><name>TIME FOR RESPONSABILITIES</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10686803832818420797</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://1.bp.blogspot.com/_uqNonGVNQqs/Srp5pU2TG_I/AAAAAAAAAAg/_fpSVG41I9Q/S220/32581.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
